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La “perdita”: concausa della depressione

Gran parte dei processi di attaccamento che cominciano nella prima infanzia non vengono mai strutturati completamente e continuano ad essere rinforzati durante la crescita proseguendo nella vita adulta e persino nella vecchiaia.
Il compito originale di John Bowlby era quello di trovare connessioni fra i più importanti eventi della vita come la perdita dei genitori o la loro noncuranza e lo sviluppo di sintomi psichiatrici nei bambini e negli adulti.
Egli previde che si sarebbero trovate connessioni tra i problemi dell’adattamento nell’infanzia e patologie adulte come la depressione, l’agorafobia e i disturbi psicopatici.
Bowlby fece una distinzione fondamentale tra attaccamento sicuro e ansioso considerando quest’ultimo come precursore di difficoltà dello sviluppo e di disturbi psichiatrici dell’età adulta.
La teoria dell’attaccamento ha dato un importante contributo al pensiero contemporaneo sulle cause sociali della depressione.
Vi è un legame tra la depressione e le perdite subite durante l’infanzia.
La perdita prematura della madre, accompagnata dalla disgregazione della famiglia e la mancanza di cure, rende una persona più vulnerabile alla depressione allorchè si dovrà confrontare con momenti difficili nella vita adulta.

Con l’avanzare dell’orologio biologico si va incontro a determinate vicende che sono destinate a segnare per sempre la nostra esistenza.
La perdita di un coniuge o di uno stretto parente aumenta la vulnerabilità nei confronti di determinati disturbi psichiatrici e fisici.
Il 60/70 % dei pazienti depressi hanno avuta una dolorosa perdita nell’anno precedente alla loro malattia.
Coloro che subiscono una perdita improvvisa e inaspettata o che avevano una relazione di dipendenza con la persona defunta e che mancano di una rete di sostegno, sono molto più vulnerabili.
Oltre ad altri fattori, la perdita è una dei principali motivi causanti la depressione nella senescenza.

La depressione è un’espressione di profondo disagio, è la sofferenza psicologica più frequente nell’età senile: essa comporta la rinuncia alla vita.
Questa malattia potrebbe essere definita sia come diretta conseguenza del decadimento biologico, sia come una condizione reattiva indotta dall’ambiente circostante.
Il mantenimento cognitivo è strettamente condizionato dall’accettazione emotivo-affettiva.
E questo vale ancora di più per gli anziani, il cui potenziale cerebrale si deteriora non tanto a seguito del decadimento biologico, quanto per l’interruzione dei flussi affettivi.
Quindi l’efficienza cognitiva diminuisce man mano che si vanno estinguendo le risposte emotive.
Alcuni psicologi riconducono la sofferenza psichica dell’anziano, qualunque essa sia, ad un’unica malattia mentale che trova diverse espressioni a seconda del terreno biologico, dell’ambiente sociale e della storia individuale.

La volontà di vita nell’anziano, per essere mantenuta, necessita dell’affetto dei propri cari.
Il timore più grande per l’anziano non è la morte, ma la malattia, l’abbandono, il disprezzo delle persone con cui ha sempre vissuto.
E proprio a causa di questo stato depressivo che la persona anziana, secondo un recente studio dell’Università di Padova, va incontro più facilmente a malattie cardiovascolari, talvolta drammatiche, come l’infarto. Le vedove e i vedovi hanno maggiore probabilità di altri di morire essi stessi di problemi cardiaci nell’anno successivo alla morte del partner per infarto.
Gli anziani italiani sono i più colpiti dalla depressione in Europa e questo perché essi perdono abbastanza presto il ruolo dominante nella famiglia, vivono in solitudine e spesso con disabilità. Altro motivo è il fatto che gli anziani italiani si sono raramente occupati di gestire il tempo libero in previsione della pensione e in pochi coltivano un hobby.
Cosa assai più grave è che la società italiana, rispetto a quella nordeuropea, fa molto poco per coinvolgere gli italiani in progetti sociali.


Bisogna però reagire e ciò è possibile ad ogni età. La vecchiaia può essere vissuta nel modo giusto e può assumere un significato positivo.
L’aumento della popolazione anziana rappresenta un fenomeno importante della nostra società. Rispetto al passato non è variata la durata massima della vita umana, ma quello che si è modificato drasticamente è la percentuale degli individui che raggiungono l’età avanzata. Il numero di anziani in Italia di età compresa fra i 65 e 74 anni è 8 volte maggiore rispetto l’inizio del secolo scorso, mentre gli anziani con età superiore a 85 anni sono aumentati di oltre 24 volte.
Gli anziani sono sempre più numerosi e raggiungono la vecchiaia in migliori condizioni di salute, merito sia del progresso, sia delle conoscenze scientifiche (riduzione della mortalità per malattie infettive) che delle condizioni socio-economiche (miglioramento dell’igiene e dell’alimentazione).

Grazie a questi progressi sopravvive una lunga schiera di “umanità paradossale”, di cui non si capisce lo scopo, la meta finale.
Infatti, la società che si dà da fare per ritardare l’arrivo dell’invecchiamento, con i relativi costi sociali, è la stessa società in cui gli anziani sono destinati a sentirsi esclusi, è la stessa società in cui “si è ciò che si fa”, che li taglia fuori quando non possono sperare in una qualsiasi occupazione con la conseguente perdita di identità che equivale al totale disorientamento, alla disperazione.
“Umanità paradossale” perché, vivendo in una fase storica come quella attuale, dominata dalle ragioni del mondo economico, ci troviamo a condividere logiche contraddittorie come quelle che vedono, da una parte, come si offra all’anziano una prospettiva di vita sempre più lunga, mentre, dall’altra, gli si tolga il senso stesso dell’esistenza, poiché per lui non c’è nulla e nessuno lo vuole. Da qui quel senso di impotenza, inutilità, che i sensi di colpa lasciano il posto alla depressione.

Nicola Schiavone

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