Emile Durkheim

di Irma Lanucara

Emile Durkheim (1858-1917) è tra i più importanti protagonisti del pensiero sociologico contemporaneo. Tra i suoi scritti fondamentali abbiamo: La divisione del lavoro sociale (1897), che è una gigantesca analisi del sistema sociale occidentale fino alla fine dell’ ‘800 che anticipa e determina, per molti aspetti, i rapporti di convivenza della contemporaneità. Si concentra sull’articolazione sociale della solidarietà, come costrutto unico del vivere insieme. Le regole del metodo sociologico (1895), dove si trovano gli elementi-chiave del suo pensiero, come il concetto di fatto sociale. Il fatto sociale è l’elemento caratterizzante di una società che condiziona l’individuo. I fatti sociali vengono considerati come cose: essi sono esterni e coercitivi, in quanto non possono essere diversi da ciò che sono. Il primo compito del sociologo deve essere quello di definire le cose di cui tratta, perché si sappia con precisione qual è la questione. La regola per la distinzione del “normale” dal “patologico”, consiste nell’individuare casi anormali, clinici o devianti per spiegare condizioni di normalità sociale. In altre parole la normalità viene spiegata attraverso la devianza. Per devianza si intende ogni atto o comportamento di una persona o di un gruppo che viola le norme di una collettività. Per il sociologo francese Emile Durkheim “un atto è criminale” perché urta la coscienza comune e non viceversa. Tuttavia bisogna tener conto del fatto che le risposte della collettività a uno stesso atto variano nello spazio e nel tempo: per questo motivo si parla di relatività dell’ atto deviante rispetto a: contesto storico, politico, sociale, ambito geografico, situazione.

Una definizione canonica afferma che la devianza è un comportamento che viola le aspettative istituzionalizzate di una data norma sociale.

La norma sociale appare divisibile in due elementi costitutivi: l’aspettativa istituzionalizzata (ideale modalità di risposta) e la sanzione (a seguito della violazione dell’ aspettativa). La devianza è il non assoggettarsi al ruolo che il sistema di valori della propria società si aspetta e si riferisce alle aspettative connesse ad un orientamento normativo. Secondo Talcott Parsons le norme discendono da valori sociali che sono interiorizzati attraverso la socializzazione, un processo di addestramento alla società che inizia da bambino col rapporto madre e figlio. Per i positivisti la devianza è spiegabile in base alle motivazioni che spingono a deviare, ma bisogna ammettere che non ogni deviante, con la sua motivazione, viene a costituire un deviante ufficiale. Il deviante è tale poiché come tale è individuato da un gruppo, sicché è un concetto relativo. Per Becker la devianza non è una qualità dell’atto commesso dal soggetto, ma piuttosto la conseguenza dell’ applicazione da parte degli altri, di regole e sanzioni. Anche all’interno dello stesso gruppo, lo stesso comportamento può essere interpretato in maniera diversa, secondo la situazione. Diversi tipi di devianza sembrano correlati a determinati ruoli sociali (neomarxismo). Difficilmente può essere individuato un gruppo completamente esente dal produrre devianza; può assumere intensità e direzioni diverse.

Uno degli studi più famosi di Durkheim riguarda Il suicidio (1897): Durkheim mostra come ci possano essere dei fattori sociali che esercitano un’influenza determinante al riguardo, soprattutto, di ciò che egli chiama anomia, come rottura degli equilibri della società e sconvolgimento. Durkheim elenca i modi di suicidio in tre tipi:

·        il suicidio egoistico, che si ha quando le persone pensano solo a loro stesse e non sono in grado di raggiungere gli obbiettivi che si pongono.

·        Il suicidio altruista, che si ha quando la persona è troppo inserita nel tessuto sociale al punto da suicidarsi per soddisfare l’imperativo sociale.

·        Il suicidio anomico, tipico della società moderna, sembra essere collegato all’ambito economico: il numero dei suicidi aumenta nei periodi depressione economica.

Un’altra opera di Durkheim è la Sociologia e l’educazione (1922), in cui studia i rapporti osservabili tra le diverse componenti di un sistema educativo, ed i principali sistemi, sotto sistemi e processi della società di cui esso fa parte. Per sistema educativo si intende un insieme di istituzioni e organizzazioni specializzate in ogni tipo d’istruzione, addestramento, formazione, aggiornamento, sviluppo professionale e culturale. Per educazione si intende il processo di integrazione sociale e culturale nell’ambito di concrete situazioni storiche, ambientali e familiari, dove si struttura la personalità umana. Nella storia poco meno che secolare della sociologia dell’educazione, è possibile individuare almeno cinque fasi distinte: la prima fase, che studia i rapporti fra sociologia e pedagogia, assegna alla sociologia dell’educazione il compito di individuare le tendenze evolutive presenti nella società, con l’intento di assecondare e accelerare le tendenze in atto. La seconda fase concepisce l’educazione come una “ricostruzione continua dell’esperienza”, in contrapposizione all’idea dell’educazione come “preparazione per il futuro”e “ricapitolazione del passato”. La terza fase stabilisce una connessione intrinseca tra le forme dell’educazione e le forme del dominio,tra i contenuti dell’educazione della classe sociale cui appartiene. La quarta fase è orientata da un paradigma per il quale “l’educazione va considerata come la “protogenesi della società”. La quinta fase critica i rapporti tra strutture di classe e educazione.