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Testimonianza sul ’68

di Giovanni Ghiselli

intervento di Giovanni Ghiselli alla Festa della storia Collettivi operai-studenti: testimonianze sul ‘68 - Bologna 30 ottobre 2012. 

Provincia di Bologna, via Zamboni 13, Sala caduti del lavoro, 17, 30-20, 30.

La liberazione dagli idōla e la scoperta dell’identità[1].

Il ricordo del ’68  per molti uomini e donne della mia generazione, è  memoria di una liberazione e di una crescita in termini umani, culturali e morali.

Per me e per molti miei coetanei, siamo vecchi oramai, il ’68 ha significato la scoperta dell’identità.

Io, come gran parte degli studenti universitari che conoscevo, provengo da una famiglia sostanzialmente fascistizzata e pretificata dove mi avevano insegnato il disprezzo dei poveri, la prepotenza e, soprattutto, l’abominio del sesso.

Il vetitum massimo era l’amore, l’amore per le donne, l’amore per i deboli, l’amore per la giustizia e per l’uguaglianza.

Nel maggio del ’68 avevo 23 anni e stavo finendo l’Università

Fino ai 19 anni ero vissuto a Pesaro, assorbendo, anche dall’ambiente provinciale, una serie di chiusure mentali, di tabù relativi ancora una volta soprattutto al sesso, ma più in generale alla libertà di pensiero. Ero nato e cresciuto nella caverna platonica infestata per giunta da tutti gli idōla baconiani.

Vivevo nell’infelicità poiché non avevo il coraggio di essere me stesso, di sviluppare le mie capacità. Credo che il dolore più grande sia sentire la discrepanza tra quello che fai e quello per cui saresti portato dal tuo talento. E’ questo lo spread più doloroso.

Anche l’Università fatta qui a Bologna nella facoltà di Lettere classiche mi aveva dato poco. I professori a lezione ripetevano nozioni, senza metterci quell’ elemento educativo, e, perché no, affettivo, del quale avrei avuto bisogno. Ricordo con simpatia e gratitudine soltanto Carlo Del Grande di Greco e Carlo Izzo di Inglese.

 Sono stati gli unici a darmi qualche cosa in termini di paideia, ossia di cultura e di educazione.

 Gli altri non trasmettevano  la visione d’insieme della disciplina che insegnavano.

Il corso di latino, per fare solo un esempio, verteva sulla corrispondenza poetica tra Dante e Giovanni del Virgilio.

Di Tacito ricordavo a stento quello che avevo letto al liceo,  del Satyricon conoscevo appena il titolo e il nome dell’autore presunto, quando mi sono laureato in Lettere antiche pur con 110 e lode. Quel meschino sapere neutro (to; sofovn)  non era sapienza che incrementa la vita (hJ sofiva).

 La chiusura mentale,  culturale e morale degli ambienti che avevo frequentato prima del ’ 68 era grande, come la mia infelicità.

Le donne erano un popolo nemico e uno strumento di peccato, i negri una razza inferiore, i poveri di qualsiasi colore, feccia da disprezzare.

I manuali dovevo impararli a memoria, senza alcuno spirito critico, con scarse verifiche sui testi. Il movimento studentesco del ’68 mi infuse il coraggio di diventare me stesso.

Nel ’67 cominciai a frequentare  i cortei contrari alla guerra e all’ingiustizia, in un primo momento per curiosità,  soprattutto nei confronti delle ragazze che vi partecipavano.

 Queste  mi apparvero subito diverse e migliori dalle solite che avevo avuto occasione  di osservare negli anni precedenti. Generalmente venivano ammaestrate a mostrarsi vezzose e riluttanti nello stesso tempo.

Attirato da quel movimento di giovani, mi diedi a frequentare le assemblee dove ascoltavo con attenzione i discorsi di ragazzi più e meglio preparati di me. Ricordo che quando sentivo parlare  Bonaga, o Genovese, o Bifo ora qui presenti mi dissi: quelli sono dei ghiselli realizzati. Da quei discorsi assembleari imparai uno stile di vita e assorbii dei valori che ancora conservo come stelle polari del mio vivere: la giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà, la pietas, il comunismo, se non altro come antitesi dell’egoismo.

