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Helena Sarjantola, una storia d’amore

secondo capitolo

di Giovanni Ghiselli

II capitolo - Il giro nella puszta e il dialogo nel bosco dell’Università di Debrecen

Dopo la festa della conoscenza, per due giorni interi non la rividi, né la sentìi, ma non smisi di cercarla con gli occhi e con le orecchie ovunque mi aggirassi, pensandola spesso: sul prato, nel bosco, in piscina dove nuotavo di giorno, allo stadio dove correvo la sera, dentro l’università, nella mensa. Non la incontravo, ma l’avevo in mente, e sentivo il bisogno ansioso di vederla, di parlarle ancora, di ascoltarla, per fare l’amore con lei e formare un modello dentro di me. Volevo entrare in comunione con lei per diventare migliore. Mi avevano colpito i suoi sguardi e i suoi atteggiamenti appropriati alle parole che diceva, piene di senso e non banali. Avevo invece dei dubbi sullo stile mio, sull’eloquio inadeguato alla sua bella persona,  e cercavo un’altra occasione per muovermi e parlare meglio: una sorta di esame di riparazione nella scuola dell’amore . Dovevo darle a vedere che non ero un uomo volgare, nemmeno banale: amavo l’amore, credevo nell’educazione, volevo sapere di letteratura, di filosofia, di cinema, di arte; avevo voglia di fare sport con metodo. Questo e altro potevo realizzare, se Helena mi avesse aiutato.

Ero molto innamorato di lei. La pensavo continuamente. Finché, due giorni più tardi la vidi di nuovo seduta nel Megaron, la sala centrale dell’Università. Parlava con una bionda. Eravamo al ricevimento del Rettore: la festa pomeridiana. Nel mezzo della sala c’era un tavolo grande coperto di piatti con dolci, e di bottiglie con liquidi vari, per lo più alcolici. Mi sentivo meno insicuro che alla festa serale: questa volta ero entrato sapendo già chi cercavo e che cosa volevo; inoltre nel pomeriggio estivo il salone veniva irradiato da un sole ancora alto attraverso il lucernario del tetto, e quando sono illuminato da una fonte luminosa, soprattutto se naturale, mi sento più bello e più sicuro che nella penombra, più capace di comunicare simpatia a chi mi piace, forse perché provo una gran simpatia per la fiamma del dio che nutre la vita. Il primo di tutti gli dèi, lo chiama Sofocle. Il dio Elio in effetti occupava il posto poi attribuito da Cristo: il solstizio d’inverno, più o meno il 25 dicembre, una volta era il dies natalis solis invicti.

A dire tutta la verità, quando vidi il termine fisso dei miei continui pensieri, sentii il bisogno di farmi coraggio con una palinka all’albicocca, una specie di grappa ungherese: infatti, nonostante la preparazione mentale, la benedetta luce estiva, e l’ottimismo di fondo, io con la bella donna che, probabilmente annoiata, dopo due soli balli con me, era tornata al tavolo suo, ero svantaggiato in partenza. Come nella vita del resto. Avevo cominciato da poco a risalire la china. Dovevo continuare.

Dopo avere bevuto, non a dismisura, e averla guardata con una certa insistenza, non proprio con fissità, ma in modo piuttosto tenace, senza del resto venirne contraccambiato, se non di sfuggita, mi avvicinai a lei mentre beveva una birra, con lentezza, e parlava piano, con calma alla vicina, verosimilmente un’altra finnica, bionda però, e non bella. La salutai con calore, ma sembrava non ricordarsi, o ricordarsi appena, di me; quindi, con fatica e imbarazzo, cercai di rammentarle il nostro incontro serale; poi, in modo diretto, giacché oramai era l’unica cosa da fare, la ratio extrema, dissi che io invece la prima sera l’avevo notata subito per il suo stile, e non l’avevo scordata neppure per un momento. Avevo passato due giorni aspettando di incontrarla di nuovo per dirle che avrei voluto conoscerla meglio. Volevo parlare ancora con lei.

“Quando?”, mi domandò senza intonazione retorica, guardandomi, del resto, con un’espressione di curiosità vagamente ironica. Sembrava volesse lasciare la scelta e l’iniziativa a me, visto che ero, e chissà perché, tanto interessato.

