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Eta giolittiana

di Luca Colombo

Giolitti è un liberale democratico e anche un riformista. Appartiene alla Sinistra del partito liberale. Aveva già dimostrato il suo programma quando era diventato Ministro tra il 1892 e il 1893.
Secondo Giolitti la novità del secolo è «il moto ascendente delle masse popolari». Questa frase sta ad indica-re la crescita economica e sociale delle masse popolari. In Italia non ci sono ancora stati sviluppi industriali, però, non mancano masse di lavoratori che si associano tra loro.
Fino a quell’epoca lo stato si comportava, nei confronti del popolo, in modo repressivo e autoritario, tanto che il popolo era escluso dalla vita politica. In Italia, in questo periodo, c’è un deficit demografico e bisogna cambiare la politica. Infatti, è sbagliato reprimere le masse popolari, quando protestano da un punto di vista politico, perché in questo modo, reprimendo questa crescita, si ottiene solo di spingere le masse popolari ver-so le forze sovversive, verso la tanto temuta rivoluzione e quindi verso le forze dell’estrema Sinistra che vo-gliono abbattere la monarchia. Questo è un errore anche dal punto di vista economico perché se si tengono sempre i salari bassi, i consumi saranno bassi e l’economia non si sviluppa. Lo stato non deve intervenire nell’economia, perché altrimenti s’impedisce quello che è il sistema liberale. Lo stato deve invece cercare di essere neutrale in questi conflitti, deve conciliare gli interessi dei lavoratori con quelli degli imprenditori e deve fare delle riforme per rendere democratica e moderna la società italiana, per il bene del paese e per evi-tare di favorire le forse dell’estrema Sinistra (soprattutto il Partito Socialista).
Per potere rafforzare questo, Giolitti ha bisogno di maggioranze in parlamento. Giolitti è un maestro nel co-struirsi maggioranze. Egli interviene nelle elezioni pesantemente, usa cioè i prefetti per ottenere al sud il consenso e la vittoria elettorale.
Giolitti sa usare anche il trasformismo, costruire cioè la maggioranza anche nel parlamento trasformando i partiti dell’opposizione in partiti alleati. Giolitti fino al 1911 in parlamento avrà buoni rapporti con il Partito Socialista Italiano (PSI) facente parte dell’estrema Sinistra. La loro opposizione a Giolitti è blanda.

Il Partito Socialista Italiano (PSI)

Il PSI era nato nel 1892 a Genova. Il segretario è Filippo Turati. Il PSI è un partito moderno, ben organizza-to, ha una sua guida ed è organizzato tra lavoratori e contadini soprattutto nel centro-nord.
Il PSI ha un programma di impronta Marxista, nel senso che voleva costruire una società senza differenze sociali, dove lo stato è il centro motore. Lo strumento è la rivoluzione per creare una nuova società. Il PSI è suddiviso in due anime:
– la parte radicale, massimalista che non è disponibile a nessuna collaborazione con il governo liberale e borghese;
– la parte riformista, che sono reazionari, vogliono la rivoluzione, ma vogliono aspettare che la società maturi e che il proletariato cresca. Sono disponibili ad una collaborazione con il governo liberale e bor-ghese, spingendolo a fare riforme utili per i lavoratori.
L’obiettivo delle due anime è lo stesso, ma cambia la strategia. Turati, appartenendo allo schieramento ri-formista, è disponibile ad una collaborazione con Giolitti.

