Il concetto di amore in filosofia

dalla Grecia classica al Medioevo

della prof.ssa Irma Lanucara

1.1 Amore come desiderio e come dono. L’amore  è certamente uno dei fenomeni più noti: ognuno di noi ne ha fatto esperienza e conosce l’appagamento che da esso deriva  o il senso di vuoto e di nostalgia provocato dalla sua assenza.

Tuttavia il preciso significato di tale termine non è così chiaro come sembra. Usiamo infatti la parola amore riferendola ai contesti più disparati: da una coppia di innamorati, a un cibo particolare o ad un animale domestico, dagli amici o ai nemici a Dio, ecc.. Differente è anche il modo in cui ci rapportiamo a tali oggetti d’amore e le conseguenze che essi hanno su di noi: mangio la pizza ma mi prendo cura del mio cane, sono sensibile e attenta nei confronti della mia famiglia o dei miei amici ma la componente sessuale è coinvolta solo nel rapporto con il mio partner e non in quello con i miei familiari, godo nel contemplare un’opera d’arte ma mi sacrifico per chi ha bisogno di me… Tutti questi sono atti d’amore che rivelano però comportamenti distanti e a volte opposti l’uno all’altro. Che cos’hanno in comune?

È possibile ricondurre un panorama tanto variegato a due atteggiamenti fondamentali: uno per cui desideriamo ciò che ci da soddisfazione e uno per cui invece il nostro bene si identifica con il dono all’altro, che può giungere addirittura anche al sacrificio della vita stessa.

Amore come desiderio e amore come dono: il rapporto tra questi due differenti aspetti nel corso delle varie vicende storico-culturali può certamente aiutare a comprendere meglio tale complessa tematica.

1.2 La Grecia classica. Al fine di fare maggiore chiarezza su tale problematica è necessario porre la nostra attenzione verso un mondo cronologicamente assai lontano dal nostro, eppure per certi aspetti così vicino: quello della Grecia classica.

In tale contesto, anche se siamo di fronte ad un panorama ricchissimo sull’argomento, appare utile il riferimento a Platone, in quanto la sua teoria caratterizza meglio l’ideale greco dell’amore.

Nel Simposio presenta Socrate proprio come il filosofo per eccellenza, l’uomo che ha esperienza del vero amore (in greco eros), contrapponendolo ad alcuni interlocutori che invece rispecchiano la concezione dell’amore tipica della cultura del tempo, che per Platone non è in grado di cogliere l’essenza del problema, nonostante le loro affermazioni dimostrino di cogliere aspetti rilevanti.

Uno di essi, il commediografo Aristofane, narra un mito: in origine gli esseri viventi erano uniti due a due e successivamente vennero divisi da Zeus che temeva i loro assalti. In quest’ottica l’amore sarebbe frutto di quest’esperienza di separazione e di solitudine ed è quindi nostalgia dell’unità perduta, esigenza di completamento. Il poeta tragico Agatone invece identifica l’amore con la sensibilità per il bello, caratteristica questa che è possibile attribuire solo ad anime elette.

Ed è soprattutto a lui che sono rivolte le critiche di Socrate: infatti ama non chi possiede particolare raffinatezza, ma proprio chi ne è privo ed ama in virtù di tale fatto. In tale prospettiva amore è desiderio, esigenza di tutto ciò che è bello, buono, vero. L’uomo si realizza solo quando possiede questi valori e li possiede in modo duraturo. Il desiderio umano, infatti, è infinito ed eterno. “Riassumendo, quindi, l’amore è desiderio di possedere il bene per sempre”, afferma Platone.

Ma come può l’uomo, essere finito, possedere un bene per sempre? Ciò è possibile attraverso il generare, specie pedagogicamente inteso: il rapporto educativo rappresenta la più alta espressione dell’eros, in quanto produce creazioni artistiche e politiche che sfidano la finitezza del tempo.

Non bisogna fermarsi ai primi stadi dell’esperienza amorosa, legati a fattori istintuali, in quanto è bene amare ed educare. Il vertice di tale formazione amorosa è l’esperienza immediata della realtà in sé, la contemplazione dell’assoluto e quindi possesso di tale valore.

