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Helena Sarjantola, una storia d’amore.

Helena Sarjantola, una storia d’amore in 10 capitoli e uno aggiunto

di Giovanni Ghiselli

I capitolo - L’incontro alla “festa della conoscenza” nell’Università di Debrecen.

Partii da Pesaro il 18 di luglio. Feci il viaggio con Claudio parmense con la nera Volkswagen decappotabile, a tetto scoperto di giorno. Ero contento come un bambino: senza sapere perché. Se avessi previsto che il compagno di scuola, di strada e di qualche bagordo,  avrebbe perduto il lavoro e sarebbe finito in galera accusato di infamie su infamie, e se avessi immaginato che  nella città universitaria dell’Ungheria orientale stava arrivando da lontano, proprio incontro a me, la donna bella e fine che cercavo da anni, non sarei stato allegro e spensierato, ma dispiaciuto per Claudio, e felice, pieno di felicità per il dono della Sarjantola, la meravigliosa creatura di Yväskylä, la cittadina universitaria della Finlandia centrale.

 A Debrecen dunque, il 20 luglio del ’71, incontrai la terza finnica della mia vita. Mi piacque subito per l’aspetto, nello stesso tempo florido e nobile; poi la ascoltai parlare, ne osservai lo stile, ne apprezzai il valore raro, e me ne innamorai; quindi mi feci conoscere come persona e riuscii a piacerle; infine facemmo l’amore.

La vidi nel grande cortile dell’Università la sera della “Festa della conoscenza”: apparve vestita di colore bianchissimo, bianca la pelle, ma neri i capelli e neri gli occhi dal taglio obliquo. Scintillavano di energia spirituale,  non erano solo due brillanti scaglie di mica[1].

Era bella, fine, sicura di sé.

Aveva una femminilità di razza. Di pura razza umana.

Avevo riconosciuto in lei la forma che mi era piaciuta  per prima, quella delle donne mie consanguinee: la mamma subito, poi le zie, la sorella, perfino la nonna delle fotografie. E in fondo, alla  fine dei conti, narcisisticamente, anche la mia.

La finnica aveva un’aria intelligente e matura: parlava con calma e decoro. Senza fretta, senza arie né smancerie, senza posare.

 Niente commedie né tragedie. Come i fiori non coltivati, i  gigli dei campi, e come le stelle del cielo che non hanno bisogno di orpelli, cosmetici, lifting cui ricorrono i brutti, i bugiardi, gli insicuri di sé.

Le persone che hanno scelto la propria natura, il proprio demone-destino- carattere, non fanno scene. Di questi ci si può fidare.

 Appariva, ed era l’antitesi delle mime volgari e il contrario degli snob: i peggiori, i maleducati, coloro che trasudano ridicola affettazione. Vogliono fare colpo sugli altri cercando di farsi credere diversi, più importanti di quello che sono.

Dalla sua persona uscivano, con naturalezza, strali di grazia nobile e antica.

Aristocratica era lei in quanto naturale: niente è nobile quanto la natura, la quale è più aristocratica di qualsiasi società feudale basata sulle caste.

Non aveva niente di servile né di artificiale.

Come l’ebbi notata,  e fui sicuro che mi piaceva quanto nessun’altra delle numerose femmine umane raccolte in quel luogo, mi avvicinai e mi presentai.

Rispose con cortesia. Bevemmo un bicchiere di “sangue di toro di Eger”, il vino rosso ungherese dal nome dionisiaco.

 Parlammo un poco, poi la invitai a ballare. Quando mi ebbe ripetuto il suo classico nome, guardai le bianche braccia appoggiate sulle mie spalle, le chiome negre che le ombreggiavano il collo e il vestito, fino al petto candido, vivido di barbagli lucenti, quindi, commosso, pensai: classica Elena dalle bianche braccia, dalle belle chiome, voglio piacerti e sentirmi accolto da te.

 

Piccola digressione: Helena Schejbalova

Ma ebbi anche un pensiero più concreto; anzi il ricordo incoraggiante di un successo erotico precedente. Sul mar Nero, nel luglio di quattro anni prima, una ragazzina sedicenne, di Praga, un’Elena anche lei,  Helena Schejbalova, mi aveva sorriso una mattina, mentre bevevo il caffè in un bar dove ero andato per allontanarmi dai compagni di viaggio, tre marchigiani simpatici ma  un poco cafoni, con i quali avevo avuto un screzio piccolo, non serio, da ragazzi quali eravamo.

 Era una biondina dagli occhi azzurri. Il suo sguardo colorò di celeste anche il sorriso che mi rivolse . Glielo contraccambiai, mi avvicinai ci presentammo

A parte l’eterno richiamo dei sessi, allora i  rapporti umani erano spesso cordiali. I giovani soprattutto  si guardavano con simpatia.

E non c’erano pugnali nei sorrisi degli uomini[2].

 Parlammo, facemmo amicizia  e riuscii a baciarla, ma non potei procedere: disse che era troppo giovane per  fare  l’amore.

Tornai al campeggio, dai miei compagni di viaggio, tutto contento e amichevole

La primavera successiva, quella magica del ’68, ci ritrovammo a Praga dove ero andato nell’ambito di uno scambio di collegi Universitari. Quello fu un anno in cui la gioventù aveva fiducia in se stessa e nelle forze positive, progressive della Storia. La fanciulla nel frattempo si era già iniziata al culto di Afrodite, la dea dal sorriso amabile, e vivemmo una settimana d’amore che allora non valutai abbastanza.

Io avevo un’Elena finché la mia disattenzione non la dimenticò.

Ma avrei avuto un’altra Elena e sarei stato meno disattento.

 Mi tornò in mente la più remota  molti anni più avanti, durante una  gita scolastica a Praga, intorno ai miei sessant’anni . Ero con una mia terza liceo, e gli allievi si trovavano in giro per conto loro, o con altri professori, colleghi che mi piacevano poco cui io piacevo anhe meno di poco.  Andai dunque da solo nella storica birreria Ufleku dove da ragazzo ero stato con lei, la ragazza bionda, sorridente dagli occhi celesti. Ricordando quella settimana remota e il dono di quella fanciulla, pensai che la mia vita era stata, era, un’avventura magnifica, piena di eventi belli, e piansi di gioia e di gratitudine.Ricnoscenza per lei, per le altre, non poche altre, e per il destino che mi era stato assegnato, o avevo preso  tra quelli disponibili.