Comunque mi sentii incoraggiato non poco, e, sorridendo, risposi: “il più presto possibile! Adesso! Se vuoi, ti porto a vedere la puszta, la grande pianura senza alberi. Conosco una csárda dove suonano le danze ungheresi di Brahms, si beve del vino buono e si può parlare stando in pace. Sono sicuro che abbiamo qualche cosa, anzi molto da dirci!”.

Mi guardava con un’espressione quasi benevola, comunque non scoraggiante. L’altra mi fissava con gli occhi sgranati e poco espressivi: non capivo nemmeno se fosse in grado di comprendere quanto dicevo. 

“Se vuoi, puoi invitare anche la tua amica”, dissi, accennando con il capo alla biondastra imbambolata e piuttosto brutta, a dire il vero. “In questo caso, chiamo un mio amico italiano intelligente; così, in modo più vario, ci scambiamo notizie sulle culture, credo alquanto diverse, dei nostri paesi”.

Il tono doveva essere quello giusto: la Sarjantola, dalla prima curiosità generica, era passata a uno sguardo più attento, quasi di blando interesse . Anche l’idea di farla salire sulla mia automobile nuova e poco comune, mi faceva coraggio nella mia debolezza di allora. Helena mi aveva guardato con simpatia, finalmente: forse si era accorta che non ero brutto del tutto, né proprio cretino, né completamente volgare. Quindi, con tono ed espressione non avversi alla mia proposta, si rivolse in finlandese all’altra chiedendole cosa ne pensasse. La bionda tardava a rispondere. Allora Helena cominciò a parlarle in inglese, probabilmente per significarmi che potevo intervenire in favore del programma. Lo feci con foga, caldeggiando la puszta sconfinata, la caratteristica osteria di Hortobágy, i violini e i cembali degli zigani che suonano le danze popolari ungheresi e le danze ungheresi di Brahms. L’altra, l’attonita bionda che si chiamava Marja Liisa e sembrava intronata, continuava a fissarmi con gli occhi sbarrati, senza dire parola.

Allora io: “Va bene. Ora chiamo il mio amico”.

E la Sarjantola: “ ma sì, andiamo nella puszta”.

Veramente si poteva parlare anche lì, ma la puszta era un pretesto per andare via insieme e creare un precedente, magari con una complicità costruttiva, come quella instaurata con Fulvio, la prima volta di Debrecen, nel luglio , già allora lontano, del 1966. Corsi a chiamare l’amico, trattenendomi per non fare salti di gioia. Sì quella donna molto probabilmente era destino.

“Fulvio”, dissi concitato. “sono innamorato, amo, dammi una mano. Andiamo via con due donne, due finlandesi”. Glele indicai con un cenno forse pur troppo evidente. Fulvio, per sua cortesia e umanità, infatti era chiaro di quale delle due potevo volere  l’amore con tanto slancio, rispose: “sì vengo volentieri, però ti prego, lasciami la bionda dagli occhi di Medusa”. Gentile, gentiluomo di Parma. “Va bene, va bene”, lo incalzai, “io amo la mora”.

Così tutti e quattro salimmo sulla nera Volkswagen decappottata. Cercavo di fare bella figura anche guidando l’automobile. A metà strada Elena disse che da come mi comportavo alla guida sembravo una persona gentile e sicura. Ero tutto contento. Duravo fatica a non scoppiare di gioia. La bella donna, presa di mira dalle mie brame, dal bisogno del suo corpo e del mio riscatto, stava entrando in sintonia con me. Stavo recuperando l’amore perduto di mia madre, di mia sorella, delle mie zie. Attraversando la puszta con gli occhi umidi dalla felicità, notavo con simpatia le oche e le pecore bianche, gli enormi maiali neri, i girasoli verdi e gialli, i cavalli pezzati, le farfalle variopinte, i pozzi dalle lunghissime antenne; tutto con simpatia e gioia guardavo, perfino le grosse nuvole scure e acquose che da occidente minacciavano  pioggia a catinelle. Mi sentivo in armonia e in comunione con il mondo, come sempre succede quando si viene contraccambiati nell’amore o quando si crea qualche cosa di bello. Questo l’avrei fatto più avanti, se quella donna ispiratrice di sentimenti forti avesse riconosciuto e favorito il mio genio.

Arrivati a Hortobágy, distante da Debrecen una trentina di chilometri, entrammo nella grande osteria dove gli zigani suonavano violini e cembali.