Tuttavia non può non sorgere una domanda: l’amore è davvero ricerca di un valore e non di una presenza? La risposta che Platone fornisce resta ambigua. Infatti se da un lato dimostra di non trascurare del tutto tale aspetto, in quanto nel mito della caverna, narrato nella Repubblica, il protagonista cerca di liberare i compagni di prigionia rischiando la vita, dall’altro afferma che chi si sacrifica per l’amico cerca in fondo il proprio bene. Pertanto la motivazione dell’agire platonico resta l’amore di sé, il bene dell’anima, contrapposto a quello del corpo.

1.3 La prospettiva biblica. La cultura occidentale risente anche dell’influenza apportata dalla tradizione biblica, che però ha una concezione dell’amore ben diversa da quella greca. Infatti in tale caso il protagonista del rapporto d’amore non è l’uomo, ma Dio che prende l’iniziativa al fine di aver cura dell’uomo. Pertanto l’amore non è, come nel caso della prospettiva platonica, tensione per il raggiungimento della perfezione, ma prende le mosse dal desiderio di Dio che l’uomo viva in comunione con Lui, nella giustizia e nella pace, in questo mondo. A questo proposito il libro dell’Esodo è incentrato proprio sull’intervento di Jahvè che vuole liberare dalla schiavitù il suo popolo, con lo stesso amore e la stessa passione che uno sposo ha nei confronti della sua sposa. Essenzialmente non appare diverso il messaggio del Nuovo Testamento, anche se Gesù, Dio fatto uomo, pone l’accento sul fatto che Dio si ama amando il prossimo, amando l’uomo. È un amore che si muove dall’alto verso il basso e che non può essere definito con il termine eros, perché ha una connotazione sostanzialmente diversa: l’amore qui descritto infatti non è desiderio di bellezza e di perfezione, ma dono gratuito, disinteressato, che spinge a farsi carico dell’altro, fino a sacrificare il proprio tempo, le proprie risorse, la propria vita. Perciò viene usato il termine agape, dal greco agapàn, che esprime il rispetto e l’affabilità con cui ci si rivolge a chi, almeno apparentemente, non ha titoli da accampare.

Tuttavia è interessante notare come l’eros non sia totalmente escluso: infatti il principio di autorealizzazione permane accanto ad una visione dell’amore che nulla pretende e l’unica motivazione di tale atteggiamento è data dal fatto che Dio stesso ama l’uomo così.

Un simile amore, non necessariamente legato a ciò che è bello e gradevole per l’uomo, si spinge anche verso i nemici. Questa prospettiva potrebbe apparire utopica, ma di fatto nel corso della storia, persone appartenenti a diverse tradizioni culturali, hanno seguito la strada iniziata da Gesù di Nazareth, una strada capace di cambiare il cuore umano.

1.4 Il mondo medioevale. Nel corso di tale periodo si assiste ad una commistione di eros e agape, sia in autori cristiani che in autori pagani.

In particolare s. Agostino ha influenzato grandemente la filosofia cristiana. Dopo aver aderito alla filosofia platonica si converte al cristianesimo, al cui ideale dedicherà tutta la sua vita, convinto del fatto che l’uomo sia mosso da un desiderio di soddisfazione. Tale desiderio in un primo momento si orienta verso i beni creati, finiti che però deludono per la loro fugacità, perché infatti l’uomo desidera una soddisfazione che sia infinita, un bene infinito. Agostino definisce tale desiderio charitas, precisando che esso è un amore di risposta all’iniziativa di Dio e quindi conserva alcuni aspetti dell’agape evangelica, ma ha in sé anche alcune connotazioni dell’eros platonico, in quanto è un desiderio che ha come oggetto il bene infinito.

Il cristiano tuttavia può amare la creatura non in se stessa, ma in virtù del fatto che è segno di Dio: l’oggetto d’amore non è l’uomo in sé, ma ciò a cui l’uomo stesso rimanda. L’amore dunque è ricerca di un Bene infinito, che ha in sé anche la ricerca di un bene personale.

