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Helena Sarjantola, una storia d’amore

quarto capitolo

di Giovanni Ghiselli

IV capitolo

La aspettavo dunque. E pregavo. “Dio fai che Elena mi ami. S’io meritai di te assai o poco[1]. Ricompensami. Finora ho sofferto senza diventare cattivo. Ho preso botte e non ho picchiato, sono stato ingannato e non ho detto bugie, sono stato umiliato e non ho mai offeso nessuno. Ora è giunto il momento di raccogliere i frutti. Do ut des: ipse amari opto[2]. A Pesaro, nel liceo Terenzio Mamiani, passavo i compiti di greco e latino ai somari, dalla quarta ginnasio  all’esame di maturità, con rischi non piccoli, eppure, siccome aborrivo i putridi luoghi comuni degli ignoranti di quel borgo cimiteriale , la moribunda sedes Pisauri[3], dicevano che mi davo delle arie insopportabili; perfino le donne di casa  mi trattavano come se fossi del tutto inameno, probabilmente per tenermi al guinzaglio il più a lungo possibile. A un certo punto mi sentivo così monco e contraffatto che quando udivo urlare un uomo o latrare un cane[4] pensavo che ce l’avesse con me. A Bologna dove arrivai nel 1963, sprovveduto, disorientato e spaesato, quando chiedevo informazioni, mi sono sentito addirittura dare del “busone” da studenti felsinei in vena di battute volgari e del tutto inappropriate. Sicché, Dio benedetto, ti ringrazio di avermi reso giustizia, già quasi del tutto, attraverso questa splendidissima femmina umana, di avermi reso decente, anzi piacente di aspetto, di avermi insomma miracolato. Mi sto insinuando nel favore di me stesso e mi ci conserverò.

Domani, se, appena sveglio,  non troverò uno specchio dove possa vedermi tutto intero, ammirerò la mia ombra ben fatta camminando nel sole[5]. Con l’amore di questa donna sto recuperando l’amor proprio, e pure quello dei miei parenti che non mi hanno compreso, né io avevo compreso”.

Intanto stava uscendo dal collegio la bella donna con il suo vestito bianco, leggero, morbido ma attillato tanto da metterle in superbo risalto il seno, grande e turgido di nutrimento spirituale per l’anima mia. Sotto, le fasciava la vita sottile, i fianchi rotondi, mentre le lasciava scoperte dal ginocchio in giù le gambe diritte, tornite, le caviglie sottili, il piede piccolo leggermente calzato. OiJ me;n  povde~ ajstravgaloiv teu[6], pensai

La tunica senza maniche lasciava vedere  le candide braccia liscissime, mentre le copriva le spalle armoniose e, sopra, orlava il lungo collo sottile, sostegno della piccola testa dai folti capelli corvini che incastonavano il volto minuto, ovale, dai lineamenti fini e dolci ma pieni di luce e fortemente espressivi. “Lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno”[7].

Ci incamminammo verso la radura con il piccolo lago, raccontando a turno la nostra giornata, passata nell’attesa e nella speranza di incontrarci da qualche parte. Ci ascoltavamo a vicenda, ci guardavamo con occhi che traboccavano simpatia, ammirazione e amore. Mi raccontava della sua terra, delle solitudini dei boschi dove lei camminava ascoltando le voci di una natura ancora pulita. Mi descriveva con entusiasmo, ma senza enfasi, gli aspetti più belli della Finlandia: i tanti laghi orlati di alberi dove d’estate si specchia il sole che illumina e scalda il giorno, e, più tardi, fa rosseggiare le notti; i colli iperborei della Lapponia dove si può sciare fino a maggio inoltrato sulla neve che scintilla e sfavilla nella lunghissima luce già estiva. E mi parlava della città dei suoi studi, Yväskylä, circondata da boschi, dove in autunno le foglie delle betulle fanno esplodere tutti i colori. Quella donna benedetta amava la natura e la vita: era della mia razza, della gens cui appartengo per scelta, della stirpe che nonostante le difficoltà e le tante tribolazioni vissute, ho sempre considerato la mia.

Mii raccontava anche del suo compagno cui voleva bene come a un fratello, dell’università dove aveva studiato letteratura e storia con serio impegno, del lavoro che faceva con passione poiché amava gli studenti e loro la contraccambiavano vedendola impegnata a educarli. Parlava con semplicità, quella semplicità bella che è complessità risolta, quella prudens simplicitas, la semplicità accorta che è anche signorilità. Non c’era nessuna affettazione in lei, nessuna posa, nessuna ricerca della mia approvazione.

Voleva farsi conoscere com’era, in trasparenza. Ottima è l’acqua[8] pensai.

