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Analisi di alcune poesie di Ungaretti

di Miriam Gaudio

DANNAZIONE

Chiuso fra cose mortali

( anche il cielo stellato finirà )

Perché bramo Dio?

 

DESTINO

Volti al travaglio

come una qualsiasi

fibra mortale

perché ci lamentiamo noi?

 

VEGLIA

(cima 4 23/12/1915)

Un’intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d’amore.

 

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita.

 

SAN MARTINO DEL CARSO

(Valloncello dell’albero isolato)

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro.

 

Di tanti

che  mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto.

 

E’ il mio cuore

il paese più straziato.

 

SOLDATI

(Bosco di Canton Luglio 1918)

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie.

 

MATTINA

M’illumino

d’immenso.

 

FRATELLI

Di che reggimento siete

fratelli?

 

Parola tremante

nella notte

 

foglia appena nata

 

dell’aria spasimante

involontaria rivolta

dell’uomo presente alla sua

fragilità

 

fratelli.

 

PRIMA LETTURA

Tutte queste poesie di Ungaretti sono state scritte mentre partecipava alla prima guerra mondiale; parlano dei sentimenti dell’uomo più profondi che sono suscitati in lui nel periodo più duro della sua vita: domande profonde (Dannazione e Destino), amore (Veglia), immensità (Mattina), sofferenza (San Martino del Carso), debolezza (Fratelli e Soldati), fraternità (Fratelli).

SECONDA/TERZA LETTURA

È strano, ma nello stesso tempo fantastico, vedere come lo scrittore non abbia mai parlato male dei  nemici o del sentimento dell’odio, infatti cita: “Nella mia poesia non c’è traccia di odio per il nemico né per nessuno. C’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini della sofferenza dell’estrema precarietà della loro condizione”.

Ungaretti ha la particolarità di scrivere in versi liberi per sottolineare la libertà dei sentimenti che prova, indipendentemente dalla situazione in cui si trovava, per sottolineare la libertà dell’uomo anche nelle trincee, anche se costretto a combattere nessuno gli può impedire di provare emozioni.

Questa libertà l’ha evidenziata soprattutto nella poesia “Veglia” in cui scrive di aver passato un’intera notte con un compagno morto, massacrato, buttato affianco come un oggetto, con la congestione delle sue mani penetrata nel suo silenzio, dove ha scritto lettere piene di amore e dove non si è mai sentito così tanto attaccato alla vita.

A prima lettura può sembrare molto strano che un uomo, avendo affianco la morte, possa provare così tanto onore per la vita: è un contrasto magnifico che dice che l’uomo è così libero che anche di fianco alla morte può provare amore e attaccamento alla vita, anzi, proprio perché accanto alla morte, ci rendiamo conto di che dono sia la vita e l’amore.

In questa poesia, come in tutte le altre, l’importanza e la sacralità della parola sono importantissime per Ungaretti: sembra che l’autore vada a ricercare la parola giusta che esprima quello che lui vuole; per fare questo elimina il più possibile i nessi sintattici e la punteggiatura, fa molti enjambement per risaltare la parola chiave e lascia degli spazi bianche che descrivono l’assenza, la mancanza di qualcosa: mettono quindi al lettore questo vuoto nel cuore facendogli capire che la poesia lo stimola fino ad un certo punto, lo sforzo per riempire quel buco che ti si crea lo devi fare tu.

I temi delle poesie variano da un sentimento all’altro a base dell’esperienza del poeta, uno è per esempio la tristezza messa in luce nella poesia “San Martino del Carso”, dove descrive un paesello distrutto con cui mette a confronto il suo cuore: il paese più straziato.

Anche qui l’importanza del senso della parola è grande, le parole chiave sono: brandello, cuore, straziato. Il poeta ha nostalgia dei suoi compagni che paragona al brandello di muro, ma nonostante la distruzione lui li tiene tutti nel suo cuore (“… ma nel mio cuore nessuna croce manca…”), lo oppone con tutto il suo calore e il suo amore alla morte: capisce che la morte è solo un’altra rinascita, ma non poteva impedire di essere triste e di piangere.

Nella poesia “Mattina” la ricerca di Dio e il principio delle cose semplici vengono valorizzate in questa poesia.

In un’ unica parola è racchiuso tutto il significato del Mistero quotidiano: immenso.