Non sapevo, non saprò mai se ero stato io a scegliere il demone, o era stata Lachesi, la figlia di Ananche a sorteggiarlo per me[3].

Comunque ero felice e benedissi il demone mio.

 In quel tempo ero oramai  quasi  vecchio e abbastanza maturo per valutare i grandi  doni ottenuti con grande impegno, come Helena Sarjantola, e quelli  piovuti dal cielo, come Helena Schejbalova.  

 la fanciulla di Praga. Nel ’68 non fui abbastanza cosciente e grato di quell’offerta celeste, un’oblazione che cominciò a cambiarmi la vita in meglio. Ero ancora una specie di puttana che riceve i doni come potrebbero fare  le onde del mare se venissero seminate con chicchi di grano [4].

Ma  la  sera del 20 luglio del ’71 il ricordo improvviso  di quel sorriso caldo e luminoso  mi incoraggiò.

 

 Questa nuova Helena, la Sarjantola dunque aveva studiato lettere e le insegnava da un anno in una scuola media di  Yväskylä.  Avrebbe compiuto ventisei anni in settembre: aveva dieci mesi meno di me.

Le piaceva molto imparare e insegnare.

Amava la natura e la vita. La propria e quella degli altri. Questo è già un predicato di nobiltà.

Mi informava con precisione, senza parole di troppo, senza luoghi comuni. Parlava con semplicità elegante, non chiacchierava. 

 La trovavo simile e complementare alla mia persona: mi suggeriva e rappresentava l’idea della donna in grado di adoperare la propria indole e intelligenza, capace di non ripetere gli stereotipi rancidi continuamente impiegati dagli imbecilli, ottusi ripetitori della pubblicità che fa come Circe[5]: trasforma gli uomini, quelli che sembrano uomini, nei maiali che sono. Anzi, i maiali veri in confronto a certi cialtroni panciuti fanno la loro porca figura.

Elena mi piaceva e mi andava a genio quanto a ciascuno dovrebbe piacere il proprio destino. Quel mio destino dovevo ancora conquistarlo.

Però io a lei, nel primo approccio, non piacqui altrettanto: da come mi guardava e ascoltava, capivo che non l’avevo colpita con l’aspetto né con altro. Mi trovavo nella forma migliore: snello e abbronzato, ma non trasmettevo forza né sicurezza con il mio sguardo; il mio parlare non era abbastanza intenso e preciso, non aveva densità né bellezza, anche per via dell’inglese che conoscevo meno bene di lei. Non trovavo la forza di esprimere il meglio di me: la mia diversità dalla gente comune priva di logos e di pathos. Dovevo avere il coraggio di affondare lo sguardo, come un palombaro[6], dentro la mente per ricavarne qualche pensiero profondo, luminoso e semplice, privo di affettazione, degno di quella donna, e di me. Lei però non mi incoraggiava. Sentivo che stavo assumendo espressioni e atti imbarazzati. Le raccontavo soltanto con quale mezzo, per quale via, e con chi, ero arrivato il giorno prima dall’Italia, e cosa contavo di fare a Debrecen il mese seguente: molto sport, qualche lettura, e, magari, fondare un’intesa con una donna di valore, se c’era,  se la individuavo e  mi accoglieva. Non ebbi il coraggio di dirle: “con te o con nessun’altra”.

Non avevo la maturità per sapere che fare qualcosa presuppone essere qualcosa, e, a dire il vero, in quell’anno remoto non ero un granché, quindi non potevo fare chissà che cosa. Sapevo commettere qualche ribalderia giovanile forse con uno stile non del tutto volgare. Lascio il giudizio a te, lettore. Più avanti vedrai.

Aggiunsi invece che insegnavo in Italia, ma senza nemmeno accennare a cosa significasse per me l’educazione dei ragazzini; poi dissi che avevo letto dei libri buoni, senza nominarne alcuno e chiarire che cosa ci avevo trovato di bello.

Tanto meno osai dirle, forse neppure immaginarlo, che un giorno avrei scritto di lei qualcosa di bello, anzi “cosa non detta in prosa mai né in rima”.

Elena mi guardava con l’aria di chi pensa: “ e a me cosa vuoi che importi di questo? In che cosa mi riguarda?”. 

Vedevo che il mio livello di conversazione e la mia stessa persona non la interessavano punto. Mi ascoltava e rispondeva alle domande, ma non me ne poneva a sua volta, non rilanciava mai, tanto che per proseguire dovevo ogni volta, finito l’argomento, riprendere io l’iniziativa, e questo rendeva il mio parlare sempre più imbarazzato e meno sicuro; ogni minuto più forzato e opaco, a mano a mano che non mi faceva domande. Finché mi chiese se poteva tornare al tavolo dei suoi connazionali senza offendermi.

“Così mi annichilisci”, pensai, “altro che offendermi!”. Il mio cuore pompava fiotti di sangue pallido. Mi sentivo come arenato nelle secche della sventura, chiuso in una tana priva di luce, tetra e soffocante.

La caverna orribile dell’amore mancato, la spelonca piena di rimpianti.  

 “ Ma forse non è quella gran donna che sembra”, mi consolai.

Le risposi che andava bene, e l’accompagnai al tavolo della sua gente senza chiederle se voleva ballare di nuovo più tardi, perché non mi sembrava il caso di riproporglielo, proprio per niente.

Frustrazione, dolore, angoscia. Forse però potevo rifarmi. “La sorte è capricciosa, balzana, e fa salti imprevedibili, ma se il valore la imbriglia si lascia guidare”, pensai.