Nella loro musica, già ascoltata negli anni precedenti in vari locali di Debrecen, sentivo fin dall’estate lontana del ’71, l’eco di un tempo remoto che però non mi induceva alla nostalgia, ma viceversa mi dava la spinta a procedere, “soffio possente di un fatale andare”[1], poiché confrontando il presente con il passato, trovavo un continuo progresso che non si sarebbe arrestato durante la mia vita terrena, forse neppure oltre la morte. Entrammo e ci sedemmo a un tavolo situato vicino a una stufa di maiolica o terracotta policroma, bianca e azzurra come una formella robbiana. Mi vennero in mente quelle viste alla Verna un pomeriggio che ero salito lassù durante un giro ciclistico della Toscana. La mattina ero andato a vedere la Maddalena di Arezzo, la Madonna incinta di Monterchi e la Vergine della Misericordia di Sansepolcro: semplici e belle, ideali e reali, dolci e risolute come la donna che  stava seduta di fronte a me. Quel giorno, le immagini di Piero della Francesca, il poverissimo letto dell’onesto Francesco, lo stesso Gesù che risorge , “accigliato colono imbalsamato dal sole”[2], mi avevano riconciliato con la religione cristiana, facendomi  antivedere una mia nuova nascita, grazie alle donne belle e fini che avrebbero donato gioia e conforto alle solitudini immense, alle fatiche erculee della vita da asceta pagano cui ero predestinato.

I tavoli e le panche dove ci eravamo seduti erano di legno scuro e massiccio, probabilmente lo stesso delle querce del grande bosco di Debrecen, visto che la puszta è del tutto priva di alberi.

Elena ordinò un caffè e dell’acqua, io lo stesso: volevo parlarle e ascoltarla con totale lucidità . Dovevo mettercela tutta per piacerle, e ce la misi, e fu sufficiente.

“Senti, Elena”, le dissi. “Ti chiami Elena, vero?”. La bella donna annuì.

Non dissi che Eschilo etimologizza il suo nome con “colei che distrugge le navi”, e ci mette per giunta “annienta gli uomini e le città”[3]. Infatti, a parte che l’etimologia è fantasiosa, io dalla bella donna mi aspettavo tutt’altro che distruzione: doveva essere quella che mi ricostruisce.

“Che cosa è l’amore per te?”. Le domandai. Molto direttamente, forse anche troppo, volevo saggiare il terreno della sua disponibilità erotica e dirle qualche cosa di incoraggiante all’eros, se, rispondendo, mi avesse dato la pur minima occasione di farlo.

“E’ un sentimento positivo: che la mia umanità si espande e comunica qualche cosa di buono agli altri. Io adesso lo provo individualmente per un uomo che mi aspetta in Finlandia, ma generalmente lo sento per tante persone, per tutte spero, e per ogni creatura vivente”.

Riflettei un momento su questa risposta, degna del suo modo di fare stiloso.

“Sì è in gamba come pensavo, è del mio stampo e della mia levatura. Purtroppo ha un compagno, ma non credo ne sia innamoratissima. In fondo l’amore singolo non esclude l’umanistico dal quale potrebbe ergersi l’individuazione per un’altra persona. Potrei essere io da come attentamente mi guarda.

Quindi, assecondando la mia speranza, domandò: “E per te, l’amore cos’è?

Scusami, non ricordo il tuo nome”.

“Gianni. Per me prima di tutto è emozione: esaltazione estetica dello spirito annoiato dall’ottusità e dalla disonestà dei più. Io non riesco ad amare “generalmente” le persone adulte delle quali in passato mi sono fidato troppo, e le conseguenze sono state penose. Caso mai, anzi senz’altro, umanisticamente amo i ragazzini, i miei allievi. Sì quelli li amo comunque, siccome non trovano ridicolo e innaturale che non diffidi di loro, che voglia aiutarli a crescere buoni e forti. I ragazzini mi curano l’anima[4]”.  Feci una breve pausa, poi conclusi: “Dell’amore individuale e sessuale penso che sia la cosa più importante del mondo. Se non lo fosse, la genesi non comincerebbe di lì, scrisse, a ragione, un poeta italiano suicida nel dopoguerra”[5]

Mi guardava con interesse sempre maggiore.

