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Traffico d' armi

tema svolto

Traccia:

“E’ giunto il momento di ammettere che l’aumento eccessivo e destabilizzante delle armi di piccolo calibro e di quelle leggere e il loro traffico illecito rappresenta ormai una minaccia globale per la pace e la sicurezza.” Commenta questa affermazione tratta dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio Illegale di armi, tenutasi a New York, il 9-20 luglio 2001

Svolgimento:

Nel nostro paese è risaputo che esistono industrie di armamenti. E fin qui non ci sarebbe molto di male, anche se sarebbe forse più giusto indirizzare la produzione verso altri manufatti. Il problema è la destinazione di queste armi, che non sono tutte per la difesa, per l’ordine pubblico, cioè per il nostro esercito, ma sono per altri scopi. Lasciando perdere per un momento (ma su questo si potrebbero scrivere libri interi) gli scopi illeciti in casa nostra, la cosa più grave è che gli italiani sono stati, in questi ultimi decenni, esportatori di armi in tutto il mondo. Attraverso triangolazioni misteriose, ma non tanto da essere all’oscuro di tutti, le industrie italiane arrivano (o almeno, arrivavano) a dotare di armi anche paesi con patenti violazioni dei diritti umani. Lasciando perdere la produzione in Italia di armi, c’è da dire che mitragliette e kalaschnikov, prodotte dall’ex URSS o dall’Ucraina, indirizzate ai paesi dell’Africa (come la Somalia, la Liberia, ecc…) passavano dall’Italia, dove la malavita organizzata (mafia, camorra e ‘ndrangheta) organizzava navi per far giungere le armi in Africa. Le giornaliste Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avevano scoperto “arrivi sospetti” di navi nel porto di Mogadiscio. Forse per questo sono state uccise in Somalia il 20 marzo 1994 (e ancora si indaga per scoprire tutti i retroscena della vicenda). Altro terreno molto fertile per il traffico d’armi erano gli stati della ex-Jugoslavia. Comunque, di mine e armi occidentali è disseminato tutto il mondo sottosviluppato. Proprio coloro che avrebbero bisogno di aiuti alimentari ed economici, per la costruzione di una società più giusta, si trovano tra le mani strumenti di distruzione e di morte. A proposito di traffico d’armi vi è una polemica di carattere legislativo. La legge 185 del 1990, che impediva il traffico d’armi con i  Paesi non rispettosi dei diritti umani, è stata modificata. Prima non si potevano vendere armi a paesi con “violazioni dei diritti umani”, mentre adesso, in una nuova legge, si è aggiunto che non è più possibile vendere materiale bellico a paesi con «gravi violazioni dei diritti umani». Già, ma chi è deputato a riconoscere se le violazioni di un paese sono “gravi” oppure no? Forse le organizzazioni internazionali che operano nel settore, come Amnesty International o Medici senza frontiere? No, non è più così. Con le modifiche alla legge 185 adesso è solo il governo ad autorizzare gli atti di esportazione. Anche il controllo sulle banche che stanno dietro il traffico d’armi non esiste più, pertanto il mercato è stato liberalizzato in questo settore. C’è chi dice, difendendo queste modifiche alla legge 185, che questi cambiamenti sono dovuti ad accordi stipulati in campo europeo. In effetti, il 27 luglio 2000 a Farnborough i ministri della Difesa di sei Paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna e Svezia) hanno stipulato un accordo che prevede una maggiore uniformità nelle legislazioni nazionali sull’argomento. Se questo va nella direzione, da me auspicata, della creazione di una forza militare unica europea, non è da disprezzare, ma bisogna stare attenti a non aprire il fianco ad una ripresa del traffico d’armi, che aveva subito in Italia, con la legge 185/1990 un duro colpo, altrimenti anche la morte di Ilaria Alpi è stata del tutto inutile.

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