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Il sogno di Giusy

Tesina di una ragazza diversamente abile sulla disabilità

Premessa

L’uguaglianza è uno dei valori fondamentali della società democratica e un diritto altrettanto fondamentale per gli individui che ne fanno parte. Allo stesso tempo è importantissimo riconoscere, nell’uguaglianza, il “diritto alla diversità”, per cui ciascuno, pur avendo già gli stessi diritti fondamentali rispetto agli altri, deve anche ottenere dalla società le condizioni adeguate per godere pienamente dei suoi diritti secondo le caratteristiche che lo contraddistinguono. Nella nostra società vi sono, infatti, molte persone che, a causa delle loro caratteristiche, non possono godere appieno dei propri diritti. Bambini, anziani, donne, persone disabili, persone svantaggiate, emarginate, sono altrettanti esempi di gruppi sociali che vivono spesso una condizione di disaggio proprio a causa del mancato riconoscimento del diritto alla ‘propria “diversità” come un percorso educativo e sociale adeguato per l’effettiva uguaglianza rispetto agli altri.

 

Introduzione

In questi ultimi anni l’interesse dei mass-media è stato, di fatto, notevole. Se questo è segnale positivo nel processo di superamento delle “barriere culturali” e dei pregiudizi che impediscono una valutazione oggettiva delle reali capacità del disabile, molta strada ancora deve essere percorsa. Troppo spesso l’interesse verso le problematiche dell’handicap non è stato accompagnato da una reale attenzione ai problemi, attenzione ai problemi concreti dei disabili e, ancora più frequentemente, ci si è dimenticati di affiancare alla scena di parlarne, dei fatti concreti e specifici sulla via dell’integrazione. Il risultato di questa analisi mostra, con triste evidenzia, come, ancora, il disabile sia considerato un cittadino di serie C.

Sul lavoro, nella vita relazionale, nelle possibilità di utilizzo degli spazzi pubblici, nelle speranze di accesso alla cultura, le condizioni di vita dei soggetti portatori di handicap non possono essere considerate, neppure lontanamente, paragonabili a quelle di un cittadino normodotato. Ostacoli ambientali e sociali non permettono al disabile di operare all’interno della società e di essere un soggetto agente all’interno della collettività. La mancanza di cultura da parte delle Istituzioni nei riguardi dei disabili è da considerare una delle cause più importanti dell’attuale stato delle cose. Esemplificativo in merito è il fatto che la stessa, anche attraverso i suoi uffici responsabili del Lavoro e della Sanità, con i suoi undicimila dipendenti nel mondo, solamente dal giugno 1997 ha dato vita ad un ufficio il cui compito è quello di iniziare la ricerca dei dati sul problema dell’handicap. Per la prima volta al mondo. Emblematico è come solamente un anno e mezzo fa questo ufficio ha preso vita, è fin troppo semplice considerare come la tutela dei disabili nel lavoro e la loro possibilità di superare le barriere culturali, sia stata difficoltosa.

 

Uno sguardo al passato

La storia degli handicappati è stata spesso legata a violenze, maltrattamenti sofferenze di ogni genere, e soprattutto di silenzio, in tutti i Paesi, compreso il nostro.

Nell’antichità i bambini con malformazioni erano spesso soppressi fisicamente.

A Sparta, dopo essere stati esaminati da una commissione di anziani, i soggetti minorati finivano tra i rifiuti, ai piedi del Monte Taigeto. In ogni caso, tutta la cultura greca discriminava le persone con minorazione.

Platone, nella Repubblica afferma “i migliori devono unirsi ai migliori; i mediocri ai mediocri; si deve allevare la prole dei primi, non quella dei secondi”. E Aristotele, nella Politica, suggerisce alle autorità di governo di esporre ai bordi delle strade i neonati con malformazioni.

Anche presso i Romani le cose non andavano meglio: l’uccisione immediata degli handicappati è prevista nelle leggi antiche Roma.

Cicerone riteneva legittimo l’infanticidio, come previsto nella legge delle Dodici Tavole; i bambini malformati venivano gettati dalla Rupe Tarpeia.

Sotto l’influenza dei principi diffusi dal Cristianesimo, si fa strada il rispetto dell’infanzia e della fascia dei più deboli, anche se storicamente l’esistenza delle persone minorate sarà quasi esclusivamente ghettizzata e segregata in luoghi separati.

In varie forme, l’emarginazione dei portatori di handicap continua ancora oggi. Nonostante siano stati compiuti passi considerevoli nella legislazione sociale e scolastica.

D’altra parte, la formazione delle mentalità e dei modi di intervenire è storia di lunga durata: è difficile cambiare in vent’anni il frutto di una cultura millenaria.