Poi disse: “Tu mi sembri un uomo strano, singolare. Già prima, osservandoti nel salone dell’università ho notato che hai qualche cosa di particolare negli occhi”. “Sono molto miope e ho le lenti a contatto” feci con ironia palese e con ostentata, del tutto falsa modestia.

Elena sorrise e continuò. “Ora quello che dici, mi conferma che non sei una persona comune. In te ci sono dolori molto sofferti, ma c’è anche qualche cosa di intelligente e di buono che può prevalere, se qualcuno ti aiuta”.

Colsi la palla al balzo, immediatamente, con una zampata da felino. “Aiutami tu. Tu puoi farlo perché mi piaci, mi emozioni, mi costringi a pensarti, mi stimoli a fare bella figura. Anche io in te ho visto qualche cosa di non ordinario, e fin dalla prima sera, quando tu non mi avevi notato”. 

“Non c’era abbastanza luce”, si scusò.

“Lo immaginavo. Io ti ho notata lo stesso, perché tu brilli, brilli di luce corporea, e brilli di luce interiore. Io…io credo che mi innamorerei di te senza riserve, se tu non fossi legata a un altro”.

“Già. Peccato che l’altro in me non veda quanto ci vedi tu”.

“Forse non siete abbastanza sintonizzati, dico spiritualmente”, azzardai, tutto contento.

“Può essere” fece con un sorriso tra l’ironico e il mesto.  “Scusa”.

E rivolse una domanda in finlandese alla biondastra che si trovava in difficoltà a parlare con Fulvio. Ero felice, ogni momento di più. Avevo trovato il tono giusto, atto a suscitare l’interesse non solo generico della splendidissima donna: procedendo metodicamente su questa via [6] potevo farla innamorare di me, e non proditoriamente o sadicamente, ossia per umiliarla e tradire la parola data, ma in buona coscienza e rispettando la santa fides, siccome io ero innamorato e sentivo che dalla comunione dei nostri corpi e dalla trasfusione reciproca delle anime poteva nascere in tutti e due una maggiore comprensione della vita e di quanto è umano, una intelligenza indispensabile per la crescita delle nostre persone e della missione di educatori che ci premeva. Mangiammo un piatto di carne senza le patate nemiche della santa snellezza. Sapevamo entrambi che l’aspetto ordinato fa parte del dovere dell’insegnante il quale rappresenta una figura emblematica  agli occhi dell’allievo. Ricordammo il disprezzo di Hanno Buddenbrook per gli insegnanti connotati dallo squallore[7].

Poi tornammo Debrecen nella notte nuvolosa, attraverso la puszta più che mai deserta. Arrivati nel campus universitario, davanti al kollegium, salutammo Fulvio e Marja Liisa che non avevano trovato modo, né voglia, di comunicare e si separarono subito. Noi due invece, i potenziali amanti, gli amanti in pectore già fervido, il mio almeno lo era, ci incamminammo per il bosco segnato da parecchi sentieri, verso la zona del laghetto con il ponticello di legno. Giunti là, sedemmo su una panchina sotto una quercia immensa, ai margini della radura. Elena mi parlò della sua vita in Finlandia, del suo lavoro che amava e del suo uomo di cui, invece, come avevo capito, non era innamoratissima; però voleva rispettarlo, disse, e gli voleva bene, particolarmente da quando, negli ultimi tempi, avevano quasi deciso di vivere insieme perché lei forse, molto probabilmente, aspettava un bambino. Quest’ultima notizia mi fece impressione, ma non fu un deterrente tale da farmi cambiare proposito. Anzi, il desiderio di unirmi a lei ne fu incentivato: all’amore si aggiungeva il gusto del proibito e quello della rivalsa: lei era bella e fine; di lui disse che era facoltoso, una specie di Puntila brechtiano, non colto, ma fisicamente prestante . Sentite queste parole,  il mio demone avido, magro, cupamente famelico, mi spingeva più che mai a corteggiarla perché si unisse con me e mi nutrisse con la sua carne bianca e sostanziosa, dopo avere abolito tutti i divieti di cui ero stato imbevuto in famiglia e in parrocchia, tabù che in passato mi avevano oscurato la gioia di vivere.

“Perché hai scelto quell’uomo?” Le domandai a bruciapelo.

“Perché è buono, mi dà sicurezza e il suo aspetto mi piace”.

