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Helena Sarjantola, una storia d’amore

sesto capitolo

di Giovanni Ghiselli

VI capitolo. L’amore, la lettera di addio. La sera del 4 agosto 1971. La tentazione.

Due giorni più tardi, mercoledì 28 luglio 1971, dopo avere parlato a lungo, dopo avere provato sempre più forte il desiderio e il bisogno che avevamo l’uno dell’altro, avere sentito la nostra empatia fino alla trasfusione  delle anime, alle dieci di sera facemmo l’amore in uno dei quattro letti della camera numero 4 lasciata a nostra disposizione dai tre amici con i quali la dividevo.

La nostra felicità era oramai di poco intervallo superata da quella divina.

Non ci sembrava e non fu un atto contrario alla morale o alla natura, poiché eravamo innamorati, e lei diceva che non aveva deciso se lasciare maturare nel ventre suo il seme ricevuto in un tempo dimenticato, da un uomo lontano, in un luogo remoto.

Tuttavia tre settimane più tardi tornò da quell’uomo, poi  lasciò maturare il seme ricevuto da lui.

A me, che continuavo ad amarla, mandò, in ottobre, le fotografie della nostra estate che non poteva essere dimenticata.

Vi aggiunse queste parole:

Hej Gianni,

I have just got these photo of the last summer, memories of it..

The colours are not very good. Now my life is all right. I am married (2,9) and happy. I love very much my husband and now we together only wait for our baby. I am always working as teacher in a middle school and I have much to do: 30 hours week only for lessons. But Saturday and Sunday I am free and I can see my man. Now he is working in another town. But in the spring we shall live again together in Yväskylä and in february we shall get the boy. I wish you the most happy time! Good bye.

26-10-71                                 Helena

A queste sue frasi brevi, per niente ambigue, anzi molto chiare, aggiungo una traduzione per chi non conoscesse la lingua.

Ciao Gianni,

ho appena ricevuto queste foto dell’ultima estate, ricordi di lei.

I colori non sono molto buoni. Ora la mia vita va molto bene. Io sono sposta (2, 9) e felice. Io amo molto mio marito e ora noi due insieme pensiamo solo ad aspettare il nostro bambino. Io lavoro sempre come insegnante in una scuola media e ho molto da fare: 30 ore alla settimana solo per le lezioni. Ma sabato e domenica sono libera e posso vedere il mio uomo. Ora lui lavora in un’altra città. Ma in primavera noi vivremo di nuovo insieme in Yväskylä e in febbraio avremo il bambino. Ti auguro una vita del tutto felice! Arrivederci

Helena

Lì per lì ci rimasi male.

Il 20 agosto, quando ci separammo alla Keleti Pályaudvar, la stazione orientale di Budapest da dove partono i treni sui quali vidi salire in lacrime le finniche mie, e vidi la fine di alcune gioie tra le più luminose di questa mia vita mortale, Elena era afflitta e piangeva come le altre, ma non contraccambbiò il mio indirizzo. Disse che non aveva ancora deciso che cosa avrebbe fatto in Finlandia: che avrebbe visto e ci avrebbe pensato. Poi mi avrebbe fatto sapere. Aggiunse che aveva pure problemi di cambiamento d’alloggio. Io non piangevo. Le dissi soltanto: “spero di incontrarti ancora”, ma avevo capito che non l’avrei vista più in questa vita terrena e mortale. La stessa cosa capìi  all’alba  del 14 ottobre del 2011, un lunedì, quando salutai la mamma morente e partii da Pesaro per fare lezione a Bologna. Sentivo che non le avrei viste più e comprendevo che era bene così. Elena non poteva trapiantarsi in Italia: non avrebbe avuto di che riempirsi la vita stando al mio fianco senza un lavoro suo. La mamma novantottenne aveva avuto una serie di ictus da aprile in avanti e non ne poteva più di soffrire. Aveva smesso di mangiare da dieci giorni. Non era più vita la sua, come non sarebbe stata confacente alla Sarjantola la vita che poteva fare in Italia.