 La mamma talora indifferente o furente, le zie pretificate  e fasciste, la nonna imperiosa, le avevo domate dopo le prepotenze subite; con loro mi ero rifatto quasi completamente. Quella finnica bella e fine sembrava dotata di una potere benefico; ma allora, a maggior ragione, poteva, doveva arrivare ad amarmi, a unirsi con la mia natura, non del tutto ignobile forse, non proprio fiacca speravo. Lei sembrava una donna di grande formato e levatura; allora, in quell’ambiente di giovani disordinati, clerici vagantes dalle idee poco chiare, di uomini grigi e rassegnati, e di vecchi sfiaccolati, dove poteva trovare  un uomo, se non proprio in me?”

Così pensavo per rinfrancarmi.

 

Esageravo nel denigrare gli altri, facendone un mucchio deforme oltretutto, un impasto tellurico, per mettermi su un altare accanto alla mia dea, quella che si sarebbe rivelata quale magna mater, non mediterranea del resto ma iperborea. Madre anche del mio destino.

Invero l’ Università estiva di Debrecen ospitava giovani e meno giovani di qualità superiore alla media, una media per giunta che nei primi anni Settanta non era certo inferiore a quella dei decenni precedenti e successivi: allora tra le persone, soprattutto quelle di educazione accademica, circolava maggiore curiosità, cordialità, simpatia e facilità nei rapporti di amicizia e di amore. Si parlava retoricamente e pure politicamente, si cantavano canzoni politiche a preferenza delle goliardiche.

Insomma l’ambiente nell’insieme era bello e stimolante. C’erano anche persone valide dalle quali potevo imparare. Soprattutto c’erano tante ragazze squisite.

Ma in quei giorni avevo deciso che la magna mater et  magistra , e l’amore, doveva essere lei.

 

 Consideravo che c’era un mese davanti a noi e tante altre feste, varie occasioni per avvicinarla. Sì, perché guardandomi in giro, avevo già visto che se la mancavo quell’Elena lì, nessun’altra mi avrebbe mai compensato di tale fallimento. Certamente non in questa vita e probabilmente nemmeno nelle prossime cento. “Grandissima figa spirituale o pneumatica”-pensavo- all’epoca senza ironia. “Bella, fine, sublime, predestinata a me ab aeterno.

La sua anima non è come quella dei maiali e di tanti che sembrano uomini. Avevo imparato  dallo stoico  Cleante che i porci hanno  l’anima (e[cein th;n yuchvn) invece del sale (ajnq j aJlw`n), solo perché non imputridiscano  le loro carni, escrescenze di corpaccioni pigrissimi, come le pance di certi otri ambulanti che paiono esseri umani.

“Voglio farmi tornare in mente le cose interessanti che ho imparato e raccontargliele-pensai-Devo impressionarla, vincere la sua ritrosaggine.

Dare spettacolo con le parole, come ho imparato dalle tragedie di Seneca.

Dammela, Dio, dammela. Cosa ti costa? Non l’hai creata tu stesso, con le tue mani, così bella e fine apposta per me? Per chi se no? Dio, se me la dai, te ne sarò grato per sempre; sempre crederò in te e celebrerò il tuo nume ogni due giorni, anzi tutti i  giorni che vorrai regalarmi, Dio buono. Il mio altare fumerà almeno dodici volte all’anno di olocausti santi, per te. Se non me la dai, invece, potrei degradarmi, bestemmiare, ingrassare, e andare con la nera Volkswagen scoperta, sul lungomare di Rimini, a insultare le puttane, forsennato, sconvolto dal doloroso delirio,  ubriaco fradicio Questo magari no, no in ogni caso. Bestemmiare nemmeno, poiché infamare gli dèi è odiosa sapienza[7]. Allora dammela, Dio santo, tu che mi hai aperto anzi tempo[8] le porte del carcere cieco della caserma dove mi facevano lavare i piatti di giorno e stare sveglio davanti al muro di cinta con il fucile scarico in spalla  quasi tutte le notti perché avevo detto a un commilitone infame, tal Gariboldi, che ero comunista, e quel fascista aveva fatto la spia. Ma tu, dio della giustizia santa mi hai salvato con un anno di anticipo, il 15 maggio scorso. Sotto nobili gioie anche la pena gravida di rinascente rancore, muore, finalmente domata. Come scrisse qualcuno, Pindaro forse.

 Ora rendimi interessante agli occhi di questa  femmina finnica, una femmina umana di grande formato!

Anzi questa donna è il modello delle forme: ha la bellezza di Afrodite, la mente di Themi, la favella di Atena !”.

 Così pregai, con franchezza, senza ironia che non si addice a chi ama.

Dio mi guidò, Dio mi esaudì. Del resto le mie divinità sono state, volta per volta, le donne, le femmine umane che ho amato.

Mentre pregavo così, quasi a mani giunte, la guardavo con aria seria e sospirosa dal tavolo non poco chiassoso degli Italiani a quello sospiratissimo delle Finlandesi: Elena parlava pacatamente con un paio di sue connazionali sbiadite. Notai che  non fumava. Era perfetta, era la mia dea, la mia donna era lei. Mi scusai con gli amici storici che nell’estate del ’71 erano tutti a Debrecen. Andai  a controllare la forma mia in uno specchio del gabinetto. Non ero male. Fisicamente ero nella condizione migliore: molto magro, abbronzato, con i capelli bruni bruni e corti, ancora un poco militareschi che tuttavia mi donavano; portavo senza lacrime le lenti a contatto e avevo un vestito azzurro che si intonava bene con  il colore assai scuro della mia pelle da etrusco adusto dal sole che mai mi ha lasciato sbiadire. Anche in caserma trovavo il modo di prendere il sole. Avevo i colori e le sembianze corporee dalla mamma mia, Luisa Martelli, una ragazza bella, speciale, di Borgo Sansepolcro, il paese di Piero, quello della Madonna del parto[9], della Resurrezione di Cristo, e di altro.

Gli occhi azzurri di Luisa no, purtroppo, non li avevo presi, ma andava bene lo stesso. Mi piacevo abbastanza. Non ero male per niente: infatti passando in mezzo ai tavoli per andare verso gli specchi dei gabinetti, avevo notato che diverse fanciulle mi guardavano con simpatia, e questa è la prova migliore, l’unica, che sei in buona forma e puoi piacere[10]. Ringraziai la mamma mia benedetta. Andava bene così. Con gli occhi azzurri magari mi sarei montato la testa e avrei peccato di u{bri~.

