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Il cervello e
la mente dal punto di vista psicologico
dalla tesina
Ma cosa abbiamo in testa? di
Elena Roma
Indice:
Critiche alla psicoanalisi:
Svolgimento:
Freud certamente non avrebbe
potuto addentrarsi così tanto in questi studi, ma la sua tesi fu vitale per la
ricerca successiva. Egli, infatti, sosteneva che studiare la mente e le malattie
mentali da un punto di vista puramente neurologico non bastava e non avrebbe
portato a nessuna soluzione per i malati.
Freud nasce nel 1856 in Moravia. Dopo essersi laureato in medicina e trasferito
a Vienna, comincia a lavorare per Charcot, direttore di una clinica parigina,
nonché una dei più noti neurologi francesi. In quel periodo Charcot si stava
occupando dell’isteria e riconduceva, appunto, a fattori neurologici i sintomi
somatici di questa malattia (paralisi, spasmi muscolari, tremori, disturbi della
parola, problemi gastrointestinali e del respiro). Charcot tentava di curare le
pazienti con l’ipnosi, ma la scomparsa dei sintomi si aveva solo durante questo
stato. Essi ricomparivano, infatti, dopo la fine della seduta.
Si parla di pazienti donne in quanto nell’Europa di fine ottocento inizio
novecento hanno avuto una grande diffusione malattie nervose soprattutto in
soggetti di sesso femminile appartenenti a classi alte o borghesi.
This fact isn’t an accident:
during a large part of 18th century, in fact, the ideals of Victorian Age
present in England influenced whole Europe. The Victorians were great moralisers:
they promote a code of values based on duty, hard work, respectability and
charity. Middle class ideals dominated Victorian family life: the family was
patriarchal and the husband represented the authority. The role of woman
regarded only the education of children, the duties of a wife and the managing
of the house.
In this period developed also the concept of privacy that imposed a big wall
between domestic life and outside life. The dialogue in the family was broken,
in particular about sex and sexuality. Adolescence was considered as a danger
and impurely age. Girls’ education was very strictly and repressive against a
series of natural instincts absolutely intrinsic in human nature. Young women
weren’t free to live publically their sexuality not even in the domestic walls
because there was an intense fear for the opinion of the society. When a girl
was considered a “fallen woman”, a prostitute, automatically she lost the
respect of the other and of her family. She will not find a husband and she was
considered as an outcast. The ideal woman was a pure, chaste and sexless figure
that must repress every instinct. Between the two extremes were not condition of
mediation.
In una società di questo tipo
fatta di ipocrisia e lotta contro la sessualità non c’e da stupirsi se la salute
mentale di molte donne cominciò a vacillare.
Freud si interessò molto a questi studi: sviluppò nuove tecniche per la cura e
ipotizzò nuove possibili cause fondando una nuova scienza: la psicoanalisi.
Essa vede la psiche umana come una campo di forza contrastanti: il motore della
vita è la pulsione, un fenomeno al limite tra psichico e somatico, che ci
condanna in uno stato di costante inquietudine. Rimaniamo così sospesi tra un
principio del piacere e un principio della realtà. Il primo segue la richiesta
della pulsioni, il secondo le censura, autoconservando l’individuo nella società
ed impedendoci quindi di seguire la violenza e la nostra natura selvaggia.
Quando ciò che si prova, si vive o si desidera è fortemente inadeguato per la
società viene rimosso inconsciamente e posto, appunto, nell’inconscio.
Esso “contiene”, quindi, tutto il rimosso che però non è razionalmente
organizzato, non ha tempo né morale ed è espresso in un linguaggio totalmente
differente da quello della ragione. L’intricato groviglio di rimossi non è però
cancellato, nel senso che influisce ancora sulla vita e sulla parte conscia
della psiche e, in alcuni casi, provoca sintomi somatici come quelli della
nevrosi. La miglior cura per questo stato è, secondo Freud, il ricordo di quei
momenti che ci disturbano. Ovviamente riportare a livello conscio ciò che è
stato rimosso è tutt’altro che semplice, sia per li suo linguaggio complesso sia
per le resistenze che pone la nostra psiche a ricordare ciò che era stato così
traumatico.
