Agnes Heller

Filosofia morale

a cura della dott. Irma Lanucara

Filosofia come domanda

    La filosofia nasce dallo stupore dell’uomo di fronte al reale, fatto questo che ha come diretta conseguenza lo scaturire di una domanda.

    Gli interrogativi che vengono posti possono essere i più svariati, così come sono molteplici gli aspetti della realtà alla quale si riferiscono.

Potrebbe ad esempio sorgere una domanda riferita alla realtà nella sua totalità (che cos’è la realtà?) o ai singoli aspetti che la caratterizzano; o ancora l’interrogativo potrebbe essere determinato dal punto di vista o dall’interesse che la persona ha nei confronti di essa.

    Posso accostarmi al reale chiedendomi ad esempio cosa posso conoscere di esso, quali sono i criteri che guidano tale atto conoscitivo, quali sono i suoi limiti. In questo caso la mia domanda si muove in un ambito teoretico, riguarda cioè la possibilità della conoscenza.

    Ma posso anche decidere di spostarmi su un piano totalmente diverso, che riguarda il fare umano, il mondo delle azioni e dei comportamenti, un piano, cioè, prettamente pratico. In tal caso la mia domanda non sarà più inerente a cosa posso conoscere, ma piuttosto a cosa debbo fare, a quale sia la cosa giusta da fare per me nel momento in cui mi accingo a compiere un’azione. Sarà dunque un interrogativo di tipo morale. È proprio questo il tema dominante dell’opera che oggi mi accingo a presentarvi, e che si intitola per l’appunto Filosofia morale, dove per morale, nel linguaggio filosofico, si intende l’ambito pratico.

    Analizzare una risposta ad un interrogativo filosofico ha come fondamentale presupposto il fatto di non prescindere dal contesto storico o dalle particolari circostanze in cui la domanda stessa prende forma, in quanto un filosofo moderno, come ad esempio Kant, risponderà ad una domanda circa il tema religioso in modo completamente diverso da un filosofo medievale come s. Tommaso d’Aquino o da un filosofo classico come Platone o Aristotele.

    Se voglio sapere quale sia oggi la cosa giusta da fare per me il primo passo da fare, pertanto, è conoscere le caratteristiche della realtà nella quale prendono forma le mie azioni e conoscere la mia situazione esistenziale, quella cioè relativa al soggetto agente.

    È proprio da questo punto che prende le mosse l’opera di A. Heller, filosofa contemporanea, che coraggiosamente tenta di rispondere all’interrogativo morale senza ricorrere ad astratti supporti metafisici e senza cedere al nichilismo e allo scetticismo imperanti nella cultura odierna.

Concetto di contingenza

    A questo punto vediamo nel dettaglio, attraverso le parole della filosofa, chi sia l’uomo moderno:

    «La metafora filosofica dell’uomo gettato nel mondo esprime la fondamentale esperienza di vita degli uomini e delle donne nella modernità. La persona moderna è una persona contingente»[1].

    Siamo letteralmente “gettati nel mondo” proprio perché nessuno di noi ha potuto scegliere di nascere, di venire al mondo. È uno stato esistenziale nel quale ci troviamo senza averlo scelto.

    La contingenza appare qui come la primaria e fondamentale caratteristica dell’uomo moderno. Nel linguaggio comune il termine contingente indica ciò che è casuale o comunque superfluo, così come necessario indica per converso ciò di cui non si può fare a meno. In filosofia il significato di questi termini non viene stravolto, ma assume tuttavia una sfumatura leggermente diversa: necessario è ciò che deve essere, che non potrebbe essere altrimenti; contingente, invece, è ciò che potrebbe anche non essere, che potrebbe essere altrimenti.

    Ma andiamo a scoprire nel dettaglio perché la contingenza sia considerata come un attributo tipico proprio dell’uomo di oggi:

    «La contingenza è la forma di esistenza tipica della modernità. La persona moderna non riceve la destinazione, lo scopo della sua vita al momento della nascita, come accadeva nell’epoca premoderna, quando si nasceva per fare questo piuttosto che quello, per divenire questo piuttosto che quello, per morire in questo o quel ruolo, nel bene o nel male. La persona moderna nasce come fascio di possibilità privo di un telos»[2].

