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La follia

trattazione di Elena Odone per una tesina o un saggio breve

Nel corso dei secoli, il concetto di follia è stato attribuito a realtà tra loro piuttosto differenti.

Il follis latino era “un soffietto per attizzare il fuoco”, il che suggerirà il senso metaforico dell’uomo “gonfiato”, ossia dello sciocco. Ma a partire dal XII secolo, il folle è già il malato di mente. Il Dictionnaire de l’Academie, del 1694, dice che il fou, cioè il folle, è colui che «ha perduto l’intuizione, la capacità di pensiero, ed è caduto nella demenza». E’ il periodo dell’ospedalizzazione della follia, che Michael Foucault definirà una nuova lebbra. L’editto reale del 27 aprile 1656, che istituiva la creazione del primo ospedale di medicina generale, segna anche l’internamento e la reclusione di tutti coloro che –mendicanti, fannulloni, ubriaconi, mentitori,impudichi…- potessero in qualche modo depravare la società. Il paradosso della follia e la sua sostanziale incomprensibilità susciteranno fino ad oggi atteggiamenti contraddittori. Sempre Foucault dice che tra la buona e la cattiva povertà la differenza è questa: «la prima accetta l’internamento e vi trova riposo; la seconda lo rifiuta e di conseguenza lo merita». Questo ragionamento paradossale non differisce molto da una considerazione ironica e piuttosto diffusa nel XIX secolo nei manicomi: “Costui è davvero pazzo dato che sostiene di non esserlo”.

Contrariamente all’ospedale di medicina generale, nel quale il ricovero è sempre stato subordinato ad una diagnosi medica,l’ingresso in un ospedale psichiatrico sembrava dipendere più da criteri sociali che clinici, perché vi erano convogliati, oltre ai malati mentali,tutti coloro il cui comportamento fosse imbarazzante per l’ordine sociale. Il folle è colui che offende le regole della morale, del corretto modo di pensare. Questo criterio di estraneità corrisponde, in effetti, alla ben nota alienazione, termine che deriva dal latino alienus e significa “divenire altro”.

L’internamento della follia finirà, nel corso dei secoli, per estendersi a realtà mentali acquisite o congenite molto diverse sul piano clinico, ma che conducono,inevitabilmente,ai margini della normalità sociale. Oskar Panizza (il nome è tutto un programma…) ci ricorda che per molte culture tradizionali nell’antichità,la follia aveva estrazioni divine. La parola ebrea “navi” designava sia il profeta che il folle. Da un lato si trovano il diritto, la legge e la ragione; dall’altro, il crimine e l’incapacità di ragionare perché «il folle non può pensare e il pensiero non può essere follia».

La rapida evoluzione della psichiatria nel XIX e XX secolo ha profondamente modificato il senso del termine follia, che oggi non è più utilizzato se non nel linguaggio popolare. La diagnostica medica l’ha sostituito coi termini nevrosi, psicosi, melanconia o depressione. Il concetto di follia si avvicina piuttosto alla diagnosi clinica di psicosi, legata alla struttura psichica di una persona.

Già Platone nel Teeteto e nel Fedro sosteneva che gli uomini di genio si lasciano sopraffare facilmente dalle loro ispirazioni e sono abitualmente “fuori di sé”.

L’angoscia e la sofferenza morale traspaiono letteralmente dalle prime tele di Edvard Munch, opere dai titoli espliciti come La morte alla sbarra, La morte e la fanciulla, Amore e dolore, il celebre Il grido, del 1893, e Ansietà, dell’anno successivo. Superato l’iniziale naturalismo, acquisì quei mezzi pittorici adatti ad esprimere quel senso tragico della vita e della morte di cui è pervasa la letteratura scandinava da Ibsen a Strindberg. Il colore si stende irreale e allude ad una condizione psicologica di desolata malinconia. «Sto ricadendo ammalato, e fuggo in una clinica per curare i miei nervi,prima di tornare in Norvegia. Paura della gente, affetto da insonnia», confidava in quel periodo. Angoscia ed elaborazione del lutto costituiscono le motivazioni più profonde della pittura di Munch; la vicenda infantile del pittore ha infatti segnato profondamente la sua opera. Assistere a cinque anni alla morte per tubercolosi della madre, gli aspetti cruenti della scena, sono immagini intagliate nella memoria, e riattivate dal ripetersi della stessa situazione nove anni più tardi, alla morte della sorella Sophie. Nell’opera più celebre, Il grido, viene sovvertito un pregiudizio classico, quello, della irrappresentabilità del suono. Il personaggio, con il suo volto simile ad una mummia, riesce a far uscire il suo carico di dolore all'esterno, a pretendere di non sentirlo più come proprio, ad accettare la morte della madre senza doversi identificare in essa, tappandosi le orecchie per non sentire.

Disse Munch a proposito del Grido:

Una sera passeggiavo per un sentiero,
da una parte stava la città e sotto di me il fiordo.
Ero stanco e malato.
Mi fermai e guardai al di là del fiordo
- il sole stava tramontando -
le nuvole erano tinte di un rosso sangue.
Sentii un urlo attraversare la natura:
mi sembrò quasi di udirlo.
Dipinsi questo quadro,
dipinsi le nuvole come sangue vero.
I colori stavano urlando.

A margine di una delle numerose copie dell’opera (alcune anche in litografia, per rendere più scarne e incisive le immagini) scrisse: “Solo un folle poteva dipingerlo”.

L’alcolismo, le crisi di angoscia e una forte mania di persecuzione lo portano alla clinica del Dott. Jacobson a Copenaghen nel 1908. la sua esistenza cambia letteralmente aspetto. La sua pittura cambia, i temi di ispirazione sono diversi, la sua creatività risulta addolcita. La sua depressione, fulcro creativo del suo primo periodo, ha ceduto il passo ad un equilibrio poco creativo che farà “impallidire” le sue opere senza mai più ritrovare i temi così personali del suo debutto.

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