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Helena Sarjantola, una storia d’amore

Un antefatto

Gli atleti del sesso. La cena all’Aranybika.

Un pomeriggio, forse quello del primo di agosto, Elena venne al solito incontro amoroso, verso le 5 del pomeriggio, con una lettera in mano. Disse che l’aveva appena ricevuta dal suo “amico” finlandese e si scusò poiché doveva finire di leggerla. Ne tremai. Quando la ripiegò, con tutta la calma possibile, anzi, simulando noncuranza, le domandai: “novità?”

Rispose: “No. Ha scritto parole tanto banali e scontate che potevo dirmele da sola”.

La paura si capovolse in ardire e il mio istinto erotico ne fu potenziato.

“Andiamo a fare l’amore”, le dissi. “Ho predisposto lo sgombro della camera da parte degli altri tre e ho fatto anche cambiare le lenzuola”.

“Voi Italiani trovate sempre il modo di arrangiare tutto”, commentò, compiaciuta del resto.

Io ero felice del pericolo scampato e volevo festeggiare l’evento.

Sicché andammo in camera e facemmo l’amore parecchie volte, una decina più o meno. Dopo l’ultima di questa serie meravigliosa, Elena mi disse che io non ero normale, in meglio si intende, e che lei era un’amante comoda poiché, data la sua condizione, il rapporto amoroso non richiedeva cautele, e per giunta non aveva mestruazioni.

“Con te lo farei innumerevoli volte anche con le mestruazioni”, replicai.

“Allora facciamolo ancora, prima di andare a cena”

Erano già passate le otto e io ero stremato. I tre contubernali per giunta dovevano passare in camera a momenti, secondo gli accordi. Dissi che avevo fame e che potevamo riprendere più tardi, magari quella notte stessa.

“Allora non mi ami quanto sostieni e millanti”, scherzò.

Stimolato da questa magnifica provocazione, lo scrivo per i disgraziati giovani di oggi che prendono il viagra, feci, facemmo l’amore ancora un paio di volte. Quindi andammo a cena tutti contenti, al ristorante dell’hotel Aranybika[1], nel centro della città, dove avevo dormito la notte del luglio del 1966, quando, con una scassata Seicento Fiat  arrivai  per la prima volta, spaesato e spaventato, nella sconosciuta cittadina ungherese dove avrei passato alcuni tra i mesi più belli della mia vita. Ma allora non lo sapevo. Era già notte e non fui nemmeno capace di trovare l’Università nascosta nel grande bosco.

 Sicché passai in quell’albergo la prima notte di Debrecen.

 


 

[1] Significa “toro d’oro”.

[2] Cfr, Cardarelli, Estiva, 7.

[3] Zeu;~ d ‘ a[mudi~ brovnthse kai; e[mbale keraunovn (Odissea, XII, 415)

 

[4] Virgilio, Eneide III, 395. I fati troveranno la via.

[5] Cfr. Pindaro: gevnoio oi|o~ ejssiv" (Pitica II  v. 72), diventa quello che sei.

 

 

[6] Virgilio, Eneide III, 395. Ci sarà, invocato un dio

[7] Cfr, Euripide, Baccanti 307.

[8]Cfr, Virgilio,        Eneide  VI, 304. già piuttosto vecchio, ma la vecchiaia è tosta e verdeggiante. Sono tornato da un giro ciclistico del Peloponneso, un migliaio di chilometri con montagne erte e discese vertiginose. Un caldo fra i 35 e i 45 gradi. E me ne vanto, come vedi, lettore.

[9] Eschilo, Prometeo incatenato  210.  Una sola forma di molti nomi. Prometeo invoca Tetide e Gea, la Magna mater, sua madre.

[10] Cfr. Eschilo, Agamennone 160.

[11] Storie 21, 1, 19. E’ dio che dirige i voli degli uccelli.

[12] quod in adulto flore sectarum est indicium frugum (Ammiano Marcellino, 22, 9),  cosa che è simbolo delle messi recise quando sono mature   

 

[13] Aristofane fa dire a Strepsiade che nessuno degli uomini del pensatoio di Socrate per economia si è mai fatto  tagliare i capelli o si è unto il corpo o è andato nel bagno a lavarsi:"oujd& eij" balanei'on h\lqe lousovmeno"" (Nuvole , del 423,  v. 837). il Coro degli Uccelli (del 414) più specificamente qualifica Socrate come a[louto" (v. 1553),  non lavato.

 

[14] Cfr. Adriano Augusto: Ego nolo Florus esse.

[15] Cfr. Sofocle, Edipo re  660.

[16] Cfr. Omero, Odissea V, 65.

[17] Cfr. Ovidio, Metamorfosi, VI, 97.

[18] Cfr. Petőfi, La puszta d’inverno.

[19] Cfr. Sofocle, Aiace, 857.

[20] Cfr. Ovidio, Metamorfosi II, 154.

[21] Dante, Purgatorio XIII, 19-21. Cfr. anche Manzoni, Adelchi II, 3: “Era mia guida il sole”. Anche un autore cristiano deve riconoscere il nesso tra il Sole e Dio.

[22] Magda Szabó, Il vecchio pozzo, p. 25.

 

[23] T. Hardy, Tess, trad. it.Mondadori, 1987, p. 80.

[24] Cfr. Petronio, Satyricon 23.

[25] Magda Szabó, Il vecchio pozzo, trad. it, Einaudi, Torino, 2011, p. 29-30.

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