Tutti valori adesso passati di moda, ma non per me. Li riconobbi in me stesso, li assunsi a 23 anni. Avevo l’età della ragione, e non li ho più rinnegati. Lo rinfaccio con chiarezza e con forza ai “coturni”, lo stivale che va bene in entrambi i piedi, ai voltagabbana che plaudivano a Breznev, o a Mussolini e ora dichiarano spudoratamente che il comunismo e il fascismo sono stati i mali del mondo.

Alcuni mesi dopo la laurea, nell’autunno del ’69, trovai da insegnare, a tempo indeterminato, in un paesino in provincia di Padova.

Là scandalizzai diversi colleghi anziani con il mio “sessantottismo”, altri ne incuriosii. A Bologna ero stato solo un osservatore attento e simpatizzante del movimento studentesco ma in quel paese del padovano, il cui sindaco era un fratello del famigerato mafioso Graziano Verzotto, passavo per una diabolica icona del ’68.  Il preside mi diede un giudizio politico: “valente” invece di “ottimo”, motivandolo con queste parole: “Assume atteggiamenti che non si confanno alla dignità della scuola”. Infatti: in maggio feci un paio di gite in bicicletta con i ragazzini sul colle di Marostica. Raccontavo agli allievi le mie letture. Studiavo e leggevo per loro che mi curavano l’anima.

Facevo come l’Idiota di Dostoevskij che dice Deti nam lechat duschu.[2]

   Quel dirigente maldisposto non potè  impedirmi di riversare sui bambini e sui ragazzini delle scuole medie i benefici che avevo raccolto nella mia persona alla fine dell’Università. La Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani era diventato uno dei miei testi base di etica e di pedagogia.

Coprivo le mie presunte scelleratezze con scampoli ritagliati dalla santa scrittura[3] del priore di Barbiana, scrittura santa che tuttavia era guardata con sospetto, se non proprio tanto malvista ed esecrata quanto lo erano gli accenni che facevo a Marx, a Freud, a Brecht oppure a Eschilo, a Sofocle, a Euripide o anche a Omero. In questi autori, studiati per gli esami, o scoperti in seguito ai discorsi ascoltati nelle assemblee, cercavo e ritrovavo quei valori che durante il movimento avevo sentito proclamare e avevo riconosciuto in me stesso. Dopo cinque anni di Veneto e di scuola media, sono tornato a Bologna per insegnare i classici greci e latini nel liceo classico di Imola e poi nei due licei classici della  città. Più di recente ho tenuto laboratori di didattica della Letteratura greca alla SSIS di Bologna e di letteratura comparata in quella di Bressanone. Poi tante conferenze qua e là.  L’ho fatto sul serio, con impegno totale, continuando a seguire quel modello ascetico suggerito agli insegnanti da don Lorenzo Milani. Non mi sono sposato, nonostante mi piacciano molto, pure troppo, le donne. Non ho procreato. Mi sono dedicato allo studio per educare i giovani.

Studiando i classici con amore per insegnarli con metodo ho trovato la mia via, la mia oJdov~, appunto. Nei miei auctores-accrescitori ho ri-trovato e autorizzato sempre di più, da tanto tempo oramai anche contro le mode, i valori forti grazie ai quali avevo scoperto la mia identità nel ’68. Diventa quello che sei[4] è la somma del pensiero educativo di Pindaro e credo che ognuno di noi dovrebbe dirlo a se stesso e ogni insegnante ai suoi studenti.

Vediamo, come esempio, solo alcuni di questi valori fondanti, valori del ’68, dei classici e di chi vi parla.

 

Prima di tutti la libertà.

Libertà di pensiero che si esprime nella libertà di parola. Vale la pena di correre dei rischi per praticarla e difenderla.

Il rischio è bello, insegna Platone[5].

Del resto Pindaro scrive che  il grande rischio non prende un uomo imbelle[6] e ora esprimersi con libertà è rischioso.

