Autovalutazione e autostima

della prof.ssa Irma Lanucara

1.1 Credenze e autovalutazione. Il concetto di sé ingloba credenze di svariato genere: dove siamo nati, cosa ci piace o ci dispiace, quali scopi perseguiamo, quali attese abbiamo.

Tra tali credenze hanno particolare rilievo quelle di tipo autovalutativo, dato che la persona, in qualità di agente cognitivo, si muove soprattutto in base a contenuti mentali come le credenze e gli scopi.

Le credenze si possono distinguere in due grosse famiglie:

  • Quelle neutre o puramente descrittive (luogo di nascita, stato sociale, ecc.);

  • Quelle valutative, che a differenza delle prime esprimono una valenza, positiva o negativa, in quanto forniscono informazioni relative al possesso o alla mancanza di potere (ad esempio essere belli in quest’ottica significa disporre di potere estetico o di attrazione).

Tuttavia il confine tra credenze neutre e credenze valutative si rivela assai labile, in quanto una credenza neutra, relativa ad esempio ad una caratteristica fisica, può diventare valutativa in determinati contesti. Il fatto di essere bionda si colora valutativamente nel momento in cui desidero piacere ad una persona che ha un debole per le bionde.

Si deduce pertanto che ogni volta che c’è uno scopo per il quale la caratteristica o il fatto descritto nella credenza svolge un ruolo di potere, cioè di mezzo utile (o inutile) per raggiungerlo, la credenza non sarà più neutra e si trasformerà in valutazione.

1.2 Conoscersi o piacersi: gli scopi dell’autovalutazione. In effetti tutti noi elaboriamo di continuo valutazioni sulla realtà che ci circonda e su noi stessi in modo particolare, dato che siamo il principale elemento in gioco che si mantiene costante anche con il mutare delle circostanze. Inoltre valutare noi stessi è fondamentale per adattarci alla realtà, in quanto ci permette di adeguare i nostri mezzi alle circostanze che ci si presentano.

Tutto ciò che ci accade, positivo o negativo che sia, assume per noi una coloritura autovalutativa. Ad esempio una bocciatura, a parte il dispiacere che provoca, inerisce immediatamente al valore che pensiamo di avere.

Inoltre l’autovalutazione entra sottilmente anche nelle circostanze più improbabili. Quando i genitori divorziano il figlio si sentirà in qualche modo responsabile dell’accaduto.

In questa perpetua attività di autovalutazione possiamo individuare almeno due scopi:

  • Lo scopo di autovalutazione realistica, puramente conoscitivo, relativo al fatto di sapere se e quanto valiamo;

  • Lo scopo dell’autostima, relativo al fatto di sapere che valiamo, che siamo come ci piacerebbe essere.

Questi due scopi si trovano spesso in conflitto. Infatti, seguendo il primo, siamo alla ricerca della verità su noi stessi, anche a costo di compiere uno spietato autoesame. Seguendo il secondo, invece, cerchiamo di giungere a conclusioni buone sul nostro valore, anche a costo di mistificare la realtà.

È chiaro come ognuno di noi senta il bisogno di conoscere il proprio valore, di verificarlo. Tuttavia un “vizio cognitivo” spesso colpisce tali verifiche: si tratta della tendenza a confermare opinioni già esistenti in noi. Risulta interessante sottolineare come tale tendenza alla conferma possa verificarsi anche in presenza di autovalutazione negative: preferiamo infatti interagire con chi ha un’idea di noi che conferma sia positivamente che negativamente il modo in cui noi stessi ci valutiamo.

Questa tendenza si può in parte spiegare facendo riferimento al bisogno di controllare e prevedere la realtà, anche quando è difficile o sgradevole. Tuttavia raramente questa forma di rassicurazione risulta fondata concretamente.