Volerle ancora con me sarebbe stato egoismo mio.

A tutte due sono grato: una mi ha dato la vita e mi ha sostenuto fino a che ne ho avuto bisogno, l’altra mi ha reso più felice, più sicuro, più bello nell’aspetto e più buono nell’anima

Concludo questa storia ricordando un episodio di quell’amore antico, un eventum, un accidente esterno,  che mi ha educato ed è diventato un coniunctum, una qualità congiunta al mio essere.

La sera in cui Elena mi insegnò a essere onesto e buono con lei, con le mie donne future, con tutti gli esseri umani, e con me stesso, era il quattro di agosto.

C’era una festa nella casina del tennis; eravamo in molti sulla terrazza del pimo piano: Fulvio corteggiava la sua futura moglie con serietà; noi altri maschi italiani,  io,  Tamino, Alfredo, Ezio, Claudio, il povero Bruno Mela e Tristano si beveva non poco e si cialtroneggiava, motteggiando non finemente le femmine non italiane, in italiano. Ballavamo con loro, ma ogni tanto ci radunavamo in un angolo per schernire la gente, soprattutto le ragazze straniere.

Le coprivamo di epiteti impietosi: il porcone, la sfregiata, la vecchia, la gobba, la troia, la paralitica, la sifilitica, la mutilata dell’Università estiva di Debrecen, secondo la consuetudine infame del maschio italiano sessualmente frustrato e affamato.

Eravamo anche imbevuti dell’antifemminismo illogico e immorale della tradizione ebraico-cristiana e greco-latina purtroppo, raccolta e riproposta da diversi scrittori moderni malevoli verso la vita, per esempio il suicida Weininger, e il suicida Pavese che qualche anno prima era stato di moda. Irridevamo dunque le ragazze e ridevamo sguaiatamente. Beceri e stupidi assai.

La bella e fine Sarjantola a un tratto trovò insopportabile quel nostro comportamento volgare e cretino. Disse che era stanca e voleva andare in camera per riposarsi; più tardi, se si fosse sentita meglio, sarebbe tornata. Tanto quelle feste al casotto del tennis duravano tutta la notte. Non me lo chiese, ma forse sperava che la seguissi, che fossi stanco anche io di quei fescennini obbrobriosi fattti di lazzi plebei, battute volgari, offese crudeli lanciate vigliaccamente, anonimamente, in una lingua incomprensibile ai più, anzi alle più. Disse che se io fossi rimasto lì a lungo e lei non fosse tornata, ci saremmo visti il giorno dopo, negli intervalli tra le lezioni. Molto scortesemente non l’accompagnai, poiché provavo un piacere perverso nel maledire le femmine umane, il sale della terra, in compagnia degli altri maschi imbecilli male educati e frustrati. Prendevamo di mira questa o quella donna e, in coro stonato, molto peggiore di uno stormo di corvi gracchianti,  ripetevamo  “la sfregiata, la gobba, la sifilitica, la puttana, la storpia, la pelata, la canuta, la sfigata di Debrecen”. E giù due sghignazzate.

Io veramente, pur nella mia stolta ed empia ingratitudine all’ottimo e grandissimo dio che ha creato le donne proprio come sono fatte e che per giunto mi aveva donato la bella Sarjantola, a un tratto provai una certa vergogna di comportarmi così; ma non tanto, come avrei dovuto per ragioni morali, quanto per una questione di stile, di gusto che sentivo marcio e velenoso, quasi fisicamente e fin dentro la bocca; perciò cercai e trovai l’occasione per cambiare attività. Mi accorsi che una ragazzina francese, conosciuta solo di vista e di nome, una diciottenne bellina e piuttosto fine, Jousiane, mi stava guardando con occhi splendenti di simpatia. Lo sguardo dell’adolescente  crepitava di vitalità.