Nel periodo di passaggio tra ‘800 e ‘900 in cui Freud opera però, le sue idee e
la psicoanalisi in genere non sono comunemente accettate e spesso creano
scalpore e disdegno. Lui stesso si interroga sul motivo di tale repulsione e, in
uno scritto dal titolo “le resistenze alla psicoanalisi”, lo individua nel fatto
che la psicoanalisi sottopone l’uomo a una “umiliazione psicologica“. Nel clima
di positivismo fortemente presente fino a quegli anni, si era finiti col dare
alla scienza non solo un ruolo predominante, ma esclusivo nell’interpretazione
del mondo, della società, della storia e dell’individuo stesso. La nuova
“scienza” freudiana, invece, propone una visione dell’uomo come il risultato di
dinamiche inconsce e quindi non direttamente controllabili dalla ragione. Freud
afferma che si potrebbe vedere la psicoanalisi come la terza ferita all’orgoglio
umano: la prima fu quella inferta da Copernico con la teoria eliocentrica e la
seconda quella di Darwin con la teoria evoluzionistica.
Purtroppo le critiche arrivarono anche per quanto riguarda le sue teorie sulla
sessualità infantile che, come possiamo immaginare, in una società come quella
descritta non potevano che creare sgomento e indignazione.
Una critica molto famosa, Freud, la ricevette da uno dei più grandi scrittori
del ‘900: Italo Svevo. Egli, nel suo romanzo, “La coscienza di Zeno”, ed in
particolare nell’ultimo capitolo, si scaglia contro di lui e contro la tecnica
psicoanalitica utilizzata come cura. Essa, infatti, non è per niente riuscita a
guarire il protagonista Zeno Cosini che parla così: «Ma ora che sapevo tutto,
cioè che non si trattava d’altro che di una sciocca illusione, un trucco buono
per commuovere qualche vecchia donna isterica, come potevo sopportare la
compagnia di quell’uomo ridicolo, con quel suo occhio che vuole essere
scrutatore e quella sua presunzione che gli permette di aggruppare tutti i
fenomeni di questo mondo intorno la sua grande teoria? ». Il libro è, infatti,
una prescrizione data da un certo dottor S. a Zeno in preparazione alla sua cura
e in cui egli deve raccontare la sua vita, ma che alla fine diventa una
invettiva contro il dottore.
Svevo ritiene la psicoanalisi una tecnica più utile agli scrittori piuttosto che
ai medici e a sottolineare questa sua avversione vi sono molti avvenimenti,
tematiche e stratagemmi all’interno del libro.
Innanzitutto l’iniziale scelta per il nome del dottore è un chiaro riferimento a
Sigmund Freud.
In secondo luogo viene evidenziato in fatto che questa preparazione imposta dal
dottore sia già di per sé inutile. Nel preambolo del libro, infatti, Zeno
dichiara apertamente sia di aver scritto delle cose non vere sia di aver
consultato un manuale di psicoanalisi prima di farlo. Questo ultimo particolare
denota subito il carattere indocile del paziente che è desideroso di usurpare il
ruolo del medico nell’interpretazione dei fatti della propria vita. Tendenza che
si evidenzia anche nell’organizzazione dell’autobiografia dove Zeno imposta già
dei capitoli tematici, dando così precedenza ad alcuni fatti e non ad altri,
compito che spetterebbe al medico. Il fatto che vi siano sia verità sia bugie è,
per Svevo, una caratteristica intrinseca nella scrittura stessa.
Innanzitutto se si tratta di una autobiografia come è quella di Zeno non può
essere completa e non può avere senso se non alla fine della vita, ma così si
farebbe coincidere il senso della vita con la morte. Il dover ricordare e
scrivere eventi passati, poi, cambia irrimediabilmente gli stessi perché
rivissuti con l’io attuale e non con quello passato; essi non potranno mai
essere gli stessi di allora. Svevo ritiene inoltre che «raccontiamo con
predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase ed evitiamo
quelle che ci obbligherebbero a ricorrere al dizionario». Ciò significa che
scrivendo della sua vita ha omesso ciò che gli era difficile spiegare. Insomma
«la nostra vita avrebbe tutto un altro aspetto se fosse detta nel nostro
dialetto».
All’interno dell’ultimo capitolo del libro vi è anche la dichiarazione di Zeno
di essere perfettamente sano e di essere guarito grazie alla sua vantaggiosa
situazione economica. Essa deriva da guadagni che sfruttano la tragica
situazione di guerra in cui si trova l’Italia. Quindi la malattia è solo una
convinzione delle nostra mente e deriva dal fatto che siamo consapevoli della
nostra vita; se i “sani” si guardassero attentamente allo specchio
diventerebbero malati.
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