Tanti ex ragazzi che  cantavano con me “il Vietnam è comunista, giù le mani dal Vietnam”, “Fate l’amore, non fate la guerra” ora esecrano il comunismo e celebrano tutte le guerre coloniali cui partecipiamo da anni con versamento di sangue anche nostro.

Imbecilli e  profittatori seguono le mode: il pacifismo del’ 68 non è più di moda, né lo è Euripide che nelle Troiane fa dire a Poseidone:

“E’ stolto tra i mortali chi devasta le città,

consegnando al deserto templi e tombe, luoghi sacri

dei morti: poco dopo,  lui stesso è già morto” (vv. 94-96).

Era il 415 e gli Ateniesi avevano perpetrato da poco l’eccidio di Melo. In questi ultimi anni non ho sentito né letto parole altrettanto belle e forti contro i bombardamenti e i massacri che si susseguono con il volgere delle stagioni che portano via tutto.    

 

    Libertà di parola

Ma torniamo alla libertà. Ora vagano parole in libertà, mentre è latente la libertà di parola.

In greco si dice  parrhsiva  (da pa`~ e rJhtov~)  la possibilità che tutto sia dicibile da ciascuno di noi. Ebbene parresía può essere indicata come parola chiave della democrazia a partire dallo Ione[7] di Euripide dove il protagonista esprime il desiderio di ereditare da una madre ateniese questa facoltà, recandosi da Delfi ad Atene, poiché lo straniero che piomba in quella città, anche se a parole diventa cittadino, ha schiava la bocca senza la libertà di parola ( vv. 674-675).

 Analogo concetto si trova nelle Fenicie[8] quando  Polinice, bandito dal fratello Eteocle, risponde alla madre sulla cosa più odiosa per l'esule:" e{n me;n mevgiston, oujk e[cei parrhsivan" (v. 391), una soprattutto, che non ha libertà di parola.

Infatti, conferma Giocasta, è cosa da schiavo non dire quello che si pensa.

"La parresía è l'elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue dal barbaro. L'esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresìa svolgerà un ruolo decisivo nell'Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento"[9].

Eppure oggi la libertà di parola, almeno nella stampa e nella televisione di regime, sta morendo.

 

La Giustizia e il suo opposto: l’u{bri~ che genera il tiranno dal potere violento e claudicante.

 

Un altro valore forte del ’68 e un’altra parola chiave nei classici è la Giustizia, in greco Divkh.  Questa si oppone ovviamente alla violenza e alla prepotenza (u{bri~) personale e politica. Il tiranno è l’incarnazione dell’ u{bri~ e il suo potere è claudicante. Zoppicanti sono Edipo[10] di Sofocle e Riccardo III [11]di Shakespeare.

 

  La prima antistrofe del secondo stasimo dell'Edipo re  afferma che tutte le tirannidi si azzoppano prima o poi: "la prepotenza fa crescere il tiranno, la prepotenza/ se si è riempita invano di molti orpelli (eij-pollw`n[12]  uJperplhsqh`/ mavtan)/ che non sono opportuni e non convengono/salita su fastigi altissimi/precipita nella necessità scoscesa/dove non si avvale di valido piede" e[nq j ouj podi; crhsivmw/-crh'tai "(vv. 873-879).

Gli orpelli del tiranno ora sono le chiacchiere vuote e confuse che la televisione, un potere incontrollato, diffonde a tutte le ore con le spudorate menzogne della pubblicità.

La televisione è diventato un potere incontrollato e qualsiasi potere non controllato è in contraddizione con i princìpi della democrazia"[13].

La giustizia e la libertà sono invece associate alla verità, alla semplicità, alla chiarezza. Noi dicevamo “giù le mani dal Vietnam” o , o “siamo sempre più incazzati con la scuola dei padroni”. Parole molto semplici e chiare.