Attirato e incuriosito, andai a domandarle perché mi osservasse e sorridesse così simpaticamente. Glielo chiesi in modo molto diretto. Fisicamente mi sentivo in gran forma, affettivamente e sessualmente avevo le spalle coperte dalla Sarjantola: potevo rischiare anche un secco rifiuto dalla luccicante fanciulla che, in tal caso, avrei considerato una bamboccia senza cervello.

Invece la ragazza rispose che voleva conoscermi poiché amava il greco e il latino e aveva saputo che li avevo studiati nell’antica Università di Bologna. La invitai a ballare ma avevamo poco da dirci: il suo amore per le lettere classiche era superficiale e io, dopo due anni di insegnamento alle medie, le stavo dimenticando.

Dicevamo luoghi comuni infarinati di classicità. Però lei era bellina assai, gentile, elegante. La trovavo molto attraente. Forse desideravo una figlia dopo avere trovato la madre. Un virgulto odoroso di carne giovane, aulentissima, lievitante, preziosa. Il desiderio della donna-figlia si sarebbe ripetuto nella mia carenza di progenie.

Soprattutto dopo l’abortimento effettuato da Päivi, la finnica del 1974. Ma questo magari lo racconterò più avanti.

Rebus cunctis inest quidam velut orbis[1].

Dopo qualche minuto di ballo, ci sentimmo stranamente legati da qualche arcano e ambiguo  vincolo culturale, o razziale, o scolastico: la fanciulla si sarebbe iscritta a lettere classiche in autunno, o forse, più semplicemente, ci piacevamo. Fatto sta che lei mi guardava negli occhi con un sorriso per lo meno accattivante ed io, inebriato dagli aromi della sua giovinezza, e da quelli di alcune palinke alla prugna, le sussurravo lusinghe come “tu sei intelligente, bellina, colta, profumata, preziosa”.

Lei rilanciava dicendo che mi aveva visto correre a mezzogiorno, nello stadio, classicamente, cioè quasi nudo, abbronzato, leggero e potente, con un ritmo e una forza che le ricordavano quelli degli agonisti celebrati dalla dorica lira di Pindaro.

Le lusinghe funzionano sempre e ne ero molto compiaciuto, ma, probabilmente, più che attirata dalla mia persona e da quanto facevo o dicevo, la ragazzina era stuzzicata dal pensiero, caro alla sua vanità adolescenziale, che l’adulto già accoppiato con una donna matura, il professore bravo, intelligente e sportivo quale credeva che fossi, travolto dalle sue grazie fiorenti, dai suoi vezzi freschissimi e dolci, arrivasse a umiliare la bella compagna e se stesso. Io ne ero molto tentato e avevo cominciato a parlarle dell’orto botanico e degli alberi strani, di fiori mostruosi dal nome latino scritto in un cartello che forse, per certam lunam sub luce benigna[2], poteva essere letto con piacere da noi due, amantissimi della classicità.  

Ubriacato dall’aulente fanciulla, e pure dal vino e dalle palinke, rischiavo di perdere la donna che avevo convinto a contraccambiare il mio amore in nome della felicità e della crescita umana di entrambi. Il mio demone buono mi trattenne, ma la tentazione fu grande. Mentre con la testa confusa sotto il cielo stellato mi domandavo se era il caso di stringermi forte al petto la graziosa che da parte sua aveva accostato la sua faccia alla mia, mentre Ezio e Alfredo da dietro le spalle della francesina mi facevano segno di non lasciarmela sfuggire, mentre mi domandavo se tradire Elena mi avrebbe procurato maggiori piaceri o rimorsi, a un tratto sulla terrazza del caminetto del tennis, sotto la luna incerta, nella luce maligna, apparve la donna matura: aveva il volto stanco e l’aria infelice, come se fosse davvero disgustata o malata.         

 

g.ghiselli@tin.it


 

[1] Tacito, Annales III, 55. In tutte le cose c’è una specie di ciclo.

[2] Cfr. Virgilio, Eneide, VI, 270.

 

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