    Anche in epoca premoderna l’uomo veniva gettato nel mondo, nel senso che non sceglieva di nascere, ma il suo percorso di vita era già in gran parte definito prima della nascita da condizioni esterne alla persona stessa (si pensi a cosa comportava l’appartenenza ad una determinata famiglia o ad un certo ceto sociale). Oggi tale aspetto è completamente assente: nel momento in cui veniamo al mondo non troviamo nulla di predefinito o di predeterminato; si nasce come un insieme di possibilità aperte. Non c’è nulla di prestabilito e perciò ci troviamo di fronte ad un elemento del tutto nuovo rispetto al mondo premoderno: la possibilità di scelta di fronte al reale. L’uomo premoderno poteva abbracciare o accogliere più o meno gioiosamente ciò che originariamente gli era stato assegnato, ma non scegliere.

Libertà

    Potremmo pertanto affermare che l’uomo moderno, nel suo essere contingente, sia realmente libero, dove per libertà si intenda la totale possibilità di scelta.

     «La condizione moderna, l’essere nati come un fascio di possibilità, senza alcun telos socialmente predisposto sul quale, mentre ci limita, possiamo fare affidamento, può essere anche esperito come un essere gettati nella libertà»[3].

    Ma la Heller sottilmente fa notare come questa libertà sia in realtà un’arma a doppio taglio, “una benedizione e una maledizione insieme”: difatti la libertà rimane vuota e rischia di fare scivolare nel Nulla proprio perché priva di un telos predeterminato cui fare affidamento e inoltre, nel caso in cui non si operi una scelta, c’è il rischio che altri scelgano per noi. In tal caso la nostra sarebbe una “non vita”, una morte differita.

Concetto di scelta

    Pertanto, l’alternativa al rischio di incorrere nella situazione esistenziale appena descritta è rappresentata dall’atto di scegliere. Ma cosa precisamente dobbiamo scegliere? E inoltre, quale scelta mi garantisce di essere realmente libero, cioè non schiavo di qualcosa o di qualcuno, e di agire in modo corretto, dato che la domanda dalla quale siamo partiti è “qual è la cosa giusta da fare per me?” ?

Scelta esistenziale nella categoria della differenza

    Si potrebbe credere di trovare una risoluzione al problema scegliendo una particolare causa o un particolare scopo. In questo caso un particolare della nostra esistenza (lavoro, famiglia, ecc.) verrebbe assolutizzato, diverrebbe cioè fondamentale per garantire l’esistenza stessa.

    La Heller definisce tale scelta come scelta esistenziale nella categoria della differenza, proprio in quanto si configura come scelta di un particolare dell’esistenza e non dell’esistenza nella sua totalità. Infatti, 

     «se abbiamo scelto noi stessi come i soggetti di una particolare vocazione o causa, come amici (o amanti) di una particolare persona, ci collochiamo entro la categoria della differenza, e tutto nella nostra vita dipenderà dalla buona o dalla cattiva sorte»[4].

    Infatti, se la mia vita dipendesse dalla realizzazione di un mio desiderio o dalla concretizzazione di uno scopo, allora, nel momento in cui questo non dovesse accadere, mi ritroverei a perdere la mia stessa esistenza. La vita sarebbe disperata, si svuoterebbe di senso. In tale circostanza, come è evidente non sarei libera. Inoltre,

    «Una scelta esistenziale che non riesce, perché la fortuna è avversa, rende amari, rancorosi e misantropi»[5].

    Questo significa che una scelta di questo tipo non solo non mi rende autenticamente libero, ma mi impedisce anche di sviluppare una condotta di vita retta. Infatti, se scegliessi me stessa operando una sorta di selezione di alcuni particolari, tralasciando ad esempio alcuni dei miei difetti, delle delusioni o dei torti subiti, tali aspetti tralasciati mi determinerebbero, nel senso che in certe situazioni li potrei utilizzare come scusa per giustificare un mio comportamento riprovevole. Spesso si sente dire “L’ho fatto perché ho avuto un’infanzia infelice” o “perché ho subito questa stessa ingiustizia” e così via.

Scelta esistenziale nella categoria dell’universale

    Da quanto finora detto si evince la necessità di orientarci verso un tipo di scelta che sia qualitativamente diverso, che permetta alla nostra libertà di assumere una connotazione positiva.

    In questo caso la persona contingente sceglierebbe non una parte di sé, ma l’esistenza nella sua totalità e trasformerebbe la propria contingenza in destino.