Mi confortai: la bella donna non mi aveva scartato per via dell’aspetto, altrimenti mi avrebbe scansato subito e completamente, come stava facendo con alcuni giovanotti petulanti che la invitavano a ballare; no, Elena aveva provato noia della mia parola banale, priva di qualsiasi  bellezza. Con l’eloquio vuoto di idee e privo sentimenti avevo aggiunto squallore al silenzio. Come fa la gente comune, e lei, come la mamma mia, non era una persona comune. Io nemmeno. Dunque potevo trovare un rimedio. Una donna siffatta esigeva e meritava il meglio di me. Motivo di più per amarla. Era un’impresa ardua, del resto ogni cosa difficile ributta l’uomo imbelle. E viceversa.

  Mi venne in mente, ancora una volta, Pindaro che nell’ Olimpica I racconta l’impresa di Pelope il quale per conquistare Ippodamia deve battere, in una gara furiosa su un cocchio tirato da cavalli, il sanguinario padre di lei, Enomao[11], l’assassino dei pretendenti ogni volta sconfitti.. L’eroe eponimo del Peloponneso, la notte prima dell’agone rischioso pensa, e prega così il dio Poseidone:

“Dato che è necessario morire, perché uno dovrebbe

smaltire invano una vecchiaia anonima seduto nell'ombra

senza parte di tutte le cose belle? ma questa

gara giacerà sotto di me: tu dammi propizio l'evento"[12].

 

Per vincere la mia gara dunque, per evitare una sconcia disfatta, dovevo trovare il modo di farmi ascoltare con interesse in un secondo incontro con quella donna bella e cosciente del bello, dovevo piacerle  tanto da farla giacere nuda con me nudo in un letto, cosa che è il solo rimedio al dolore della carenza amorosa. Dovevo espugnarla.

 Era dunque necessario  preparare una conversazione più intensa, più densa e pastosa; un logos più profondo e più alto, un pathos pieno di vita, parole e pensieri sublimi, com’era lei nella mia valutazione, forse eccessiva ma atta a stimolare tutte le mie energie migliori. I miei slanci amorosi dovevano avere il fascino di figure retoriche geniali. un fraseggiare di brevità, di bellezza e di forza[13];   con meno di tanto non potevo farcela. Dovevo quel successo al prosieguo della mia esistenza terrena.

“E il vincitore per il resto della vita

ha una dolce serenità”[14], mormorai.

Poi tornai al tavolo degli Italiani, non lontano da quello dei Finnici.

 

“Siamo alle solite Gianni, punti le finniche”?, mi domandò il povero Bruno Pera, già sacro alla morte non tanto lontana. Una sorte molto amara ai miei occhi, anche se il personaggio non mi era del tutto simpatico.

 “Sì, certo”, risposi con disappunto, “perché, a te fanno schifo?”

“No” disse “ma mi sembri ripetitivo, fissato, e anche un poco razzista”.

Era un rivale, un donnaiolo del resto meno attento di me alla qualità.

Lui non cercava l’identità nell’amore: aveva una fidanzata in Italia che lo raggiunse pure.

“Questo è l’anno della degradazione!”, gridava ogni tanto, facendo anche gesti bizzarri, chissà perché.

 

Digressione brevissima in memoria di Bruno, il ragazzo romano morto ante diem.

Forse Apollo, o la  Pizia seduta  sull’ombelico del mondo,  gli avevano sussurrato il destino, e ne sentiva la pala spietata già vicina ad arrotarlo, a travolgerlo, e gli dava voce, con macabra preveggenza.

Del resto, povero Bruno, hai evitato la degradazione della vecchiaia che ora mi incalza assai da vicino. Pensa che mi sono tagliato i baffi nerissimi che avevo allora e mi stavano bene, come i tuoi a te. Bianchi facevano schifo alle donne giovani che ci piacciono tanto. A te non sono venuti. Non gliene hai dato tempo. Finché sei stato al mondo, piacevi alle donne. Non meno di me, lo riconosco. Eri un rivale degno. Del resto piacevamo a tipi diversi e ci piacevano tipe diverse: mai ci siamo scontrati.

Anzi, ricordo che quell’estate, la nostra ultima estate comune notasti che io, come te, mantenevo la linea, mentre Claudio era diventato “un cesso d’omo”.   

 Con i capelli me la cavo ancora: ho solo qualche filo bianco. Spero che tengano duro, i capelli neri e il delicato filo della vita. Atropo ha spezzato il tuo troppo presto. 

 

Claudio disse soltanto: “bella sì, ma non guzza mica”.

“Te lo faccio vedere io”, pensai senza dirlo. Sarebbe stata ybris infatti replicare con tanta iattanza.

Ripresi a guardare la finnica bella e fine, con sguardo un poco obliquo per  non darlo a vedere. L’avevo presa di mira e non volevo che se ne accorgesse.

 Parlava di rado, senza bere alcolici, sempre senza fumare e senza scomporsi. Consideravo il non fumare un predicato di nobiltà. Allora era raro, come ora non avere, o non usare in pubblico il telefonino.

Scandalizza gli idioti.

 La vedevo come un’immagine dipinta già dentro di me. In seguito seppi che non beveva e non fumava anche perché sospettava di essere incinta. Forse per lo stesso motivo mi aveva concesso così poco tempo, e agli altri corteggiatori ancora di meno. Ma in quel momento non lo sapevo, e avevo bisogno di attribuirle ogni virtù, in modo che se mi avesse dato il suo assenso, avrei potuto farne un idolo, o almeno un modello da imitare per precisare la mia identità e rendere migliore me stesso.

 La guardavo senza ascoltare i miei amici e impiegavo tutte le energie della mente per capire come potessi arrivare a lei di nuovo; questa volta però andandole a genio. Ne avevo bisogno. Non potevo fallire. Per crescere, per diventare un uomo, dovevo succhiare in senso fisico e metafisico le sue ubertose mammelle[15].