Voleva farmi entrare nella sua vita. Io la ascoltavo con tutto l’interesse di chi vuole diventare partecipe della vita raccontata, e non la interrompevo se non per rivolgerle qualche domanda e approfondire la conoscenza. Poi venne il mio turno di farmi conoscere e riconoscere, attraverso le parole. Le parlai della nostra terra varia,  bella e inquinata, del mio lavoro che mi piaceva, siccome provavo interesse per l’educazione e per i miei allievi. Insegnavo  le frasi belle degli autori bravi per raffinare il senso estetico degli alunni, quindi il pensiero e le idee degli autori, anche discordanti , in modo da stimolare il pensiero critico dei miei ragazzi, invogliandoli comunque a scegliere il bello invece del brutto, il bene invece del male, e così via.

“Che cosa è il bene?” mi domandò.

Risposi che fa parte del bene tutto quanto favorisce la vita.

Cercavo anche di insegnare il coraggio di confutare i luoghi comuni privi di fondamento razionale e reale. Cercavo di capire, di imparare, di fare tante cose, ma la meta più alta, il bersaglio massimo della mia ricerca  era lei, Helena, la finnica bruna che un demone buono mi aveva fatto incontrare là, nella grande pianura ungherese.

La bella donna aveva sul volto un sorriso calmo, di soddisfazione profonda.

Quella sera di luglio, nella foresta di Debrecen, Helena Sarjantola disse che stava imparando ad amarmi. Allora, invece di baciarle le mani benedicendola, ebbro e frenetico di gratitudine, ricorsi a un’astuzia indegna dell’uomo che mi proponevo di sviluppare in me stesso, un artificio di cui avevo sperimentato l’efficacia in passato: dopo un paio di frasi generiche, quasi insulse, dissi che oramai si era fatto tardi, che il giorno dopo c’era lezione e, dunque, si doveva tornare in collegio. Quindi mi alzai, quasi di scatto, dalla panchina dove ci eravamo seduti. In realtà non era tardi: era, sì e no, mezzanotte, l’aria era calda, il cielo sereno, e comunque durante il mese “debrezino” di studio-vacanza, ma più vacanza che studio, non era abitudine mia né dei miei amici andare a letto prima delle due.

Infatti, rientrato in collegio, rimasi alzato a scherzare giovanilmente con Claudio, tornato dalla festa in giardino, e con Alfredo, reduce dall’avere “puntato” non so quante Russe, fino alle prime luci dell’alba che a Debrecen in luglio appaiono verso le tre. A volte anzi a quell’ora partivamo dal collegio per andare a Hortobágy, sul ponte di nove arcate, a vedere il sole sorgere  sopra la grande pianura deserta e priva di alberi.

Avevo giocato o “mistificato”, come si diceva all’epoca, con l’angelo mio.

Non avevo ancora la forza di essere me stesso fino in fondo, di diventare quello che sono, accettando il mio volto in quanto finalmente convinto che nessuna maschera potrebbe renderlo più bello. Finiti i lazzi più o meno osceni con Claudio e Alfredo, inconditi ioci non privi di battute pesanti sulle donne presenti in quell’oasi felice di amore e di studio, più amore che studio, andai a sedermi sul grande tavolo della stanza compresa tra le due camere a quattro letti, e scrissi che volevo fare l’amore con Helena impiegando tutte le forze dell’anima mia. Un’anima dissociata evidentemente. Nel salutarmi mestamente lei mi aveva detto che i suoi dolori di ventre si erano acuiti: perciò il giorno dopo sarebbe andate alla clinica delle donne “pregne e malate”. Tale scritta campeggiava sul frontone dell’edificio.

Allora, commosso e un poco pentito del mio calcolare, le avevo detto: “Conta su di me per qualsiasi cosa, in qualunque momento tu abbia bisogno di aiuto io ci sarò”.

In quel momento mi era apparsa piccola, indifesa, bisognosa, e avevo sentito per lei una sollecitudine autentica, piena disinteressata. Mi ero ricordato di essere un uomo, non un buffone. Quella femmina umana che si fidava di me, era mia figlia, e questo completava il sentimento d’amore che la figura materna già mi aveva ispirato.

Scrissi queste parole: “Helena mi piace come mai prima nessuna. Mi piace più di mia madre. Mi piace più parlare con lei che fare casino con Claudio e Alfredo. Mi piace perché è una mamma affettuosa e intelligente, è una sorella splendida, è una figlia adorata. Domani faremo l’amore, ne sono sicuro”. Poi andai a letto. L’aurora già tingeva di rosa tutto l’oriente.

                

 


 

[1] Cfr. Dante, Inferno, XXVI, 80-81

[2] Cfr. Catullo, 76, 25 Ipse valere opto, io voglio avere salute.

 

[3]  Catullo 81, 3., quel mortorio di Pesaro. Definizione che vale ancora per i mesi autunnali e invernali.

[4] Cfr. Shakesperare, Riccardo III, I, 1.

[5] Di nuovo Riccardo III (III, 1). E’ riuscito ad attirare Lady Anne della quale ha ucciso il marito e il suocero.

[6] Teocrito, X, 36. I tuoi piedi sono astragali, cioè piccoli e ben fatti. Queste parole fanno parte del canto di Buceo, un mietitore molto innamorato.

[7] Leopardi, A Silvia, 26-27.

[8] Cfr. Pindaro, Olimpica I, 1

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