Le riforme di Giolitti

Il periodo d’oro del riformismo giolittiano va dal 1904 al 1909, anche se le più grandi riforme sono del 1911 e del 1912.
Nel 1904 i socialisti creano un problema a Giolitti, perché organizzano insieme con i Sindacati, il primo sciopero italiano. Giolitti mette in atto il suo programma e non interviene duramente nelle piazze, come a-veva fatto Crispi, ma controlla le manifestazioni e lascia che si svolgano liberamente. Questa è una novità importante perché lascia che i conflitti sociali si risolvano da soli. Con questo metodo, Giolitti vuole fare ca-pire agli operai che non ce la possono fare da soli nella rivoluzione e nello stesso tempo vuole dare una le-zione ai socialisti. Decide di sciogliere il Parlamento, vengono fatte nuove elezioni in cui c’è una grande vit-toria dei liberali e un arretramento dell’estrema Sinistra. Questo serviva per dare una lezione ai socialisti e soprattutto per far capire che il progetto della rivoluzione non conveniva. Giolitti voleva trasformare i socia-listi da partito rivoluzionario a partito d’ordine. Con questo risultato Giolitti può iniziare il periodo delle ri-forme, sostenuto anche da Turati, segretario del PSI.
Vengono promulgate leggi a favore dell’invalidità, del riposo festivo, leggi per tutelare le donne e i bambini, viene creato un ufficio dello Stato che coordini gli emigranti italiani, viene creato il Consiglio Superiore del Lavoro che aveva il compito, nei consigli sociali, di conciliare gli interessi dei lavoratori e degli imprenditori per impedire scioperi e serrate (fabbriche chiuse per protesta).
Le ultime due grandi riforme vengono fatte nel 1911 e nel 1912. Nel 1911 Giolitti crea l’INA, l’Istituto Na-zionale delle Assicurazioni. Viene creato l’INA per difendere i soldi dei risparmiatori perché in questo pe-riodo le banche non erano molto affidabili e molte fallivano. I soldi raccolti dall’INA venivano usati per ri-forme a favore dei lavoratori. Lo Stato poi s’impegnava a restituire i soldi ai proprietari con gli interessi.
Nel 1912 viene istituito il suffragio universale maschile nelle elezioni e il numero di votanti passa da 3 mi-lioni a 10 milioni. Potevano votare tutti quelli che avevano compiuto i 21 anni e fatto il servizio militare. Questa stagione delle riforme coincide con il primo vero decollo industriale italiano (dal 1904 al 1909). L’Italia rimane comunque un paese agricolo, ma a Milano, Torino e Genova si formano le prime industrie. Lo sviluppo è generale e i settori più attivi sono: industria meccanica, automobilistica e siderurgica e grande slancio prende l’energia elettrica. Lo sviluppo interessa anche le banche. Anche l’agricoltura conosce dei miglioramenti. Giolitti la rende più moderna, vengono fatte delle bonifiche e costruiti degli acquedotti. L’agricoltura italiana rimane comunque un settore debole rispetto alle industrie (soprattutto al sud).

Le ombre del sistema giolittiano

L’aspetto più clamoroso che caratterizza l’età giolittiana è il forte squilibrio tra nord e sud. I segnali di questa crisi sono la miseria, i consumi molto bassi, l’arretratezza civile, l’analfabetismo ma soprattutto l’emigrazione. Molti contadini in cerca di fortuna salpano su navi e sbarcano in America Settentrionale. L’emigrazione aveva anche risvolti positivi:
– l’emigrazione era un po’ come una valvola di sfogo perché serviva ad allentare la tensione sociale so-prattutto dei disoccupati;
– le “rimesse degli emigrati”, cioè i soldi che venivano spediti dagli emigrati in Italia e che servivano per elevare i consumi.
Questo fenomeno dell’emigrazione riguardava soprattutto il sud, che non ha conosciuto lo sviluppo del nord. Giolitti, in questo, ha delle responsabilità: infatti, ha avvantaggiato solo gli industriali del nord e gli agrari del sud, non riuscendo a cambiare la struttura economica e sociale del sud che è rimasta arretrata e dominata dai grandi proprietari terrieri. Giolitti veniva eletto grazie anche alla corruzione dei Sindaci dei paesi. Questa forma di favori in cambio di voti viene chiamata clientelismo.
Giolitti è stato l’uomo politico più odiato e più attaccato sia dalla Destra che dalla Sinistra e anche dal Cen-tro. Tra i principali oppositori ci sono:
– l’estrema Sinistra, formata dai socialisti massimalisti e radicali;
– i meridionalisti e i liberisti. I principali esponenti dei meridionalisti sono: Salvemini, socialista, che criticava i metodi elettorali e repressivi di Giolitti, che non permettevano una crescita civile del mezzo-giorno. Questa arretratezza del sud dipende dalla politica liberista di Giolitti che la vuole basata sul mer-cato non sul protezionismo. Don Luigi Sturzo, cattolico, che fonderà nel 1919 il Partito Popolare Ita-liano, criticava l’accentramento del potere centrale soffocando il sud e chiedeva la riforma agraria e lo sviluppo dell’agricoltura. Nitti, liberale, chiedeva allo Stato un intervento per l’industria e vuole creare grandi centri industriali al sud. Il principale esponente dei liberisti è Luigi Einaudi, liberale;
– la Destra dei liberali e dei conservatori, che è preoccupata dell’apertura di Giolitti ai socialisti e ha paura della rivoluzione. I principali esponenti sono: Sonnino, Salandra, il “Corriere della Sera” diretto da Luigi Alberini;
– l’estrema Destra: i nazionalisti. Il nazionalismo in Italia nasce a Firenze come corrente di pensiero tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. All’inizio era un movimento culturale di cui facevano parte i borghe-si, che nelle loro riviste attaccavano la società italiana, i governi italiani perché a causa loro la società si è indebolita, è corrotta, grigia, passiva, debole e vuota di valori. Vogliono ridare slancio prima culturale e poi politico alla borghesia. All’inizio i nazionalisti sono pochi; poi, con lo sviluppo della società italia-na e con l’avventura africana di Crispi, le idee nazionaliste iniziano a diffondersi nell’opinione pubblica borghese. E allora questa corrente diventa anche un movimento politico che nasce nel 1910. La sua ideo-logia viene poi chiarita nel 1911 con l’uscita della rivista «L’idea nazionale», in cui scrivevano Corradi-ni, Federzoni, Rocco. L’ideologia nazionalista è anti-socialista, anti-democratica e anti-parlamentare. Considerano il Parlamento come luogo inutile e corrotto. In politica estera sono a favore della politica imperialistica, a favore quindi delle colonie. Il loro nemico principale è Giolitti che apre le porte ai socia-listi e che conduce una politica estera debole e fiacca, a rimorchio della Germania. Il loro progetto è quello di creare uno stato unitario con la monarchia. Nel 1913 entrano nel Parlamento e le loro idee ini-ziano a diffondersi anche tra i liberali e i conservatori.

