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Giovani a perdere

articolo di Vincenzo Andraous

Il nuovo anno giudiziario è stato celebrato, tra le molte anomalie e disfunzioni segnalate.

Alcune osservazioni hanno inteso rifornire di innovazioni le future scelte di politica criminale, soprattutto nei riguardi dei giovani, anzi dei giovanissimi devianti.

L’innovazione della Giustizia starebbe nell’abbassare l’imputabilità dei minori a 12 anni, e non più sanzionarli penalmente a 14 anni, come tutt’ora è.

Questa è l’orma tracciata, e sebbene sia  materiale pseudo pedagogico obsoleto, questo ritorno in auge di proposte involutive, sembra confermare il sospetto che, nei confronti dei minori che trasgrediscono, non sappiamo fare di meglio che punirli, per escluderli e levarceli dalle scatole.

Effettivamente le carceri minorili abbondano di materiale umano, acerbo e incoffessabile, così le comunità di accoglienza e di trattamento, nonché le nostre strade, quelle che ospitano  ragazzi da tempo esclusi e conclusi dalla società, ma anche chi del troppo tempo a disposizione non sa spendere i vantaggi acquisiti dalle consuetudini.

Giovanissimi e meno giovani come attori consumati, tanto da apparire comparse assunte a tempo determinato, nella flessibilità del consentire ripetute giustificazioni e puliture a secco di coscienze adulte.

Indipendentemente dalla mia storia personale, dall’esperienza delle mie negazioni, e in forza del mio impegno nella Comunità Casa del Giovane di Don Franco Tassone  a Pavia, ( dove tanti minori vengono accolti e accompagnati quotidianamente, alla ricerca di risposte esaustive per allontanarsi dalle solitudini imposte, dal dolore non del tutto riconosciuto, per le assenze a mancanze ricevute ), divengo sempre più consapevole che è fin troppo facile ottenere provvedimenti di incapacitazione, consentendo così alle Istituzioni di eludere il carico più opprimente, e cioè la responsabilità operativa di individuare le cause del malessere, per circoscriverle, se non è possibile superarle.

In questa Italia del resistere-resistere-resistere ( a chi ed a cosa non lo so ), oppure del rinnovamento a 360° ( di chi e di cosa non lo so ), rimane certo un inciampo, almeno uno, che al disagio per droga dilagante di ieri, si sta sommando un disagio psichico devastante, dove davvero l’insorgenza delle doppie diagnosi sta a quantificare come la nostra collettività sia ormai abituata al ciglio del baratro, al dirupo scosceso che non consente uscite di emergenza, se non quelle per non pagare il giusto dazio.

Un filosofo ci ha spiegato l’importanza del peccato, ma noi preferiamo andare incontro ad una torsione identitaria che ci induce a mimetizzarci tra errori e dimenticanze, anzi ci autorizza a imputare ai giovani le colpe più nefande: la più grave è quella di “ non essere più fatti della nostra pasta “.

E allora, cosa c’è di meglio se non incarcerarli, recintando con del solido filo spinato i loro comportamenti disturbati e disturbanti.

A volte penso che si voglia intervenire così rumorosamente nei riguardi dei minori, proprio perché ci coglie un silenzio annichilente, quando dobbiamo impegnarci  affinché il “ guerriero in erba “ cresca fisicamente sano, e in sintonia con uno sviluppo psichico accettabile, proprio per evitare gravi e incombenti disagi derivanti da un ambiente più consono al sopravvivere che al vivere.

Non credo si possa contribuire al risanamento ambientale, della scuola e della famiglia, con un intervento prettamente giudiziario, nell’illusione di riconciliare il minore con ciò che gli sta intorno, ma forse questa richiesta di maggiore punibilità, di ricorso estremo al penale, nasconde carenze profonde in esclusioni galoppanti, per ciò che nei giovani, invece, andrebbe non solo investito, ma anche corrisposto: fiducia.

Lavoro nella Comunità CDG, e debbo dire che questa cittadella priva di mura, ma colorata di coraggio e passione nell’aiutare tanti giovani, mi consegna ancora una volta gli strumenti per comprendere che non è debordando su risposte penali e penitenziarie che si crea un sentimento di accoglienza e presenza significativa con i ragazzi. Piuttosto è comunicando e formando  che si realizza il piccolo miracolo della ricostruzione, attraverso una  educazione (che non è rieducazione per chi mai ne ha avuta), e ciò senza fare ricorso alle solite retoriche di circostanza, ai luoghi comuni, con i quali si accatastano le lamentele per il non facile coordinamento delle agenzie educative.

Infatti, chi spesso è contrapposto al mondo degli adulti, ha bisogno di essere preso in considerazione per quello che è, con i propri bisogni e le proprie esigenze, ultima, ma non per importanza, la certezza dell’errore, nella peculiarità adolescenziale, dove la perdita di riferimenti certi favorisce le sconfitte, le posizioni di rincalzo, perfino in quei “ guerrieri in erba “ prima presi a esempio per la loro “ bravura e mitezza “, ma implodenti e esplodenti nei comportamenti a seguire.

Un disagio che rimarca una maturazione sempre più in balia di una società schizofrenica e autogiustificante.

Abbassare l’imputabilità a 12 anni?

O supplicare i potenti dei Palazzi  per istituire corsi di formazione genitoriale?

Chissà quale di queste esagerazioni parossistiche è più consona all’esigenza di Giustizia che sale a pervadere una intera generazione, senza che alcuno dei protagonisti possa dichiarare il proprio diritto ad accedervi.

 

Vincenzo Andraous

detenuto carcere di Pavia e tutor educatore

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