In Italia, precursori di una nuova visione dei problemi legati all’handicap sono stati Sante De Sanctis, neuropsichiatra, e Maria Montessori, prima donna medico nel nostro Paese.

 

Le tappe dell’integrazione nella Scuola Italiana

Dopo aver ignorato per lungo tempo il problema degli handicappati, l’interesse per tali soggetti viene concretizzato solo verso la fine del diciannovesimo secolo, quando nel 1899 si attuano i primi tentativi per una possibile integrazione.  

Quasi nello stesso periodo, per iniziativa di Sante De Sanctis, nasce con l’aiuto della Montessori che né sarà la direttrice, fonda, sempre nella Capitale, la prima scuola Magistrale Ortofrenica.

La scuola di stato continua, in ogni caso, a ignorare il problema; tocca a privati intervenire in favore dei portatori di handicap. Nel 1908 sono istituite le prime classi di tipo differenziate; nascono le prime scuole speciali per iniziativa degli enti comunali, assorbite in seguito dall’amministrazione statale.

Il decennio degli anni Sessanta, vede una diffusione capillare di scuole speciali e di classi differenziali, che si moltiplicheranno con molta rapidità a dimostrazione che nella scuola la tendenza era quella di selezionare le classi: i capaci da una parte; gli incapaci dall’altra.

Agli inizi degli anni Settanta, si assiste a un radicale mutamento con la legge n. 118/1971, si cominciano a mettere in discussione e a sciogliere le classi differenziate e le classi speciali.

L’emarginazione della Legge quadro n. 104 del 5 febbraio 1992 chiude positivamente il percorso che si era ufficialmente avviata con la legge n. 118/1971 e che aveva un enorme sviluppo per oltre un ventennio.

La legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale, i diritti delle persone handicappate, pur risultando ancora inattuale in molte sue parti, sostiene un principio di enorme portata innovativa rispetto alle visioni parziali che avevano contrassegnato i vari servizi nei decenni precedenti:

l’handicappato deve poter fruire dalla nascita alla morte di un contesto di aiuto, sostegno ai bisogni che egli manifesta nei diversi periodi della sua vita.

Tutto il contesto familiare, scolastico, assistenziale, sociale diventa protesico, nel senso che ogni servizio, nell’ambito di competenze specifiche, deve orientare le proprie azioni per garantire concretamente, operativamente che ogni cittadino abbia pari dignità sociali e possa veder rimossi tutti gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana.

La persona handicappata pertanto non può che essere contrassegnata nel proprio percorso esistenziale da un progetto unitario, che è conquista, impegno, aiuto da parte di tutti.

In questo senso seguendo tale cammino, la situazione, di handicap può essere ricondotta sino ad annullarsi.

 

Testimonianza diretta:

Alle età di otto anni i miei genitori hanno saputo che avevo un brutto male chiamato “tumore al cervello”. Io ero troppo piccola per poter capire cosa stava succedendo.

Prima cosi siamo partiti per Milano, era la prima volta che salivo su un aereo e mi sembrava un gioco, ma il gioco è durato tre anni al “Niguarda”, cosi si chiamava l’ospedale dove mi hanno curata e guarita, ma ne sono uscita molto provata, non ero più la stessa bambina, non potevo più camminare, il mio viso non ero pi lo stesso.

Ho sperato allora che le cose che avevo lasciato fuori le avrei ritrovato come prima, ma purtroppo non e stato cosi. L’impatto con il mondo esterno non è stato positivo infatti non ho ritrovato i miei amici d’infanzia, ho avuto difficoltà a socializzare, mi sono sentita abbandonata e dimenticata da tutti, trattata da diversa.

Di vitale importanza è stato per me l’intervento della mia famiglia, che mi ha aiutato a superare lo shock conseguente all’impatto con la situazione handicappante, e mi ha dato la forza e il coraggio di continuare ad affrontare la vita nonostante essa sia stata molto crudele con me.

 

Perche la nostra società emargina persone “diversamente abili”?

A partire dalla scuola, veniamo trattati come “diversi”, proprio nella scuola, che dovrebbe essere la seconda realtà sociale che dopo la famiglia, a garantire all’alunno in difficoltà condizioni per il benessere psicofisico e quindi un clima sociale positivo, in cui possa sviluppare affetti, relazioni, autonomie e apprendimenti. Veniamo guardati con pietà, ma questo succede nei piccoli centri dove la mentalità non è aperta, e l’ignoranza purtroppo è tanta .

Al contrario nelle città del nord Italia, ho avuto la fortuna di conoscere persone che hanno saputo guardare al di là del mio handicap e mi hanno conosciuto e apprezzata per quello che sono veramente.

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