Lo status della donna

e la genesi della condizione femminile

di Irma Lanucara

Lo status della donna dipende dalla dinamica dei condizionamenti socio-culturali, che cominciano addirittura prima della nascita e che proseguono nel corso dell’infanzia con la scelta di giochi e giocattoli nettamente differenziati per il bambino e per la bambina. La definizione di “maschio” e “femmina” costituisce il primo schema di differenziazione utilizzato dal gruppo sociale di appartenenza. Sia il bambino che la bambina vengono continuamente coinvolti in un processo di conquista e di interiorizzazione della propria identità sessuale mediante i meccanismi dell’imitazione di modelli comportamentali degli adulti. Attraverso questi meccanismi imparano a comportarsi, rispettivamente, da maschio e da femmina, interiorizzando le “rappresentazioni ideali” che la società di appartenenza ha nei loro confronti. Sul piano psicologico non esiste alcuna differenza fra “qualità maschili” e “qualità femminili”, in quanto entrambe fondamentalmente “umane”. Sul piano sociologico, invece, esiste una profonda differenza tra condizione maschile e condizione femminile: il sesso è una delle più importanti variabili di differenziazione sociale. L’immagine della donna in quasi tutte le società è un “modello” elaborato dall’uomo, cioè è un “progetto” funzionale per il maschio, un “oggetto gratificante” da manipolare, utilizzare, sfruttare. E’ questo il senso più vero che si nasconde, purtroppo, sotto il ruolo di “casalinga”, di “madre”, di “moglie”, di “amante”. Questa mentalità è molto diffusa ancora oggi, malgrado l’esplosione del fenomeno del “femminismo”.

In alcune società primitive del Sud Africa o della Nuova Guinea le donne coltivano i campi, riparano i granai, costruiscono i muri delle loro abitazioni dopo aver scavato la terra e aver preparato la malta. Caratteristica particolare di queste tribù è che la donna non usa portare ornamenti esteriori, va col capo rasato ed è sempre presa dalle occupazioni, mentre l’uomo discute sulle questioni quotidiane, fa la spesa, dipinge, danza, cura il proprio corpo. Anche la maternità viene vissuta in maniera del tutto particolare: le donne dopo il parto, rimangono a casa con il piccolo circa un anno; quando poi il bambino è in grado di stare in piedi, viene affidato al padre, che lo ciba, lo lava, lo fa giocare. Tra gli Arapesh, sia gli uomini che le donne sono uniti in un “progetto comune” di vita: lavorano insieme i campi, vanno a caccia insieme, si dedicano in ugual misura all’educazione e alla cura dei figli. Il ruolo della donna varia in maniera netta da società a società, ma anche da periodo a periodo all’interno della stessa società: basti pensare ai cambiamenti di status della donna inglese dal tempo della rivoluzione industriale ai giorni nostri.

La donna oggi lavora al pari dell’uomo, occupa posti di primaria importanza nella società, ma non riesce ancora a scrollarsi di dosso l’etichetta di “madre”, di “moglie”, di “casalinga”. Oggi in Italia le donne costituiscono soltanto il 33 % degli occupati; la disoccupazione femminile è del 17%,mentre quella maschile è del 7%. La parità effettiva tra l’uomo e la donna è ancora oggi molto lontana; le donne hanno posto le basi per il rinnovamento, per l’emancipazione, per la parità dei diritti nella società; ma la parità effettiva potrà essere conseguita soltanto quando la società avrà interiorizzato il concetto di “parità” non come rinuncia alla famiglia o alla “maternità”, ma semplicemente come esigenza di vivere nella società e nella famiglia con quella stessa dignità che viene riconosciuta all’uomo.