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Descrizione di un racconto giallo

“ Vi presento il mio investigatore…”:

di Miriam Gaudio

Aspettavamo da più di mezz’ora e sinceramente c’era da aspettarsi che a qualcuno fosse balenata l’idea di alzare i tacchi e andarsene; anch’io presentavo questo desiderio, ma lo repressi subito perché non potevo andarmene da casa mia. Quando sarebbe arrivato? Mi aveva assicurato che non avrebbe tardato, ma dovevo aspettarmelo da lui, d’altronde sarebbe un miracolo se, chiedendogli l’ora, te la saprebbe dire. Cosa fare? Potevo intraprendere una conversazione allegra, mi riusciva volentieri e con facilità, ma con lo scopo conosciuto per cui eravamo seduti in circolo nel mio salotto mi sembrò fuori luogo; l’attesa era snervante e dopo aver contato tre quarti d’ora esatti di ritardo il silenzio fu insopportabile; stavo per alzarmi e invocare le scuse dei miei ospiti quando improvvisamente la porta del salotto di aprì di scatto con un tonfo sordo. Ne entrò un ometto col viso scarlatto per la corsa e il fiato affannoso; non era più alto di un metro e cinquanta e i suoi baffi crespi che si alzavano ad ogni respiro gli davano un’aria simpatica e gioconda; fini occhiali che sembravano che alla sola vista si spezzassero, erano pericolosamente in bilico sul naso aquilino e sottile e contornavano un paio di occhi verdi come i prati dell’Irlanda.

“ Vi presento il mio investigatore: il signor David Jenkins.” Pronunciando queste parole mi sentii molto più sollevata, ora la colpa del ritardo ricadeva su di lui e non su di me.

Quando mi rimisi a posto l’omino che era entrato di corsa nella sala fece un breve cenno con la mano grassoccia, ancora rosso per la fatica; non doveva correre spesso perché comunque, anche con tutta la fatica che esprimeva quella faccia tonda e rosea era arrivato molto in ritardo. Al gesto della mano la sua forma tonda ondeggiò lievemente facendo muovere il riflesso delle lampade sulla sua pelata, dove un tempo si vantava della sua chioma rossa che continuava a toccare e modellare; forse era per questo che ora era ormai calvo, ma i miei pensieri furono deviati dalla voce profonda e penetrante che in qualche modo sembrava non appartenere a quell’omino che era poco più alto di me.

“ Mi scuso per il ritardo con tutti voi ma durante il tragitto ho dovuto risolvere un piccolo caso di furto di cibo nell’orfanotrofio di Beklins; ho parlato con tutti i bambini, la suora direttrice pensava fosse stato un ladro ma tra tutti gli orfani uno solo aveva l’alito profumato di dentifricio e io i denti, da piccolo, li lavavo un giorno si e uno no; devo ammettere che ha un bel cervello, il ragazzo, non è da tutti avere l’ingegno di lavarsi i denti. Ed è per questo che lascio a lui il compito di dire alla suora il suo ‘peccato’ poiché prima o poi deve crescere, in quanto alla suora le ho detto di non preoccuparsi, per ora e che ero in ritardo per una riunione urgente,”

Fui ammirata da come ci sapeva fare con i bambini, oltre ad essere il mio investigatore privato David era anche un mio caro amico e sapevo bene che viveva con Marie, sua moglie, e dieci figli in una casa piccola per così tanta gente.

“ e ora che mi sono riscaldato la mente, signori e signore, vorrei sapere il perché di questo colloquio.”

Mentre parlava sapevo per esperienza che, dietro la schiena, non teneva le mani giunte come ci si aspettava, ma giocherellava furiosamente con le dita tozze: lui diceva che facendo così si concentrava e scaricava i nervi, mentre io mi innervosivo. Di lui mi aveva sempre colpito il suo sguardo in contrasto con la sua presenza vivace: quel verde intenso degli occhi sembrava avvolgerti e, guardandolo fisso, mi sentivo la testa come un palloncino per poi finire a dire le cose senza rendermi conto, una volta arrivai a raccontare del mio ex fidanzato e di tutte le mie preoccupazioni per lui senza che David mi chiedesse niente; era come essere davanti ad un incantatore di serpenti: con il suo sguardo profondo e ‘scavatore’ non riuscivi mai a mentire e ti svuotavi dei tuoi problemi come una marionetta i cui fili sono nelle sue mani.

“ ne deduco dal suo viso triste, signore, che mi avete chiamato per investigare di un crimine successo che deve essere anche grave dalle vostre facce, era forse suo padre, giovanotto?”

All’espressione sconcertata di James Perethy, Jenkins fece un lieve sorriso consolatore: quel sorriso lo conoscevo, me lo rivolse molte volte e, ricordandomi di quando me lo aveva rivolto al funerale di mia nonna e di quanto mi rese beneficio, pensai che era la cosa migliore da fare: le parole in certi casi non servono che a renderti ancora più depresso.

“ sei quello con la faccia più triste e porti continuamente la mano all’orologio che credo sia di tuo padre, visto che lei non è sposato, oppure se è sposato l’avverto che ha perso la sua fede, ragazzo; comunque non credo che le donne, senza minima offesa, sarebbero capaci di comprare o possedere un orologio così antico e di così grande valore.”

Prese una sedia e si mise vicino a James, come se volesse prendere il posto di suo padre.

“ Allora, volete raccontarmi cosa è successo o mi avete chiamato perché c’era bisogno che qualcuno sostenesse questo giovane?”

Timidamente mi alzai e iniziai a raccontare i fatti precisamente e con tutti i particolari possibili, perché anche io ero presente quando era accaduta la tragedia, e mentre parlavo gli occhi di David, che sembravano aver rubato un pezzo di prato, mi penetravano sbirciando nel mio cervello ogni particolare che potesse rivelarsi utile, tanto che a metà del racconto mi sembrava inutile parlare poiché pensai che lui ci aveva messo molto di meno a guardare nei miei ricordi.

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