La bella donna sembrava piuttosto spaesata e disorientata in quell’ambiente di ragazzi, di sposati e di vecchi dove io invece  avevo già fatto esperienze di amicizia e di sesso, se non proprio di amore, e avevo ricordi importanti. Potevo fruire di un certo vantaggio.

Ripresi a incoraggiarmi mentalmente: “Dai Gianni ché ce la puoi fare. Dai, che tu non sei male; anzi sei l’unico della sua levatura. Pensa agli altri italiani. Claudio, a parte lo stomacane, non è brutto, è colto, e non è stupido, ma è un goliardone che fa del casino; la sua insensibilità pachidermica di certo non si confà a quella femmina umana. Luigino è un raffinato, ma, per fortuna, è un finocchio, un cinedo tra i più sdilinquiti: lo chiamiamo “Natica svelta” senza sua offesa ; Danilo da Romano beve e rutta, brancola ebbro, e sospira per gli alcolici amati, se li sogna anche di notte”.

 

Danilo  digressione breve

Ricordai un episodio, per farmi venire del buonumore.

 Una mattina l’ubriacone professionista era steso nel letto, a pancia in su, a bocca aperta. Sembrava che non respirasse. Non capivo se era morto oppure, come al solito, ebbro. A un tratto  si  svegliò piangendo e gridando: Dioniso gli aveva riempito la mente di furore mandandogli in sogno la visione di una bottiglia di Tocai caduta  e  rotta. Raccontò,  tra le lacrime, che aveva visto il liquido prezioso e amato scorrere e   sparire bevuto dalla terra permeabile e ghiotta. Il meschino non si saziava di gemiti e lamenti.

“E’ il vino, è il vino che manca”, ripeteva sconsolato. “Dovevo berlo subito!”

“Se vuoi, vado a strizzare dell’uva per te”, cercai di consolarlo. Invano.

Una volta gli dissi di non dare troppo a vedere il suo vizio: a Padova un bidello dell’Università, richiesto di lui, mi aveva detto che quella mattina non l’aveva visto: probabilmente era andato nell’osteria a bere un goccetto. Il custode aveva parlato con un tono tra lo scherzo e il biasimo di questo compaesano del fosco Ezzelino. 

L’amico mi guardò trasecolato e disse: “ma che bidello e custode! Si chiama Giovanni, è un mio amico, e tante volte andiamo a bere in compagnia!”. Replicai solo dicendo: “anche io mi chiamo Giovanni!”, poi tacqui,  siccome le sue parole mi parvero ebbre.

   Ricordavo questi episodi ridendo tra me, senza pietà per il poverino.

 

Poi tornai a valutare il presente: “Fulvio ha adocchiato quella studentessa italiana arrogante, un inganno mascherato, per ora, con l’intento malsano di farne la sua sposa adorata. L’apparenza  violenta la verità, e il risveglio per l’amico infatuato sarà molto amaro”.

 Quando la ragazzotta graziosa e prepotente sarà priva di maschera e si sarà rivelata quale una delle tre Erinni[16], allora non gli piacerà più, e le loro nozze, se saranno inopportunamente avvenute, avranno un sapore cattivo. Quindi  lo sposo pentito andrà a piangere sulla riva del mare, come Odisseo a Ogigia, quando gli venne a noia Calipso.

Ermes, mandato da Atena:"lo trovò seduto sul lido: mai gli occhi/erano asciutti di lacrime, ma gli si struggeva la dolce vita/mentre sospirava il ritorno, poiché la ninfa non gli piaceva più la ninfa, ejpei; oujkevti h{ndane nuvmfh "[17] Un esempio di semplicità, verità e spontaneità. Una spiegazione di quattro parole. Senza chiacchiere aggiunte”.

 

Fulvio altra digressione breve

 

Qualche anno più tardi infatti Fulvio mi confessò che andava a piangere sul molo del porto di Chioggia invocando: “Debrecen, dove sei, e voi amici miei, dove siete? ”, Rimpiangeva il tempo perduto  .

Ma nell’agosto del ’71, istigato da lei, partì dall’Ungheria senza salutare nessuno e per due anni non si fece vedere.  

 

All’epoca Fulvio non voleva figurare nel numero degli scapoli malfamati e si  assoggettò all’amore di una forsennata, come il sire Agamennone con l’invasata Cassandra[18].

 

 

“Eh sì, eh-diceva ogni tanto-a una certa età, la nostra, uno deve sposarsi. ”.

“Davvero?” facevo io e procedevo sulla mia strada peccaminosa, senza temere che il fuoco del cielo scendesse sulla mia testa di peccatore. Certamente non il fuoco di Sodoma sterminatore degli uomini-donna.

Del resto ce ne sono ancora tanti. Per fortuna. Più ce ne sono, più noi donnaioli ne siamo contenti, per via della minore concorrenza.

 

 

 Ma torniamo a quella sera di luglio e al pensiero che passava in rassegna i possibili  proci di Elena.

“Bruno, il romano, è belloccio, non posso negarlo, e fisicamente potrebbe anche piacerle, ma grazie a Dio, non sa parlare l’inglese ed è troppo estroverso, incline alla fanfaronata anche cafona: per una donna siffatta colui non è abbastanza distinto, lo riterrà un ciarlatano da fiera; Alfredo non può piacerle: è troppo depresso e insicuro, ricorda l’homunculus venuto al mondo solo a metà, cosa stranissima[19]; Mario, il napoletano è grasso assai, e gozzuto. Per giustificarsi dice “ho preso da mammà”, ma di fatto, in rebus ipsis, è più incline al cibo che a qualunque altra cosa; la mente intronata di Fausto non riesce a connettere verbo con verbo.

Molti sono, come lui, teste  svigorite[20] che  vanno vagando, prive di coscienza, o al massimo dotate di una semi-coscienza crepuscolare,

 Tristano corteggia le donne con un’aria da seminarista. Così  becca solo le vecchie[21].