Ora ci dicono che i nostri soldati vanno a uccidere e a morire per esportare il nostro modo di vivere infelice tra gente che non ne vuole sapere, e intanto veniamo scorticati con le tasse mentre vengono spesi capitali ingenti per spese militari che ci impoveriscono e arricchiscono i cambiavalute dei corpi[14], gli speculatori. La parola d’ordine è “confondere, gettare le menti nel gran guazzabuglio del caos”.

Del resto molti di questi linguacciuti della televisione, parlano a vanvera senza rendersene conto. Sono utili idioti presenti anche nel governo. Non sono capaci di tenere ordinate e dritte le parole. Come possono reggere una nazione?

 

Il ’68 con le assemblee nelle aule universitarie è stato anche una scuola di eloquenza politica. Abbiamo imparato a parlare retoricamente e politicamente

 

La parola dei politici e degli imbonitori televisivi  è fatta di arzigogoli e ghirigori che non dicono nulla e  offuscano con la loro verbosità perfino le verità più comuni e più comprensibili, mentre il discorso della verità è semplice, e quanto è conforme a giustizia non ha bisogno di interpretazioni ricamate.

 Viceversa Il discorso ingiusto, siccome deve occultare e negare la ajlhvqeia che è “non latenza”, ha bisogno di artifici scaltri. I costumi di tali mistificatori sono i correlativi morali, cioè immorali delle loro parole ingannevoli.

Chirone, dikaiovtato" Kentauvrwn[15], il più giusto dei Centauri, "nodrì Achille"[16] insegnandogli quella naturalezza e semplicità di costumi che è la quintessenza dell'educazione nobile.

Il figlio di Peleo nell'Ifigenia in Aulide riconosce tale alta paideia al maestro piissimo che l'ha allevato insegnandogli ad avere semplici i costumi:"ejgw; d j, ejn ajndro;" eujsebestavtou trafei;"-Ceivrwno", e[maqon tou;" trovpou" aJplou'" e[cein" (vv. 926-927).

In tal modo Achille si abituò a scartare gli usi degli uomini malvagi (v. 709).   

 

Le disuguaglianze abnormi, la mafia, le caste, l’ignoranza.

Un’altra cosa: volevamo l’uguaglianza delle opportunità per tutti. Questa esigenza del resto fa parte del dettato costituzionale: l’articolo 3 della Legge fondante il nostro Stato dice che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.

 

L’uguaglianza è legge cosmica.

Nelle Fenicie di Euripide, Giocasta è fautrice dell'uguaglianza. Chiede al figlio Eteocle perché tenda all'ambizione (Filotimiva) che è la pessima tra le divinità, è anzi una dea ingiusta (a[diko" hj qeov" , v.531). E' per lei che Eteocle è impazzito. Molto meglio è onorare l'uguaglianza:"kei'no kavllion, tevknon,-ijsovthta tima'n" (vv. 535-536).

L'uguaglianza infatti crea legami (sundei', v. 538). L'uguaglianza è stabile (to; ga;r i[son movnimon, v. 538), mentre il meno è sempre in guerra con il più e fomenta le inimicizie.

L' ijsovth"  è la legge  che ha stabilito le misure per gli uomini, le partizioni di pesi e ha dato ordine distinguendo i numeri;  essa per giunta è legge di natura, anzi è legge cosmica cui si sottopone perfino la luce del sole :"nukto;" t  j ajfegge;" blevfaron hJlivou te fw'"-i[son badivzei to;n ejniauvson kuvklon" ( vv. 543-544), l'oscura palpebra della notte e la luce del sole, uguale percorrono il ciclo annuo. Ora se il sole e la notte si assoggettano a queste misure, domanda la madre, tu non tollererai di avere una parte uguale del palazzo (su; d  j oujk ajnevxh/ dwmavtwn e[cwn i[son, v. 547) e di attribuire l'altra a tuo fratello? E dov'è la giustizia? Perché tu la tirannide, un'ingiustizia fortunata (tiv th;n turannivd  j, ajdikivan eujdaivmona, v. 549), la onori eccessivamente e pensi che sia un gran che?

