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A Zacinto

sonetto di Ugo Foscolo

analisi di Miriam Gaudio

 

Né più mai toccherò le sacre sponde  A

Ove il mio corpo fanciulletto giacque,  B

Zacinto mia, che te specchi nell’onde  A

Del greco mar da cui vergine nacque  B

 

Venere, e fea quell’isole feconde  A

Col suo primo sorriso, onde non tacque  B

Le tue limpide nubi e le tue fronde  A

L’inclito verso di colui che l’acque  B

 

Cantò fatali, ed il diverso esiglio  C

Per cui bello di fama e di sventura  D

Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.  E

 

Tu non altro che il canto avrai del figlio,  C

o materna mia terra; e a noi prescrisse  E

il fato illacrimata sepoltura.  D

 

ANALISI DELLA POESIA

 

Prima lettura: parafrasi 

Non toccherò mai più le sponde dell’isola dove vissi la mia infanzia,

Zacinto mia, che ti specchi nelle onde del mare greco, dal quale

 Venere venne creata, e fece queste terre feconde

con il suo primo sorriso,

per cui il nobile verso di Omero che cantò

il diverso esiglio di Ulisse che, bello per la fama e le sventure

ritornò alla sua amata patria Itaca

cantò anche le tue limpide nubi e le tue foreste

O mia terra materna,

tu non avrai altro che il canto del tuo figlio;

il fato ci prescrisse una sepoltura senza lacrime.

 

In questa poesia Ugo Foscolo, poeta che fu esiliato, esprime tutta la sua nostalgia verso la sua terra natia che sa già che non potrà vedere mai più, ed esaltando la bellezza di Zante la tristezza del suo cuore è più evidente.

 

Seconda lettura:

Questa composizione poetica è un sonetto, perché è composto da quattro strofe: due quartine, che presentano rime baciate(ABAB), e due terzine che presentano rime concatenate (CDECED) a versi endecasillabi.

La poesia inizia con tre avverbi di negazione: né più mai. Questo sottolinea la disperazione dell’autore per cui un destino inevitabile lo allontana dalla sua patria; questo lo riprende alla fine: il fato a noi prescrisse illacrimata sepoltura.

Ugo Foscolo è un poeta famoso anche per i suoi riferimenti classici:si rifà ai greci, ai loro usi e costumi; per esempio nell’ultima strofa parla del fato, che è un elemento greco, infatti i greci pensavano che il fato era una cosa da cui non si poteva scappare, una cosa che anche gli dei non potevano cambiare e a cui dovevano sottomettersi. Sempre nell’ultima strofa c’è un riferimento alla sepoltura illacrimata, un altro elemento greco: per i greci era meglio vivere da schiavo che morire senza che nessuno potesse piangerti, questo perché pensavano che nell’Ade desse sostegno ai deceduti non lasciandoli da soli e spaventati nell’orribile regno dei morti.

Nella seconda e terza strofa Ugo Foscolo si riferisce a Venere (dea dell’amore e della bellezza), a Ulisse (eroe glorioso e multiforme) e all’inclito verso che si riferisce al verso che ha usato Omero per cantare i suoi poemi: tutti fattori classici.

Nella prima strofa si può notare che Zacinto mia, è il punto centrale da cui dipende tutta la strofa e il senso della poesia, è bello vedere come l’autore ha sottolineato il “possesso” dell’isola, come se fosse una cosa sua, che è ancora nel suo cuore, ed il vezzeggiativo Zacinto lo sottolinea ancora di più, perché è come quando conosci bene una persona: gli dai dei soprannomi. È presente anche un enjambement dopo nacque, si vuole soffermare l’attenzione sulla parola perché è come se il ricordo dell’isola rinascesse nel suo cuore e quindi vuole che anche il lettore provasse l’emozione che Zante nasca in quel momento.