 Ezio ci prova sempre in maniera claunesca: quando va da ciascuna  a chiedere: “Akarsz táncolni, akarsz  táncolni?[22], strizza l’occhio furbetto  e compie una ridicola piroetta roteando come su un piede cavallino. Quindi si ferma e parla, a lungo,  con l’eloquenza delle marionette. Non ha molto senno sotto la zazzera. Le corteggiate il più delle volte gli ridono in faccia”.

Esageravo così, fluttuando  tra l’iperbole e il  paradosso, facendo mentalmente caricature spietate  anche degli amici per farmi coraggio.

 “I maschi stranieri- pensavo anche con presunzione tipica del gallismo nostrano-, non contano: non sono tanto interessati alle femmine, e comunque non sono arsi dal fuoco sacro di Eros, come te, vecchio mio”.

A dire il vero, una volta un ragazzo finlandese mi aveva detto che si eccitava soprattutto quando vedeva scaricare da un camion casse di liquidi alcolici.

Forse anche per questo avevo messo nel mirino in primis le femmine finniche tra le altre straniere. Le italiane non erano ancora abbastanza emancipate dal perbenismo sessuale. In confronto al cigno cui assimilavo Elena, le connazionali mi parevano oche mal pennute e stridule.

Naturalmente esageravo.

 

Digressione breve: la Moraccia di Modena e Claudio.

Una sera una di loro, una Modenese detta “la moraccia”, si affacciò a una finestra dicendo che lei e le sue amiche dell’Università di Bologna a Debrecen si annoiavano a morte. All’epoca era fidanzata di un  giovane canuto che un giorno venne a prenderla e in seguito  sarebbe diventato famoso. Noi lo canzonavamo per la chioma precocemente  bianca, sempre molto curata,  il cui albore spiccava vieppiù in contrasto con i capelli nerissimi e un poco appiccicosi di quella ragazza.

Claudio che tra le donne disponibili beccava di tutto, dal prato posto tra i collegi gridò la sua litania arcidiabolica: “per forza, perché non guzzate!”, e la moraccia strapazzata si ritirò con sdegno, non senza gridare con voce da stridula strige ferita: “maleducato!”.

“Sì, però io guzzo e non mi annoio”, replicò il donnaiolo ancora impunito.

Claudio beccava qualsiasi donna non facesse troppe storie. Una volta una quarantenne, all’epoca una vecchia per noi, gli chiese di aspettate un poco dicendogli: “a fiuk nem tudnak várni”, i ragazzi non sanno aspettare.

Stavano facendo del petting appoggiati al muro di un collegio, o a un albero, al buio.

Il dispettoso drudo se ne andò con un ghigno beffardo,  lasciandola con le mutande a metà delle cosce.

Le urla e le maledizioni della donna abbandonata risuonarono per tutto il campus universitario, alle due della notte.E noi ci facemmo due risate.

 

 Quella sera cruciale io continuavo a pensare:“ Elena esige uno stile non pagliaccesco, vacillante o rumoroso, ma razionale, dolce e sicuro. Perché quella donna è bella e ordinata. Una chiara fusione di eros e logos.

 Gianni Ghiselli, in questa confusione, ci sei solo tu di adatto, di congeniale a lei. Ragiona e ringrazia Dio, chiunque egli sia[23]. Ci sei solo tu. Altrimenti avrebbe accettato di ballare con altri. Invece è ancora seduta là. Anzi, ora ti ha perfino guardato. Ciao, sapessi quanto ti amo, profumata creatura, tesoro dagli aromi soavi!

Adesso calma, Ghiselli, però: se agisci con senno, se non perdi la testa o le lenti a contatto, se non ti ubriachi, non ti lasci andare a mangiare, non ti ingaglioffi andando a fare casino con gli altri, se non ti accontenti di un baccanale corrotto con una cialtrona qualunque, quella gran figa spirituale, quasi un ossimoro vivente, la becchi tu. E’ iscritta nel tuo destino. Lei può correggere le rotazioni della tua testa e armonizzarle con il giro delle stagioni, degli astri, del cosmo. Magnifica, magnifica. Splendore della sera di festa. Questo dì è già solenne e verrà inciso nelle tavole degli Annali della tua vita.

 Stai calmo però. Per oggi non invitarla più. Sì, ha accettato di ballare con te e ora ti ha anche guardato, per carità, non dico di no, ma non invitarla. Dai retta. Sì, d’accordo è la tua femmina, è destinata ab aeterno per te, è della tua levatura, è cosmica, è una sintesi di natura e di spirito, quello che ci vuole per te e la tua ricerca nostalgica di tale incontro, ne sono sicuro coglierà il bersaglio tanto bramato, le sue mammelle ti nutriranno lo spirito e non solo, vedrai,  ma ora non fare l’idiota: non devi invitarla con suppliche vischiose e inutili, da perfetto imbecille. La voglia è grande, quasi cannibalesca direi, ma ora la forza tua è quella di un pigmeo. Devi acquistarne altra con la riflessione. Ascolta il tuo demone, che poi sono io, non trasgredire.

Tempus tacendi. Devi prepararti un discorso colorito ma non superficiale, colto eppure originale, forte ma non arrogante, ricco di pathos senza essere querulo. Chi può darle tanto? Nessuno, a parte te. Anche tu sei un gran figo, se ce la metti tutta. Dai retta al tuo demone, non contaminarlo con l’impulsività delle bestie.

 Proprio tutta però devi mettercela, Gianni. Nemmeno all’inerzia devi lasciarti andare, neanche a cercarne una meno rara, preziosa, difficile.

Difficile, sì. Chiama a raccolta tutte le forze, le capacità, le arti angeliche e diaboliche in tuo possesso.

 Tra voi due ci sarà un alto agone di natura fisica e mentale , una gara davvero olimpica. La vittoria di entrambi sarà l’unione, fisica e mistica, una gioiosa ierogamia. Questa volta non puoi sbagliare una sillaba, anzi nemmeno una virgola”.

Ondeggiavo tra il pessimismo, l’esaltazione  e l’autocorrezione ironica del superomismo.