Quest’unica parola ha creato un climax per cui noi possiamo immaginare che il poeta, alzandosi la mattina venga illuminato da un raggio di sole, e pensi che la luce viene dal sole, il sole dal Sistema Solare, il Sistema Solare dalla Via Lattea, la nostra Galassia dall’universo e l’universo dall’immensità; nello stesso tempo “immenso” racchiude anche una sinestesia che contiene vista, olfatto, udito, tatto. Una parola descrive la vita quotidiana a cui noi non ricordiamo di attribuirne l’immenso, sempre e comunque.

Ungaretti è molto abile a creare i climax e questo lo possiamo notare anche nel climax discendente presente nella poesia “Soldati”: paragona la fragilità dell’uomo alla fragilità delle foglie in autunno che con una semplice folata di vento cadono, anche se loro impiegano tutte le loro forze per aggrapparsi al ramo. Qui la debolezza dell’uomo che vuole rimanere aggrappato al ramo della vita viene evidenziata dalla parola “Si” all’inizio, che è impersonale: indica chiunque e dovunque, infatti i temi che ripropone Ungaretti nelle sue poesie sono universali perché ogni uomo, anche senza andare in guerra, prova tutte le emozioni che ha provato lui, anche se con meno durezza.

Il tema della solidarietà lo spiega la poesia “Fratelli”, dove l’autore riflette su questa parola dopo averla detta ad un reggimento straniero, questa parola ha un peso così grande che prima trema nell’aria, simile a una foglia appena nata che deve ancora crescere, è indifesa come un cucciolo, poi si trasforma in una ribellione interiore rispetto all’ingiustizia della fragilità dell’uomo e la poesia si conclude ripetendo “fratelli” ma questa volta più fermamente, per contrapporla alla morte e alla fragilità e che fuga ogni dubbio.

Questo poeta mi ha affascinata anche per l’uguaglianza alle domande che si è posto con le domande che anche io a volte mi pongo, queste domande che vengono espresse nelle poesie “Dannazione” e “Destino” sono sull’esperienza, l’esperienza di accorgersi della presenza di Cristo e sono sul perché noi desideriamo, in questo caso, sul perché desideriamo Dio (Dannazione) e perché desideriamo essere più forti (Destino).

Il desiderio in Dannazione è molto più sottolineato, soprattutto dalla frase principale: “perché bramo Dio?”; anche qui è sottolineata l’importanza della parola, della parola “bramare” che racchiude un significato intenso, intenso quanto il suo desiderio, infatti bramare è molto più di desiderare (desiderio = DE SIDERA = dalle stelle; il desiderio veniva dal cielo, dipende da qualcuno fuori da noi). Con questa poesia Ungaretti vuole sottolineare il suo contrasto interiore tra l’essere imprigionato tra le cose che finiranno

( “Chiuso tra cose mortali (anche il cielo finirà) perché bramo Dio?” ) con il sentimento del desiderare, perché noi siamo fatti per cose immortali anche se siamo circondati da un mondo che ha una fine. Nella poesia Destino invece risalta il fatto che noi siamo stati creati per la felicità, eppure noi soffriamo ( travaglio = momento più doloroso), e quindi perché se l’uomo è stato creato per soffrire perché noi ci lamentiamo? ( “ Volti al travaglio come una qualsiasi fibra mortale perché ci lamentiamo noi?” ), Perché noi siamo stato fatti per la felicità.

QUARTA LETTURA                                                                                     

Proprio perché i temi delle poesie sono universali, anche io ho provato le stesse emozioni di Ungaretti: per esempio ho provato la ricerca di Dio e l’amore in tutte le vacanzine del Portico quando, arrivati alla meta di una gita, cantavamo le canzoni degli alpini davanti alle montagne, anche io lì non mi sono mai sentita tanto attaccata alla vita.

Oppure ho provato la tristezza e il distacco quando, alla fine della seconda media, una delle mie migliori amiche e uno dei miei migliori amici hanno dovuto lasciare la città, per sempre; ho pianto moltissimo, ma poi ho capito che vivevano nel mio cuore sempre e comunque (“…ma nel mio cuore nessuna croce manca…”). Queste poesie di Ungaretti mi hanno colpita profondamente sia per la loro semplicità che per la loro profondità, anzi, proprio perché descrivevano in un modo così semplice e veritiero l’uomo mi hanno colpita così tanto.

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