 Dentro di me, gongolando in silenzio, anzi con aria compunta, notai che non gli aveva attribuito genio né intelligenza, le doti che alle donne di quella levatura piace al di sopra di tutte le altre.  Infatti sono qualità di rilevanza cosmica. La potenza suprema che attira le femmine umane belle e fini, Elena non l’aveva riconosciuta al suo compagno finnico, mentre in me la stava rilevando e potenziando dopo un’ora di conversazione.

La partita a scacchi dunque poteva procedere. Ero in vantaggio.

Per confermarlo, le domandai: “E’ intelligente il tuo fidanzato?”

“Crede di esserlo” rispose non senza ironia, aprendo la strada al mio trionfo, infondendo ulteriore coraggio al mio demone lupo affamato.

Sicché dissi: “Anche se tu hai un uomo e aspetti un figlio da lui, io ti amo, e sento che se tu mi ricambierai, noi ci rafforzeremo e diverremo più felici”.

“Forse non aspetto un bambino”, replicò,  “né rimarrò con lui. Sai, io non sono del tutto felice. A volte sento grandi dolori nel ventre. Quand’ero più giovane, da adolescente, mi hanno operata. Poi stavo bene, ma ultimamente, con l’interruzione delle mestruazioni, sono tornati i dolori. Un medico di Yväskylä, poco prima che partissi, mi ha detto che devo farmi vedere presto, qui a Debrecen. Potrei essere incinta, ma potrebbe essere cancro. Ho paura. Comunque devo fare una serie di analisi, cominciando dal test di gravidanza. Ho molta paura. Non sono sicura di aspettare un bambino, né di volerlo, e ho terrore di essere malata a morte. Poi ho altri timori”.

Qui si interruppe. “Cioè?” le domandai spaventato, commosso, eccitato. Quella donna era la femmina incinta: la madre, amata nobis quantum amabitur nulla [8], la mamma che finallora non era stata abbastanza affettuosa con me; era inoltre la giovane bisognosa di aiuto e conforto: la figlia che non avevo e non avrei mai avuto il coraggio di mettere al mondo; la donna intelligente, ammirata e desiderata: l’amante e l’amica quale mai avevo incontrato. Le  smancerose, le variopinte, le prive di stile, le loquaci scimmie di luoghi comuni in vari modi incrociate fino a quel momento non avevano mai suscitato un così grande e forte interesse nell’anima mia.

“Cioè non so parlare ungherese, e in clinica temo di non potermi spiegare”.

“Ti aiuto io”, proposi, “io me la cavo, anzi per te sarei capace di improvvisarmi eloquente anche in questa lingua magiara”. Non dissi “ostrogota” poiché l’ungherese e il finlandese hanno una lontana parentela. Sarebbe stato offensivo. Aggiunsi anzi che le mie parole si sarebbero accese di una luce chiarissima, riverberando la sua splendente bellezza.

Allora Elena mi prese la mano destra e disse: “Gianni, io non ho bisogno di un amante. Tu sembri buono. Possiamo essere amici, se vuoi. In ogni modo mi piaci: sei intelligente, sei simpatico, sei gradevole. Tu sai piacere, e io sto imparando a stimarti, a volerti bene. Però non deludermi con una richiesta che ora non posso esaudire. Adesso non lo farei con nessuno, nemmeno con lui”.

La guardavo con aria di assenso, e intanto pensavo: “Sembra un rifiuto, ma non lo è. Mi ha riconosciuto tutte le qualità per cui una donna ama un uomo. Mi chiede di non chiederle amore, mentre è lei che me lo offre. Sennò andava a dormire con l’altra, la scema. La faccenda della lingua ungherese è un pretesto, magari suggeritole dal fato, un’occasione offerta alla crescita della nostra intesa. I medici ungheresi o vietnamiti della clinica universitaria un poco di inglese lo sanno. Che noi due si faccia l’amore è destino. Dio stesso lo vuole e io non recalcitro mai al volere di Dio. Sono perfino disposto ad aiutarla gratis et sine amore, se il Fato lo vuole e lei davvero non può darmi nulla in cambio. Ma è molto, molto improbabile. Dopo qualche istante di riflessivo silenzio, le accarezzai i capelli e le sussurrai: “Non avere paura”. Mi guardò sorridendo a sua volta e disse: “Di te io non ho paura. Tu hai lo sguardo innocente”.