La politica estera di Giolitti

Giolitti, in politica estera, rimane fedele nella linea del Triplicismo. Per Giolitti la politica estera è subordina-ta alla politica interna, perché per Giolitti erano più importanti le riforme e mettere in moto il paese. La poli-tica estera avrebbe dovuto andare a rimorchio di quella interna. Ma Giolitti ha dovuto fare i conti con un quadro internazionale di grave crisi, molto irrequieto e puntellato da conflitti. L’Italia in questo periodo deve quindi prendere delle posizioni. Da una parte c’è la Triplice Alleanza, formata da Germania, Austria e Ita-lia, dall’altra c’è la Triplice Intesa, formata tra Inghilterra, Francia e Russia. Ci sono contrasti tra le due Alleanze, ma anche tra Inghilterra e Germania e la rivincita francese nei confronti della Germania. Questa rivalità è però di tipo politico e militare e anche economico. A rendere più agitate le acque c’è la questione balcanica. Dopo la caduta dell’Impero Turco, sono nate nuove nazioni, la Serbia, la Bosnia-Erzegovina, la Bulgaria…, e su queste nazioni soffiano le voglie di conquista della Russia e dell’Austria, la prima per la vi-cinanza con gli slavi, la seconda per allargare i propri confini e per far vedere la propria superiorità. L’Austria occuperà poi i territori della Bosnia-Erzegovina nel 1908.
In questo quadro internazionale di crisi, Giolitti non riesce a portare avanti una politica di pace e ordine e si rende conto che la Triplice Alleanza non garantisce più l’Italia e vuole cercare nuovi rapporti politici con le altre potenze. Giolitti, anche se sarà accusato di fare una politica estera debole, si rende conto che l’Italia è cresciuta, anche se ci sono molte ombre. L’Italia è diventata più forte e sente la pressione dell’opinione pub-blica che viene dai settori nazionalisti e che spingono per una politica estera più forte. E allora la politica e-stera italiana si fa più libera, intraprendente e ritorna la voglia di conquista, ritorna cioè la politica coloniale. Giolitti favorisce una ripresa di rapporti politici ed economici con la Francia e l’artefice di questo è il mini-stro Prinetti. Poi è la volta della Russia, con il ministro Tittoni.
Questi accordi sono di tipo economico e politico. L’Italia, senza rompere la Triplice Alleanza, cerca di avere delle garanzie su eventuali progetti italiani di tipo coloniale ed espansionistico da queste potenze. In effetti, la Germania e l’Austria si sentono un po’ tradite e non sono molto contente di questi “giri di valzer” dell’Italia con le altre potenze.
Nel 1911, Giolitti tradisce la sua logica di politica estera e lancia l’Italia in un’impresa coloniale in Libia. Questo fatto rappresenta una svolta imprevista. Giolitti arriva a questa decisione per ragioni solo di politica internazionale, non per i nazionalisti. C’era stata una grave crisi politica in Marocco e la Francia voleva conquistarlo. L’Italia aveva acconsentito questo anche per potersi permettere la conquista della Libia. La po-tenza che non ci sta è la Germania. Viene fatta una conferenza tra Francia, Germania e Italia in cui l’Italia non muove un dito né per la Francia né per la Germania. La Germania, per questo gesto, rimane delusa e iso-lata. La Francia può aprire le porte per la conquista del Marocco. Una volta che la Francia ha invaso il Ma-rocco, Giolitti capisce che è il momento giusto (una fatalità storica) per avventurarsi e conquistare la Libia e poi ritornare in Italia per continuare a fare delle riforme. La guerra contro i turchi, in Libia, dura circa un an-no, nel quale l’Italia riesce a conquistare le regioni libiche marittime sul Mediterraneo. Con la pace di Lo-sanna, la guerra finisce e l’Italia, oltre alla Libia, può godere delle Isole del Dodecaneso nel Mediterraneo orientale.