La cosa che mi ha colpito di più delle prime due strofe è che tutte le parole alla fine del verso finiscono con ‘onde e ‘acque, questo sottolinea che si sta parlando di un’isola e contemporaneamente dà l’impressione di viaggiare su una barca verso Zante cullata dal mare: l’autore ci sta portando sull’isola con la mente, e infatti nella seconda strofa inizia a descriverla anche attraverso cose che all’apparenza sembrerebbero brutte o scontate come limpide nubi , che è un ossimoro che ci fa capire che l’isola è così bella che anche le nuvole che portano la pioggia sono da ammirare. Le fronde degli alberi,infatti, sembrano scontate: tutti i paesi del mondo hanno alberi, chi più e chi meno, e allora perché l’autore non descrive una cosa come un monumento che non si può trovare altrove?

Perché vuole farci capire che per essere bella quell’isola non ha bisogno di cose particolari, perché le cose comuni sono fantastiche per la semplicità.

Nella terza strofa Foscolo invidia un po’ Ulisse, che ha avuto un esiglio (licenza poetica) diverso dai suo, perché Foscolo nonè riuscito a tornare in patria, mentre Ulisse, anche se dopo molte sventure e peripezie, ha baciato di nuovo la sua (viene sottolineata l’appartenenza del cuore alla patria) terra.

La quarta strofa,a parer mio, è la più drammatica perché smette di descrivere Zante e si dispera perché non potrà vederla mai più. Questo aspetto è sottolineato dall’anastrofe tu non altro che il canto avrai del figlio, dove “parla” con la patria (attraverso l’impersonificazione o materna mia terra) che anch’essa è disperata, perché non avrà nient’altro che questa poesia; poi la disperazione “esplode” in e a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura, dove proclama che morirà senza vedere più la patria e quindi infelicemente insieme a tutti gli italiani delusi da Napoleone (e a noi prescrisse...)

 

Terza lettura:

Ugo Foscolo ci vuole comunicare la concezione negativa del fato,dai cui non si scappa e che non si può cambiare. Questa poesia ha un valore missionario: vuole comunicare a tutti attraverso tu non altro che il canto avrai del figlio il valore della sua isola, è l’unica cosa che può fare per lei: farla ricordare agli altri per sempre.

 

Quarta lettura:

Io mi paragono a Ugo Foscolo sotto l’aspetto della nostalgia: anche io ho provato questa emozione.

Ancora adesso provo una nostalgia profonda del Creelone: un paesello di montagna nella Valle Camonica dove fin da quando sono nata vado a fare le vacanze di Natale e le vacanze estive.

È una specie di quartiere dove ci sono poco più di 30 case, fresco e libero il Creelone è il luogo dove io e mio fratello scendevamo con il bob la collinetta innevata, dove abbiamo fatto un dragone di neve con i miei amici che vengono anche  loro al Cree per fare le vacanze.

Conosco tutti al Creelone, perché è molto piccolo ed è formato da un gruppo di case collegate da un sentierino di sassi che ho misurato molte volte con le mie gambe correndo per fare ‘tana-libera-tutti’ alla “palma”, brutalmente spoglia perché le sue foglioline, che assomigliavano a quelle della palma, sono l’ingrediente base di tutte le pozioni che preparo insieme ad Anna e a Federica sul tavolino di pietra ai suoi piedi traballante a forma di angioletti. Sul praticello fresco crescono fiori rosa che usiamo come proiettili che spariamo attraverso un nodo complicato dello stelo divertendoci moltissimo; e sempre lì, sull’erbetta verde, la sera stendiamo i k-way e supini ammiriamo la via lattea, visibilissima. È  bello stendersi lì anche al ritorno dalle numerose gite che facciamo: il profumo intenso dell’erba ci dà sempre la forza per rialzarci e incominciare a giocare.

Il Creelone è il posto dove tengo i miei ricordi più felici, accompagnati da un’infanzia dolcissima.

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“…Zacinto mia, che te specchi nell’onde

Del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quell’isole feconde col suo primo sorriso…”

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