La novità apportata da tale lettura sembra pertanto consistere nella proposizione di un unico bene, Dio, all’esigenza di felicità e di compimento dell’uomo. Infatti, come già approfondito, per Platone la tensione verso un Bene assoluto non esclude che in una prima fase si subisca il fascino della bellezza sensibile; nella prospettiva biblica è l’amore di Dio a spingere l’uomo a prendersi cura del prossimo. Per Agostino invece il dono di sé è possibile solo in virtù della partecipazione alla vita di Colui al quale ci si dona e del fatto che le creature sono segno di Dio. Ne deriva che bisogna rifiutare un amore alla creatura considerata in sé, prescindendo da quell’ “oltre” che la caratterizza e che la porta verso il Mistero. In tal senso la charitas agostiniana fornisce un’originale sintesi delle prospettive platonica e biblica.

Anche in s. Tommaso ritroviamo una concezione simile, nella distinzione tra amore naturale (amor concupiscientiae) e amore intellettuale (amor benevolentiae), coincidente con la charitas agostiniana. L’amore è visto come vincolo di natura affettiva, simile all’unione sostanziale, caratterizzante il rapporto tra l’uomo e Dio.

È interessante notare come anche in autori cattolici significativi del XX secolo si ritrovino convinzioni simili. Per Guitton l’amore vero costituisce un superamento dell’attaccamento sensibile, esteriore; per Maritain un profondo amore di Dio non può restare legato all’amore di sé, ad un amore umano che non dia spazio alla dipendenza dall’Infinito.

Sembrerebbe di essere di fronte ad una svalutazione dell’amore come eros e quindi dell’amore umano, che spiegherebbe l’odierno radicale rifiuto del messaggio cristiano e il ritorno all’insegnamento tradizionale, vicino alla prospettiva portata avanti dalla cultura greca classica.

Ma proprio nell’epoca medievale, che aveva apparentemente messo da parte la passione amorosa, nasce una nuova esperienza dell’amore, che coincide con la nascita della poesia provenzale nel XII secolo in Francia.

In tale contesto i giovani che vivono come cavalieri presso la corte di un feudatario, iniziano a provare un sentimento nuovo verso la moglie del loro signore. Non è semplicemente un impulso sessuale, ma si tratta piuttosto di un amore sublime. L’amore cortese non è solo desiderio sessuale, ma questo stesso desiderio trasfigurato, orientato all’unione indissolubile dei cuori.

L’amore cortese valorizza l’attrattiva esercitata dalla bellezza e quindi riscopre l’eros per la creatura, tipico della prospettiva platonica. Ma con una sostanziale differenza: mentre Platone considerava il desiderio della bellezza corporea un’esperienza da superare per elevarsi all’assoluto ed esaltava il rapporto omosessuale, l’erotica provenzale anzitutto esalta il rapporto eterosessuale e considera la donna non come semplice mezzo di propagazione della specie, ma come persona da amare in modo da coinvolgere sia la dimensione spirituale che quella corporeo sessuale.

1.5 Conclusione. Eppure l’uomo non si può effettivamente autorealizzare, nemmeno nel più elevato rapporto d’amore, perché non si fa da sé, essendo creatura. E inoltre quale vero amore può prescindere dalla dipendenza dal Mistero? E ancora, è davvero possibile escludere la dimensione religiosa, intesa come tensione umana verso un “oltre”, al fine di raggiungere una pienezza umana?

Nonostante il fatto che oggi l’eros platonico, l’agape evangelica e la charitas agostiniana non si ritrovino allo stato “puro”, non si può negare che l’odierna idea di amore sia nata sulla scorta di questi antecedenti. È innegabile come l’amore oggi, oltre ad indicare l’appagamento del desiderio, fatto questo che ci richiama all’eros platonico, sia fortemente connotato come capacità di donarsi, che comunque si acquisisce maturando, attraverso un’educazione. E tale capacità diventa essenziale anche all’interno di una relazione erotica.

Forse l’uomo maturo è proprio quello che, senza escludere l’eros, è capace di scegliere l’agape come criterio attraverso il quale orientare la propria vita.