Pensi che essere guardati (periblevpesqai tivmion ; keno;n me;n  ou\n, Fenicie,  v. 551)  ) sia segno di valore? –continua Giocasta ammonendo Eteocle-E' cosa vuota di fatto. O vuoi avere molte pene con molte cose nella casa?

 

Senza pari opportunità, senza uguaglianza non c’è democrazia.

 

Il consiglio di seguire la natura, in particolare osservando l'alternarsi del dì e della notte, per prendere decisioni equilibrate lo dà anche Seneca a Lucilio "cum rerum natura delibera: illa dicet tibi et diem fecisse et noctem" (Ep. 3, 6), prendi decisioni osservando la natura: quella ti dirà che ha fatto il giorno e la notte.

 

Dei Romani antichi abbiamo conservato gli aspetti deteriori.

La mafia deriva da clientelismo codificato già dalle leggi delle XII[17] tavole del V secolo a. C. e sempre praticato da allora “Il rapporto clientelare si configura come un’organizzazione mafiosa che garantisce l’omertà, e il successo dei disonesti”.[18]

Il patrono proteggeva, aiutava, raccomandava il cliente,; questo doveva contraccambiarlo omaggiandolo, parlando e scrivendo bene di lui, votandolo, incensandolo. Chi sgarrava, se la vedeva brutta[19]. Questo sistema sussiste.

 

Inoltre permangono le caste che sanciscono l’ineguaglianza per nascita. Leopardi, riflettendo su quelle degli Indiani, scrive che  l’uguaglianza è un presupposto “, senza cui non c’è vera libertà”[20]

Da noi le disuguaglianze sono colossali e continuano a crescere in maniera abnorme, tumorale.

Nelle Leggi di Platone troviamo che la condizione moralmente migliore è quella lontana dalla ricchezza e dalla povertà:"La rappresentazione che Platone dà dei primordi è quella di una condizione essenzialmente pacifica, dove non erano ancora ricchi e poveri, e dove la benigna semplicità degli umani aveva per conseguenza un livello morale più alto[21]"[22]

Vediamo cosa dice il personaggio che rappresenta l'Ateniese:"Poveri per questo motivo non erano[23], né, costretti dalla povertà, divenivano discordi tra loro; e nemmeno ricchi divennero mai in quanto privi di oro e di argento…nella società in cui non sia presente né ricchezza né povertà, direi che i costumi potrebbero essere nobilissimi: infatti violenza, né ingiustizia, né gelosie né invidie possono nascervi. Erano buoni in grazia di questa vita e di quella che si dice semplicità” ( Leggi, 679b-c). 

 

 

 l’ u{bri~, la prepotenza e l’ingiustizia sono associabili, io le associo senz’altro, alle disuguaglianze eccessive. Lo dicevamo noi nel ’68, e lo dicono i classici. Solone condotto da Creso, il pacchiano re di Lidia a osservare le sue smisurate ricchezze gli disse: “"Ai Greci, o re dei Lidi, il dio ha dato di essere misurati in tutto (metrivw" e[cein e[dwken oJ qeov"), e per questa misuratezza ci tocca una saggezza non arrogante ma popolare, non regale né splendida "(Plutarco, Vita di Solone , 27, 8).

Il coro dell'Agamennone di Eschilo, nel secondo stasimo, afferma che "Giustizia brilla nelle/case dal povero fumo, (Divka de; lavmpei me;n ejn-duskavpnoi~ dwvmasin)/e tiene in pregio una vita/equa. "(vv. 773- 776). Ora invece quasi dovunque si insegna che il ricco, comunque lo sia diventato, è l’uomo felice, il modello da imitare, mentre quello che si adopera per guadagnare quanto basta a vivere senza sfarzo e pompa è il fallito. Il profitto è il massimo oggetto di cura della maggior parte degli uomini.

Eppure "le leggi del profitto regolano dall'esterno la maggior parte delle "cose umane" senza umanità, equità, giustizia, affermando la competizione al posto della cooperazione"[24].

I profitti andrebbero bene se tornassero a vantaggio della comunità, mentre al contrario ridondano solo su poche persone, i nostri tiranni.