    Afferma la Heller:

     «Trasformate la vostra contingenza in destino, se scegliete liberamente ciò che non avete potuto liberamente scegliere al principio – essere nati proprio in questo mondo, in quest’epoca, come persona doppiamente contingente - , se comprendete il vostro percorso, da voi creato, come il vostro destino, e il vostro bene più caro»[6].

    Trasformare la propria contingenza in destino equivale quindi non ad eliminare o saltare la contingenza, né a sostituirla con la necessità. Si tratta di scegliere noi stessi in tutte le nostre determinazioni, tra le quali vi è anche, per l’appunto, l’essere contingenti: è una scelta esistenziale nella categoria dell’universale in quanto scelta della nostra stessa esistenza, che si rivela qualitativamente diverso dallo scegliere un particolare dell’esistenza.

    Solo una scelta esistenziale nella categoria dell’universale, che non assolutizzi scopi particolari e che si configuri semplicemente come scelta di noi stessi in tutte le nostre determinazioni, positive o negative che siano, può superare i suddetti ostacoli, non solo dando compimento alla vera libertà, poiché non si è più schiavi delle circostanze, avendo scelto quelle stesse circostanze, ma garantendo anche di vivere secondo una condotta buona e retta, in quanto non si ha più bisogno di accampare scuse o giustificazioni quando ci si è scelti totalmente.

     «Scegliere noi stessi significa destinare noi stessi a divenire ciò che siamo, significa destinarci a divenire le persone buone che siamo. Sviluppiamo brevemente quest’idea. Siamo figli di determinati genitori, abbiamo avuto una certa infanzia, siamo nati in un particolare milieu, ricchi o poveri, colti o ignoranti – questo è tutto ciò che siamo. Nello scegliere noi stessi scegliamo tutte queste determinazioni, circostanze, talenti, vantaggi, infermità: scegliamo la nostra cattiva e buona sorte – in breve, tutto ciò che siamo. Scegliamo, quindi, noi stessi, anche come le persone buone che noi siamo, e precisamente come siamo. Scegliamo tutte le nostre determinazioni, e così ci rendiamo liberi»[7].

    Scegliersi come persone buone, non significa, moralisticamente, che dal momento della scelta in poi la persona non commetterà più errori morali. Ma certamente quella persona non compierà il male per il male, ma piuttosto orienterà il suo agire verso l’ideale del bene.

La metafora del salto

    Un’altra connotazione della scelta esistenziale viene così descritta dalla Heller:

     «Una scelta esistenziale non è né razionale, né irrazionale. Più precisamente, tra la condizione precedente alla scelta, e quella che la segue, c’è un salto»[8].

    Il concetto di scelta esistenziale come salto è stato in realtà introdotto da Kierkegaard e viene qui ripreso dalla filosofa al fine di evidenziare il carattere razionale e irrazionale della scelta.

    Infatti scegliere implica la presenza di un atto razionale. Scegliendo mettiamo all’opera le nostre facoltà intellettive, in quanto abbracciamo determinate possibilità, che consideriamo convenienti per la nostra vita e ne escludiamo altre.            

    Tuttavia, ciò che è conseguente rispetto alla scelta rimane ignoto e oscuro:

     «Una scelta esistenziale è sempre una scommessa in senso pascaliano, ma molto raramente una scelta con uguali probabilità. Non vi è in essa nessuna certezza, né probabilità calcolabili. Piuttosto vi sono attrazione, desiderio, intuizione, e impulso»[9],

tutti fattori questi che danno ragione del carattere irrazionale della scelta. La sola ragione non può determinare la scelta, nella quale subentra sempre una sorta di atto di fede.

    In quanto scelta del proprio destino, inoltre, la scelta esistenziale è un vero è proprio rischio, poiché il destino lo si conosce solo vivendo.

Conclusione

    L’essenza della morale contemporanea, per A. Heller, risiede quindi nella scelta esistenziale nella categoria dell’universale.

    L’uomo contemporaneo, in quanto uomo contingente, risponde all’interrogativo morale “Qual è la cosa giusta da fare per me?” scegliendo se stesso, divenendo cioè protagonista della propria esistenza nella sua totalità.

 

 

[1] A. Heller, Filosofia morale, Il Mulino, Bologna 1997, p. 22

[2] Ivi, p. 23

[3] Ivi, p. 24

[4] Ivi, p. 33

[5] Ivi, p. 32

[6] Ivi, p. 25

[7] Ivi, p. 35

[8] Ivi, p. 49

[9] Ivi, p. 53