In ogni caso il bisogno di conoscere e valutare noi stessi rimane autentico ed è confermato da numerosi esempi: si pensi alla tendenza a mettersi a confronto con chi riteniamo migliore di noi. Tale tipo di confronto può anche rivelarsi rischioso, in quanto potrebbe provocare un abbassamento dell’autostima. Ma dall’altro lato esso funge da stimolo per il miglioramento di sé, specie nel caso in cui la persona con la quale ci paragoniamo è solo leggermente superiore a noi. Nel caso in cui si percepisca una distanza eccessiva, allora ciò può rivelarsi deleterio.

Ma le nostre autovalutazione non sono solo frutto dello scopo di un’autovalutazione realistica. Infatti se da un lato ci caratterizza l’esigenza di sapere se e quanto effettivamente valiamo, dall’altro abbiamo anche bisogno di piacerci, di valutarci in modo positivo.

Ciò risulta evidente ricorrendo ad una rapida introspezione: quante volte siamo disposti ad ammettere che un insuccesso è dipeso da noi e quante invece lo attribuiamo a cause esterne?

Il fatto che abbiamo bisogno di piacerci, di amarci, risulta ovvio, ma non altrettanto ovvia è la motivazione di tale atteggiamento. Una prima risposta potrebbe essere legata al fatto che se non ci piacciamo ciò causa sofferenza, ma una tale risposta si limita a spostare la domanda, spingendoci a chiedere perché allora soffriamo se non ci apprezziamo.

A che serve allora valutarci positivamente? Ha la funzione di farci trovare fiducia in noi stessi, fatto questo che ci stimola a rischiare di fronte a circostanze che ci mettono alla prova, che ci sfidano, o dinanzi alle quali in passato siamo incorsi in un insuccesso. Se non fossimo in grado di rischiare il nostro atteggiamento sarebbe troppo conservatore, troppo cauto e inoltre ci farebbe arrendere di fronte al primo fallimento. Pertanto le autovalutazioni positive hanno lo scopo di promuovere in noi un atteggiamento intraprendente e tenace che aumenta le possibilità di successo e di adattamento alla realtà. Tuttavia è altresì importante sapersi autovalutare in modo realistico, attenuando così la tendenza a sopravvalutarsi.

Si tratta perciò di trovare un equilibrio tra un sano realismo che consente di valutare obiettivamente la nostra persona e una tenue sopravvalutazione in grado di farci cogliere le sfide che la vita ci pone.

1.3 Strategie per difendere l’autostima. Per avere una buona autostima abbiamo a disposizione principalmente due possibilità: anzitutto si potrebbe scegliere di sforzarsi di essere sempre al meglio, ma ciò a lungo andare risulterebbe eccessivamente faticoso e non necessariamente porterebbe a risultati corrispondenti alle nostre aspirazioni; un’altra opzione, più conveniente, potrebbe invece essere quella di convincerci che corrispondiamo a ciò che vorremmo essere.

Per raggiungere tale scopo abbiamo a disposizione numerose strategie, considerando le quali è necessario fare alcune considerazioni. Infatti tali strategie risentono di un atteggiamento selettivo che orienta la nostra attenzione, la nostra memoria e il nostro ragionamento verso conclusioni più accettabili. In altre parole la nostra attenzione si focalizza più su quelle circostanze che si prestano ad un’autovalutazione positiva che su quelle che invece porterebbero ad un’autovalutazione negativa.

La prima strategia riguarda l’importanza che diamo a determinati scopi. Infatti ognuno di noi attribuisce rilevanza a scopi diversi e conseguentemente alle autovalutazioni relative a tali scopi. In altre parole un’autovalutazione ha un forte impatto sull’autostima quando è legata a scopi che riteniamo importanti e non necessariamente quando essa sia particolarmente positiva o negativa. In questo caso la strategia entra in atto nel momento in cui attribuiamo a posteriori importanza a certi scopi: prima ci valutiamo e nel caso in cui l’autovalutazione risulti positiva, allora ci convinciamo che lo scopo è importante, con la conseguente crescita dell’autostima. Una via meno sicura da seguire sarebbe quella inversa (partire da uno scopo importante e poi valutarci). Ne deriva come questa sia un’efficace strategia per difendere l’autostima perché è necessario solo dare importanza a quegli scopi che si pensa di poter raggiungere., deprezzando nel contempo quelli che hanno scarsa rilevanza.