 

Tucidide afferma che   "da nessuno dei tiranni fu compiuta un' opera degna di essere narrata ( e[rgon ajxiovlogon,) poiché badavano esclusivamente al proprio interesse (to; ejf j eJautw'n movnon proorwvmenoi) I, 17.

Ora i tiranni sono il mercato e la finanza padroni assoluti di questo capitalismo sregolato in se ipse ruiturus[25], destinato a implodere.

I tiranni finiscono male.

Marco Aurelio, un uomo di grande potere, e pure un filosofo, scrive: “oJ ajdikw`n, eJauto;n ajdikei`, eJauto;n kako;n poiw`n (A se stesso, IX, 4), chi commette ingiustizia, la commette contro se stesso, facendo del male a se stesso.

 

 

 

 

Infine la scuola.

Per diffondere questa ideologia è stato necessario annientare la cultura, la conoscenza del passato e la coscienza di sé.

E per fare questo, hanno voluto annichilire la scuola e l’educazione.

L’ignoranza è terreno fertile per la coltivazione della violenza.

Si esecra, giustamente l’orrenda violenza perpetrata contro le donne. Ma non si risale alle cause. Il principale ai[tion della violenza brutale è l’ignoranza. Chi possiede le parole può esprimersi senza violenza.

L’ultima trovata anticultura e antiscuola è la proposta di imporre 24 ore di insegnamento. Quando potranno studiare e prepararsele decentemente queste ore i professori, se  aggiungiamo i consigli di classe, i collegi docenti e le altre ore perdute in funzioni burocratiche per lo più inutili o addirittura dannose?

Il fatto è che si vuole che a scuola si chiacchieri sempre di più e si studi sempre meno. I modelli sono quasi tutte le trasmissioni televisive e la pubblicità antiumana. I tiranni Trasibulo di Mileto e Periandro di Corinto tagliavano le teste emergenti, ossia pensanti. A Roma li imitava Tarquinio il Superbo.

Ora le teste migliori per non essere annientate devono scappare all’estero   

 

 

 giovanni ghiselli[26] g.ghiselli@tin.it


 

 

 

Appendice. Articolo uscito su “Domani” di Maurizio Chierici

Dalle piazze del ’68 alla restaurazione drammatica dei nostri giorni: regnano le vecchie mani e i poteri di sempre

19-12-2011

di Giovanni Ghiselli

 

Il “Time” ha proclamato uomo dell’anno The protester, il contestatore. Tali sono gli sdegnati che in gran parte del mondo scendono in piazza contro le ingiustizie e le disuguaglianze tanto sperticate da inficiare la democrazia in alcuni casi, in altri da negarla. Queste persone non si lasciano irreggimentare da alcun partito e sono difficilmente strumentalizzabili dall’apparato statale: sanno infatti che i partiti tendono a portare i cervelli degli uomini all’ammasso per i loro fini. “Un partito, qualsiasi partito- scrive Orwell in 1984- è come una di quelle macchine che tengono i macellai per macinare la carne: schiaccia e trita e fa polpette di tutte le teste. I programmi dei partiti, di tutti i partiti, soffocano ogni verità, le verità pulsanti di vita e di giovinezza”.

I motivi del disagio, anche questo globale, sono tanti e vari, ma forse quelli prevalenti e comuni a tutti, “motivi chiave” si potrebbero chiamare, sono l’indigenza materiale e la prepotenza dei governi, uno strapotere che va dalla tirannide palese a forme camuffate di ristretta oligarchia. Nel ’68 ci ribellavamo all’autoritarismo familiare, scolastico, statale, alla repressione sessuale e a un conformismo arretrato rispetto allo sviluppo economico. In seguito lo stile di vita diventò meno inamidato, più libero e sciolto, non senza nuovi conformismi a dire il vero. Molte regole caddero in disuso, diventò “in” la sregolatezza. Tutte novità che poi sono state recuperate dal mercato, sregolato infatti, e piegate alle esigenze del profitto.