Intanto la luna, bianca come le braccia di Elena[9], era sbucata in mezzo alle nuvole, ma l’alta e vasta chioma dell’antica quercia non le permetteva di illuminare la nostra panchina, né di cospargere con luminosi diamanti i capelli nerissimi e molto folti[10] della mia donna. Il laghetto nel mezzo della radura invece splendeva nella notte che si andava rasserenando, i grilli sembravano suonare il preludio di un’opera piena di amore, le rane cantarne i duetti, i terzetti, i cori. Mozart, la voce di Dio. Avrei voluto unirmi a tutte le cose belle del creato. Elena a un tratto scostò la sua nobile faccia dalla mia mano, ma lentamente e guardandomi con occhi pieni di pathos, come se mi chiedesse di accarezzarle il cuore, cioè, più realisticamente, il seno opulento, invece del volto pallido, dei capelli corvini e della testa piena di dubbi, forse non senza dolore. Io intanto pensavo: “Sarà un’impresa ardua, però ne ho bisogno: questo successo mi serve per conquistare, con Elena, l’autocompiacimento necessario a realizzare le cose egregie cui mi sento portato. Mia madre non mi ha capito e amato quanto avrei voluto: quando ero bambino diceva che ero un piccolo delinquente, siccome la criticavo: l’avrei voluta perfetta, molto migliore di me, mentre era infantile, emotiva, capricciosa, e io, invece di accettarla com’era, volevo cambiarla, sbagliando. Con questa donna-mamma posso rifarmi, posso diventare l’arbitro di me stesso, della stima che ho fatto dipendere quasi sempre dagli altri, perché non ho avuto la forza di piacere del tutto a mia madre.

Ora faccio forza su questa femmina umana e sulla natura perché mi riveli i suoi propositi arcani.

Fatta questa riflessione, le domandai: “Perché mi trovi intelligente? Forse lo sono, però non credo di avertelo già dimostrato”.

“Io l’ho capito da quello che dici, da quello che non dici, da come ti muovi, da come riesci a diventare simpatico; parlando con te, imparo a stimarti; anzi, forse in questo momento non dovrei dirtelo, ma comincio a provare sentimenti buoni e forti per te”.

“Dunque non mi sono sbagliato”, pensai. Poi dissi: “Allora c’è davvero qualche cosa di grande, un’armonia già quasi visibile tra noi, un’intesa predestinata ab aeterno e forse illimitata nel tempo”. Volevo allargare l’apertura appena concessa, consacrando con l’infinito l’ipotesi del connubio, che, ora ne sono convinto,  era voluto dal Fato se lo aveva inserito nella serie delle cause che stoicamente e cristianamente, pur attraverso le difficoltà e i travagli, conducono a risultati egregi, latori di bene. Infatti l’armonia invisibile è più forte di quella visibile[11].

Poi ricominciai: “Io lo chiamo demone buono, destino favorevole che ci spinge ad amarci, o a volerci bene, se preferisci: forse noi siamo due spezzoni, metà e simboli di una persona una volta completa, poi divisa  perché troppo forte, come racconta Aristofane nel Simposio di Platone. Adesso, se ci uniamo di nuovo, recuperiamo quell’interezza di cui sentiamo entrambi la nostalgia struggente, e con il completamente dell’intera unità della nostra persona , raggiungeremo una felicità non inferiore a quella degli dèi del cielo”[12].

 

 

I miei sofismi con tanto di fuchi e calamistri, di ornamenti ascitizi[13], di citazioni e reminiscenze, ognuno di questi calcoli complicati ed esatti, dopo tutto stavano conducendomi alla spontaneità, se il risultato finale era, come volevo, diventare quello che sono al meglio, e compiere il mio destino realmente stabilito ab aeterno. Con quell’amore nel mio repertorio sarei diventato una persona migliore, più forte, che se fossi rimasto privo della comunione con Elena. Il massimo oggetto dei miei desideri, un oggetto soggettivizzato oramai, incluso in me stesso e in una sfera artistica, mi guardava con benevolenza sempre maggiore, ammirata, credo, anche dagli echi letterari, più o meno scoperti, mai dissimulati del resto, come puoi constatare, lettore. Anche io sentivo crescere l’intesa e l’ammirazione notando la sua sensibilità alle parole e alle idee. Cercai di baciarla avvicinando il mio volto al suo con calma: oramai mi sembrava un atto giustificato, quasi dovuto a me stesso e a lei; ma Elena dalle belle guance[14], con altrettanta calma, cioè senza scatti né sdegno, quando vide che mi avvicinavo alla sua agognatissima bocca, la scostò girandola a destra e disse:”Scusa, ma io non voglio essere tanto la compagna di un uomo dal quale oltretutto forse aspetto un bambino, quanto l’amante tua. Credimi, non ho ancora deciso che cosa farò. Proprio perché ti stimo e ti voglio bene, ti prego di non chiedermi di venire a letto con te!”