Dovevo provarci di nuovo, più avanti. Senza fretta funesta, fonte di calamità, e pure senza ozio cattivo, quello che lascia passare l’occasione, sempre “calva di dietro” purtroppo. Sapevo che non potevo permettermi di sbagliare né di perdere tempo.

Mi vennero in mente dei versi di Mimnermo:

" Ma di breve durata è come un sogno

la giovinezza preziosa; e la tremenda e deforme

vecchiaia subito sul capo è sospesa,

odiosa insieme e spregiata".

 Quaranta anni più tardi, grande mortalis aevi spatium, una grossa porzione  della vita mortale,  nel luglio del 2011, sarei tornato a Debrecen, quasi vecchio oramai, tuttavia in bicicletta, con una pedalata di 1200 chilometri in 8 giorni, e avrei ricordato come un sogno quella sera, tutto quel mese della mia giovinezza preziosa,  quando potei godere in pieno del favore degli dèi. 

 

Intanto nell’attesa soffrivo, ma intuivo che la sofferenza portava intelligenza della situazione[24]. Se volevo interessarla, dovevo oltrepassare il personaggio che pure con grande sforzo e discreta soddisfazione avevo già raggiunto, senza però essere  diventato ancora una persona: in quel periodo lontano ero piuttosto contento di avere costruito in me stesso il giovane uomo non  sgradevole, presunto elegante, non senza qualche nota di sprezzatura, dotato di alcune letture buone, di un’automobile simpatica, quasi originale per l’epoca, di denaro in quantità sufficiente per invitare a teatro e a cena una donna ogni tanto, e questo anche grazie ai mezzi che mi elargivano la vecchia nonna e le zie, le anziane tiranne, oramai domate e ridotte a dispensiere generose del mio benessere materiale. “Sorelle Materassi”,  le chiamava la mamma.

 Ebbene Helena Sarjantola, con il suo stile nobile e maturo, cosciente di sé, mi fece capire che nella mia umanità dovevo trovare qualcosa di meglio del dandy di provincia, del giovin signore raffinato che volevo sembrare e non ero. Avevo bisogno di una donna siffatta per diventare quello che sono. Avermi aiutato a trovare dentro di me una persona migliore, ossia più buona, più intelligente, autentica e lieta del personaggio che cercavo in vari modelli esterni, per imitarlo ed esibirlo agli altri, è stato il grande dono suo.

 Gliene sono grato ancora, dopo più di quarant’anni da quell’evento. Ci voleva quella creatura di nome e formato classico, Elena dalle bianche braccia, dalle belle chiome, per provocare una nuova maturazione mia a quasi ventisette anni: se non l’avessi incontrata, probabilmente avrei continuato per chissà quanto tempo a fare il ragazzo carino, piacente, quale ero diventato dopo anni di esercizio in tal senso: sorridente e un poco ridicolo, incipriato di alcune letture citate spesso, anche a sproposito, esibite pacchianamente come l’automobile strana, le magliette firmate, le scarpe di marca costosa, alternate con altre dalla suola bucata da comunista chic ma noncurante dell’abbigliamento, e l’appartamentino di lusso nella piazza centrale di Padova, una nicchia da fighetto. All’epoca ero, in qualche modo, fortunato, ma non certo felice. Difettavo di autenticità e di realtà.

Da fighetto potevo trovare ragazze a loro volta carine, ma senza esigenze di stile davvero elegante, di pensiero profondo quale attribuivo a quella finnica che, conosciuta da poco, stava transvalutando, cioè rivoluzionando la mia scala di valori fasulli, piccolo borghesi e infantili.

La realtà era cosa più seria, moralmente più seria di me.

C’erano diverse femmine appetibili quella sera di luglio, la ismerkedèsi est [25], nel grande cortile dell’Università, dove Eros ci aveva riuniti in tanti proprio per farci conoscere; alcune poi erano decisamente belle: ad esempio Katalin, la ragazza ungherese conosciuta nel ’68 , quando era ancora fanciulla diciottenne. Nel 1971 non era  più tanto pulzella, né come esperienza né come atteggiamento: nel frattempo si era sposata. non bene, e quella sera sembrava avere voglia di cornificare il marito spregiato, e proprio con me, se non erravo nell’interpretare il tono aspro, cattivo, che usava con  lui, e le occhiate incoraggianti, i caldi sorrisi ammiccanti che mi indirizzava. Avrei potuto vivere un’avventura piacevole e piccante con l’indigena venusta e procace, godere di quelle natiche belle, per giunta agghindate, da callipigia, ma costei non aveva nulla di fine, e io sentivo la necessità della Sarjantola per crescere ancora.

Katalin per giunta non era contenta di sé e a me non andava di piacere a una donna che non piaceva a se stessa.

 

 Così mi tenni impegnato per tutta la “sera della conoscenza” a studiarla, onde trovare in me le parole adatte per impressionarla, per lasciare un impronta nell’anima sua  durante l’ incontro successivo. Poi magari pure  un segno di vittoria in quel corpo bianco e formoso che compendiava il cosmo. Un trofeo per entrambi.  Riguardo a Katalin, che venne a invitarmi più di una volta, offrendomi anche un numero di telefono, non coniugale e domestico, ma galeotto, cercai di prendere tempo, per vedere se prima di accettarne o rifiutarne l’oblazione, per niente sgradita, potevo avere una seconda occasione con l’altra, la femmina umana, anzi più che umana: nel mio sentimento Elena  era piena di  grazia, piena di Dio, foriera di un destino buono, del fato che, solo, era mio. Era, goethianamente, l’eterno femminino che doveva trarmi verso l’alto[26].

 Annusavo come un cane dalle buone narici. Fiutavo una serie di eventi favorevoli, da non lasciarmi scappare. Contavo sulle capacità della mia mente e del mio carattere.

La luce del mio intelletto non doveva disperdersi, ma focalizzarsi su quella donna, illuminarla e scaldarla. La forza della mia intelligenza doveva manifestarsi diritta come un raggio di sole, o come una freccia, e colpirla. Senza farle del male però.