Il duro autoritarismo del presessantotto però non è più tornato, anche perché l’autorità in molti paesi si è sempre più spersonalizzata, divenendo qualche cosa di nascosto e misterioso, come nel romanzo Il castello di Kafka. Qual è il volto delle lobby che ora impediscono le liberalizzazioni? Intanto la cultura è scemata e la gente si è impoverita. Il deficit culturale ha portato con sé una diminuzione progressiva dello spirito critico e della capacità di reagire ai soprusi. Ma quando questi diventano troppo pesanti, quando la carenza di beni provoca la fame e la miseria, allora si scatena la rabbia e il furore dei poveri.

La gente digiuna non ha paura di scendere in piazza. Per questo i Cesari nutrivano la plebe romana con il pane e i circensi. Negli ultimi decenni gli spettacoli ingannevoli e volgari orditi per irretire la massa, dal grande fratello in giù, non sono mancati, ma ora è decisiva la povertà, già attuale per tanti e minacciosa per i più. Chi sente il freddo e la fame, non vuole ascoltare più le chiacchiere e le fandonie degli imbonitori.

Le avanguardie, formate da intellettuali e da giovani, sono disgustate dalle menzogne e , mi si passi l’ossimoro, dall’impotenza del potere apparente.

Chi davvero comanda sono le banche, i mercati, le lobby, secondo una logica del profitto del tutto indifferente all’umanità degli uomini che è una tautologia, eppure risulta incomprensibile all’avidità antiumana degli speculatori senza volto e senza cuore. A questo proposito: tante persone scontente, sentono anche il bisogno di una maggiore moralità, e contestano l’egoismo, l’indifferenza e addirittura l’inimicizia dell’uomo per l’uomo impartita dal culto del denaro, della borsa, del pil. Non è un caso che in questi giorni nelle migliori sale cinematografiche siano proiettati, e molto visti, tre film che celebrano la generosità di persone buone: Miracolo a le Havre, Le nevi del Kilimanjaro e The artist.

Tutti e tre raccontano storie di solidarietà umana, un valore che l’egoismo degli speculatori aveva messo in soffitta.

 

Note:


[1] Illi mors gravis incŭbat,/qui, notus nimis omnibus,/ignotus moritur sibi" (Seneca, Thyestes, vv. 400-403), La morte pesa grave su chi troppo noto a tutti, muore ignoto a se stesso.

[2] Dostoevskij, L’idiota, cap. VI. Me l’ha detto e traslitterato Polina, un’amica russa ora mia ospite

[3] Cfr.  Shakespeare, Riccardo III : And thus I clothe my naked villainy-With odd old ends stol’n forth of Holy Writ (I, 3).

 

[4] gevnoio oi|o~   ejssiv” (Pitica II  v. 72)     

[5] Platone nel Fedone 114d sostiene che  è bello il rischio kalo;~ ga;r oJ kivnduno~ di credere nell’immortalità dell’anima.

[6] oJ mevga~ kivn-duno~ a[nalkin ouj fw`ta lambavnei , Olimpica I , vv. 81-82.

[7] Del 411 a. C .

[8]Rappresentata poco tempo dopo lo Ione. Tratta la guerra dei Sette contro Tebe.

[9] M. Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, p. 21 n. 2.

[10] Oijdivpou~ viene etimologizzato e spiegato come “piede gonfio”.  poiché ha avuto i piedi perforati (cfr. Sofocle, Edipo re, 1034; Aristofane, Rane, 1192).

[11] The bloody king  (IV, 3), il re sanguinario  il quale si presenta dicendo di essere:"so lamely and unfashionable/That dogs bark at me, as I halt by them "(I, 1), così claudicante e goffo che i cani mi latrano contro quando gli passo vicino arrancando.

 

[12] Ho tradotto “di molti orpelli” pensando al vello d’oro, simbolo del potere voluto da Pelia. Orpello infatti viene da auri pellis, pelle d’oro.

[13]K. R. Popper, J. Condry, Cattiva maestra televisione , p. 10.