“D’accordo”, risposi, dopo un profondo respiro e avendo poco capito le sue ragioni. “Anche se mi dispiace molto e la rinuncia a te sarà il grande rimpianto della mia vita, credo di avere capito. Adesso torniamo in collegio; continuiamo a parlare domani.Vuoi?”

“Sì”, rispose, e, alzatasi, cominciò a camminare in silenzio, a testa bassa. Credo che le dispiacesse questa interruzione del dialogo da parte mia. Forse pensava che alla fine mi ero rivelato poco sensibile e poco intelligente in quanto non comprendevo le serie ragioni di una donna che, nelle sue condizioni, voleva parlare e sentire parlare un uomo senza fare del sesso con lui. Io con l’intelletto potevo averla capita, ma nell’insicurezza di allora, un’insicurezza tragica che del resto questo episodio mi aiuterà a superare in non piccola parte, lo dico con il senno di quarant’anni dopo e decine di amanti aggiunte, io, l’uomo non abbastanza capito e amato dalla mamma quando era bambino, se non fossi riuscito a fare l’amore con quella donna bella, fine, materna, mi sarei sentito umiliato nel misero orgoglio di maschio  frustrato che vuole dimostrare a se stesso e alla sua cerchia di valere qualcosa in quanto capace di portarsi a letto una femmina umana desiderabile e molto difficile, in quanto ostacolata da impedimenti seri e oggettivi.    

 

Note:


 

[1] G. Pascoli, Alexandros, v. 34.

[2] Roberto Longhi, Da Cimabue a Morandi, p. 83.

[3] Cfr. Eschilo, Agamennone, 689

[4] Cfr. Dostoevkij, L’idiota, VI cap.

[5] Cesare Pavese. Precisamente: “Se il chiavare non fosse la cosa più importante della vita, la Genesi non comicerebbe di lì”. Il metiere di vivere, 25 dicembre 1937. Non mi ricordo come lo tradussi in inglese

[6] Procedere metodicamente è una tautologia: mevqodo~ (methodos) contiene oJdov~ (hodós) che significa “via”.

[7] "I maestri supplenti o tirocinanti che lo istruivano in quelle prime classi, dei quali sentiva l'inferiorità sociale, la depressione spirituale e la poca cura dell'esteriorità fisica, gli ispiravano, oltre il timore della punizione, un segreto disprezzo" T. Mann, I Buddenbrook (del 1901), p. 330.

 

[8] Catullo,  8, 5., amata da me quanto nessuna sarà amata.

[9] Cfr.  J Elevnh leukwvleno~ (Omero, passim), Elena dalle bianche braccia.

[10] Cfr.  J Elevnh hu[komo~, Elena dalle belle chiome, sempre Omero.

[11] Cfr Eraclito: aJrmonivh ajfanh;~ fanerh'~  kreivsswn (fr. 27 D.)

 

[12] Cfr. Storia del genere umano: “la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata  dalla divina”. Probabilmente ricordavo queste parole di Leopardi perorando la causa di quell’amore capitale.

[13] Cfr. Leopardi: “E Socrate stesso, l'amico del vero, il bello e casto parlatore, l'odiator de' calamistri e de' fuchi e d'ogni ornamento ascitizio e d'ogni affettazione, che altro era ne' suoi concetti se non un sofista niente meno di quelli da lui derisi?” (Zibaldone, 3474).

Le parole difficili sono latinismi: calamistrum,  che è un ferro per arricciare i capelli. Fuco da fucus, “tintura rossa”, e scitizio da ascisco, “annetto.

 

[14] Cfr. Omero, Odissea, XV, 123.

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