 “Il futuro verrà” mi dissi, ricordando Eschilo[5], e mi avviai verso la camera e il  letto, da solo.

Salutai gli amici: “Avete ragione ragazzi, sono fissato con le finniche.  Vado a letto in anticipo per pensare a quest’ultima senza essere disturbato da contubernali molesti quali voi siete. Buona notte”. “Fai bene a pensarla da solo, tanto non guzza!”, ripeté Claudio battendo sul tavolo il suo pugno freddo, da diavolo.

 Un augurio sinistro che non mi smontò, anzi ravvivò il mio desiderio.

“Il demonio è l’infernale personificazione della negatività”, mormorai.

 Poi a voce alta dissi:“Tu Claudio ora per me sei e{n ti tw`n ajdiafovrwn[27], una cosa di quelle indifferenti, di cui non tengo alcun  conto”.

Uscii e mentre passavo accanto alla fontana, variopinta, illuminata da luci colorate pensai: “il successo delle prossime mosse mi aiuterà a trovare la via. Non sono un sapiente, ma alcune cose le so”.

Andai a letto. Ero solo e sospiroso, ma il guanciale non era pieno di sassi[28]. Né conteneva uno zoccolo di giumenta [29]. Magari delle mammelle La vita imita l’arte, pensai, non l’arte la vita[30]. Mi addormentai speranzoso. Abbastanza.

 

[1] Vuoi ballare, vuoi ballare? 

[2] Cfr. Omero, passim

[3] La sera della conoscenza. 

[4] Cfr. II capitolo.

[5] To; mevllon h{xeiAgamennone, v. 1240

Note:


 


[1] Cfr. Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, p. 397.:"Se pensassimo che gli occhi di una ragazza come quella non sono che una brillante rotella di mica, non saremmo così avidi di conoscere e di unire a noi la sua vita. Ma sentiamo che quel che riluce in quel disco pieno di riflessi non è dovuto unicamente alla sua composizione materiale; che sono, ignote a noi, le nere ombre delle idee che quell'essere si fa a proposito delle persone e dei luoghi che conosce…le ombre, anche, della casa in cui rientrerà, i progetti ch'essa fa o altri han fatti per lei; e soprattutto che è lei, con i suoi desideri, le sue simpatie, le sue repulsioni, la sua oscura e incessante volontà".

 

[2] Cfr. Shakespeare, Macbeth, II, 3

[3] Ognuno di noi, secondo il mito di Er, prima di tornare sulla terra, si sceglie il proprio demone. Platone,  alla fine della Repubblica  (617 e) fa dire a Lachesi, la vergine figlia di Ananche:"oujc uJma'" daivmwn lhvxetai, ajll& uJmei'" daivmona aiJrhvsesqe", non sarà il demone a sorteggiare voi, bensì voi a scegliere il demone.

 

[4] Cfr. Alceo chi fa doni a una puttana è come se li gettasse nelle onde del mare canuto (fr. 117 Voigt).

 

[5] hJ suw`n morfwvtria , Euripde, Troiane, 437.

[6] Cfr. Eschilo, Supplici407 divkhn kolumbhth`ro~.

[7] Cfr. Pindaro, Olimpica IX : “ejpei; tov ge loidorh'sai qeouv"-ejcqra; sofiva” (vv. 37-38).

[8] Il mio servizio militare è durato un centinaio di giorni: poco più di tre mesi invece di 15. Lo interpretai come il segno di un destino buono. Più tardi lessi con queste parole in un Saggio autobiografico di T. Mann, e me ne compiacqui: “Dovevo fare il mio anno di servizio militare che però si ridusse a tre mesi…Il medico curante di mia madre conosceva l’ufficiale medico competente”. Anche a me è andata così. Più o meno.

[9] Questa veramente si trova a Monterchi, una quindicina di chilometri da Sansepolcro.

[10] Non la pensa così Giocasta nelle Fenicie di Euripide. La donna domanda al figlio Eteocle: “pensi che essere guardati sia segno di valore? (periblevpesqai timion; ;) Secondo lei è kenovn, cosa vuota (kenovn) v. 551.

[11] Il momento che precede la partenza è raffigurato dalle sculture del frontone orientale del tempio di Zeus a Olimpia.

[12] Pindaro, Olimpica I, vv. 83-84 tradotti quasi letteralmente.

[13] Cfr. V. Alfieri, Vita 4, 2.

[14] Pindaro, Olimpica I, vv. 97-98, tradotti letteralmente.

[15] Cfr. il Faust I di Goethe: “Natura illimitata, dove stringerti? Voi seni, dove? Voi, sorgenti di ogni vita da cui la Terra e il Cielo pendono, cui questo petto esausto tende”  (Notte).

 

[16] Megera, probabilmente. Le altre due sono Aletto e Tisifone.

[17] Odissea V, 151-153.

[18] Cfr. Euripide, Troiane, 414-415.

[19] “Gar wundersam nur halb zur Welt gekommen”, Goerhe, Faust II, 2, Notte di Valpurga classica. 

[20] Cfr. Odissea, XI,29.

[21]  Ma, sia detto a suo onore, senza bisogno del Viagra che in quel tempo non c’era.

[22] Vuoi ballare, vuoi ballare?

[23] Cfr. Eschilo, Agamennone 160.

[24] Cfr. Eschilo, Agamennone 177 tw` pavqei mavqo~, attraverso il dolore la comprensione. Poi Ovidio: “Dolor hic tibi proderit olim” (Amores, III, 11, 7) Un giorno questo dolore ti sarà utile.

 

[25] La sera della conoscenza

[26] Sono le ultime parole del Faust II: Das Ewigweibliche-Zieht uns hinan ”.

[27] Cfr. Marco Aurelio, A se stesso V, 20.

[28] Cfr. Euripide, Troiane,  508.

[29] Saxo Grammaticus,Gesta Danorum,   3, 6, 11.

[30] Cfr  La decadenza della menzogna di Oscar Wilde. 

Cfr  La decadenza della menzogna di Oscar Wilde. 

 

28 ottobre  2012    giovanni ghiselli g.ghiselli@tin.it>

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