Altra strategia consiste nell’attribuire il successo ai propri meriti e l’insuccesso a cause esterne. Infatti fa parte dell’esperienza quotidiana l’abitudine a renderci protagonisti dei successi conseguiti e a scaricare invece le cause degli insuccessi all’esterno, con la conseguente salvaguardia dell’autostima. Questa stessa tendenza si manifesta anche nelle attività di gruppo, laddove pensiamo di aver grandemente contribuito quando il compito collettivo va a buon fine, mentre affermiamo di aver svolto un ruolo marginale quando si presenta un fallimento.

Tuttavia non è sempre possibile scaricarsi di ogni responsabilità e ricondurre i fallimenti a cause esterne. Se si è allora costretti a ricondurre i fallimenti a cause interne, si preferisce comunque che esse siano contingenti e non stabili. Lo studente vittima di una bocciatura preferisce credere che essa sia dipesa dallo scarso impegno che dalle sue capacità intellettive. Così se non siamo in grado di far fronte ad un problema, preferiamo pensare di essere vittime di tremendi attacchi di ansia, piuttosto che pensare che quell’ostacolo è causato nella nostra poca intelligenza.

Ma le nostra capacità strategiche possono anche spingersi oltre. Infatti non ci limitiamo a trovare giustificazioni quando i fallimenti si sono già verificati, ma adottiamo anche delle misure preventive: cerchiamo di creare condizioni di partenza svantaggiose per avere le “spalle coperte” e poter così spiegare un eventuale fallimento in base a questo svantaggio iniziale. La psicologia sociale chiama questa paradossale strategia come self handicapping: vogliamo evitare di essere costretti ad attribuire un insuccesso alla nostra incapacità, mettendo quindi in pericolo l’autostima.

Infatti se da un lato tale strategia compromette già in partenza le nostre probabilità di successo, dall’altro garantisce la difesa della nostra autostima, fatto questo che sembra più importante del raggiungimento di risultati positivi. Qualunque sia l’esito degli eventi, i vantaggi per l’autostima sono grandi, in quanto anche un successo evidenzia che siamo riusciti nonostante l’handicap e quindi siamo particolarmente bravi e in caso di fallimento abbiamo le spalle coperte.

È interessante notare come si ricorra al self handicapping solo quando ci si trova a dover svolgere compiti di media difficoltà. Infatti se i compiti sono estremamente difficili, questo fatto stesso offre già una scusa preconfezionata; se invece sono facili e non c’è quindi minaccia di insuccesso, ci si dedica serenamente al lavoro da svolgere.

Anche i fallimenti altrui costituiscono un ottimo appiglio per difendere la nostra autostima. La scelta degli altri con cui confrontarsi dipende ovviamente dagli scopi che il confronto ha. Come già accennato, quando la motivazione del confronto è una migliore conoscenza di sé e quando non sentiamo la nostra autostima minacciata, allora si scelgono persone considerate migliori di noi.

Se al contrario ci troviamo in una situazione in cui la nostra autostima è in pericolo, allora cerchiamo di trarre conforto attraverso il paragone con chi sta peggio di noi.

Anche in questo caso la minaccia nei confronti dell’autostima è connessa ad uno scopo ritenuto importante per l’autostima stessa. Il tipico secchione, tutto dedito allo studio, accoglierà serenamente un insuccesso in campo sportivo e il paragone con chi ha fatto una figura più dignitosa della sua. Alcuni psicologi sociali hanno notato come l’umore di una persona che deve affrontare un compito importante per l’autostima migliori quando un’altra persona fornisce una scarsa prestazione e al contrario peggiori quando tale prestazione risulta brillante. Si suppone che questa “gelosia da confronto” sia proprio frutto di un confronto verso il basso, che rassicura la persona sul suo valore.