La crisi del sistema giolittiano (marzo 1914)

Anche se la guerra è stata vittoriosa, il clima politico in Italia è ostile a Giolitti. La Destra (liberali, conser-vatori, nazionalisti) attacca Giolitti fortemente. Giolitti è però anche attaccato dall’estre-ma Sinistra (socia-listi). I socialisti attaccano Giolitti perché non sono soddisfatti della guerra in Libia. Turati non riesce a tene-re insieme le due anime, massimalista e riformista, del partito socialista e prende il sopravvento la parte mas-simalista, pur rimanendo Turati come segretario. Turati è costretto anche ad espellere dal PSI due uomini dell’ala riformista (la stessa di Turati) che avevano appoggiato Giolitti della guerra in Libia. Questi due uo-mini sono il Bonomi e il Bissolati. In questo periodo, la figura di maggior spicco dell’ala massimalista del PSI è Benito Mussolini, che è anche direttore del giornale socialista l’“Avanti!”.
Giolitti è quindi preso tra due fuochi: l’estrema Destra e l’estrema Sinistra. Rimane comunque forte perché poteva contare sui fedeli presenti nel suo partito. È in questo clima che Giolitti promulga le due più impor-tanti riforme del suo governo: l’INA (Istituto Nazionale delle Assicurazioni) e il suffragio universale ma-schile. Giolitti, pensando d’essere molto forte, gioca la carta delle elezioni. Nel 1913 vengono fatte nuove elezioni, in cui Giolitti, non potendo contare sull’aiuto dei socialisti, trova come fedeli i cattolici. Ancora, in questi anni, era valido il “Non Expedit”, anche se il papa aveva allentato il freno, nel senso che in parte lascia andare i cattolici a votare solo quei deputati che avessero nel loro manifesto punti favorevoli alla morale cat-tolica. Questo accordo con i cattolici prende il nome di Patto Gentiloni.
Nelle elezioni vince il partito liberale, grazie soprattutto ai voti dei cattolici. Questa vittoria è però solo appa-rente perché quando viene convocato il nuovo Parlamento, Giolitti si rende conto che non è possibile creare una maggioranza per le sue riforme. Il partito liberale è ormai orientato verso Destra, verso idee conservatrici più che riformiste. E allora Giolitti si fa da parte e lascia il posto ad un nuovo liberale: Antonio Salandra, liberale e conservatore, che porterà l’Italia in guerra.

Dal marzo 1914 al giugno 1914

Il programma del nuovo ministro Salandra, non è poi così diverso da quello di Giolitti. Quello che cambia sono i metodi. Salandra è un conservatore: il suo scopo è quello di salvare la monarchia e l’ordine economi-co. La strategia però cambia, nel senso che lo stato entra di più nella vita sociale ed economica diventando più autoritario e intervenendo anche nelle rivolte popolari. Il clima nel paese è molto teso; c’è una forte ten-sione sociale nella primavera del 1914. Quando alcuni lavoratori vengono uccisi dalle forze dell’ordine, i sindacati dichiarano lo sciopero generale (giugno 1914). Lo sciopero interessa soprattutto il centro nord che conosce grandi agitazioni. In particolare in Romagna ci sono fenomeni molto violenti: chiese devastate, mu-nicipi occupati. Il movimento di protesta prende un carattere anarchico e repubblicano più che socialista. Questo periodo è viene chiamato col nome di “Settimana Rossa”. L’opinione pubblica conservatrice accusa di questi fatti Giolitti. Si pensa di essere anche ad un passo dalla rivoluzione. Si accusava Giolitti perchè ri-maneva la figura più popolare e lo si accusa della politica debole fatta negli anni prima. La repressione fu violenta, ma a questo punto si arriva al 28 giugno 1914, giorno d’inizio della Prima Guerra Mondiale, con l’uccisione del duca Francesco Ferdinando a Sarajevo.

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