[14] Nel primo Stasimo dell’Agamennone  di Eschilo (del 458) Ares viene definito "oJ crusamoibo;" d' j  [Arh" swmavtwn"(v.437), il cambiavalute dei corpi, nel senso che la guerra distrugge le vite e arricchisce gli speculatori.

E poco più avanti:

"invece di uomini

urne e cenere giungono

alla casa di ciascuno"(434-436).

 Nel primo Stasimo dei  Sette a Tebe[14] di Eschilo il Coro dissacra il dio della guerra: Ares  è un domatore di popoli che  infuriando soffia con violenza e contamina la pietà "mainovmeno" d j ejpipnei' laodavma"-miaivnwn eujsevbeian"(vv. 343-344).

Già nell'Iliade Zeus  dice ad Ares:"e[cqisto" dev moiv ejssi qew'n oi{   [Olumpon e[cousin (V, 890), tu per me sei il più odioso tra gli dei che abitano l'Olimpo.

 

[15]  Iliade,  XI, 832.

[16] Dante, Inferno, XII, 71.

[17] “  Patronus si clienti fraudem fecerit, sacer esto”, il patrono, se ha ordito una frode al cliente, sia maledetto, prescrivevano tra l’altro

[18] L. Perelli, La corruzione politica nell’antica Roma, p. 31.

[19] La I Bucolica di Virgilio illustra con chiarezza siffatta relazione. In questo carme vengono rappresentati due pastori: Melibeo e Titiro. Il primo ha perduto i suoi campi confiscati dai triumviri Ottaviano, Antonio e Lepido che li hanno distribuiti ai loro veterani; invece Titiro, alter ego del poeta, è riuscito a conservarli, e spiega perché: è andato a Roma dove ha ha incontrato un giovane, anzi un dio (v. 6) che gli ha detto : “pascola, come prima, i tuoi buoi, coltiva pure i tuoi campi” (v. 45). Il beneficato, tornato alla sua campagna, compie riti di ringraziamento, con tanto di incenso, in onore del divino benefattore, una volta al mese. Dietro la veste pastorale c’è Virgilio che  omaggia Ottaviano grazie al quale aveva ottenuto la restituzione del podere nel mantovano. Il poeta aveva acquisito questo privilegio grazie all’intercessione, cioè alla raccomandazione, di Asinio Pollione, il console del 40, cui vengono dedicate la IV e l’VIII Bucolica. All’altro amico e patrono, Cornelio Gallo, Virgilio dedicò la X Bucolica e ne scrisse un elogio nella parte finale della IV Georgica, al tempo in cui questo suo protettore  era diventato il potente governatore dell’Egitto.

 Ma quando Gallo cadde in disgrazia per la sua volontà di indipendenza dall’autocrate, il poeta sostituì la chiusa del poema agricolo con la favola triste di Orfeo, condannato a perdere Euridice dalla subita dementia, (v. 488) l’improvvisa follia di rompere i patti stabiliti con il crudele tiranno (immitis rupta tyranni/foedera, vv. 492-493). La stessa pazzia portò Ovidio a polemizzare giocosamente, da libertino, con le direttive moralizzatrici di Augusto, e la pagò cara, morendo di crepacuore in esilio nella desolazione di Tomi, sul Mar Nero. Certo, Ovidio non venne ammazzato e Cornelio Gallo si suicidò; molte comunque furono le vittime tra quanti, intellettuali e no, si sottrassero al rapporto di subordinazione con il patrono o con il tiranno. Tito Labieno si uccise per non sopravvivere alla propria opera, che Augusto fece bruciare, siccome esaltava la libertà

.

 

 

[20] Zibaldone, 923.

[21] Leggi, 678c-e.

[22] W. Jaeger, Paideia 3, p. 406.

[23] L’Ateniese parla degli uomini sopravvissuti al diluvio.

[24] A. Segrè, Economia a colori, p. 26.

[25] Cfr. Seneca,  in se ipsa fortuna ruit " (De brevitate vitae 4, 1, 2),

 

[26] Le minuscole iniziali della mia firma davano fastidio al preside menzionato sopra. Secondo lui facevano parte del mio essere eversivo

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