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Un colloquio nel braccio della morte

Donald Dufour, 49 anni, condannato per due omicidi, è da 21anni in carcere. Ora è detenuto nel braccio della morte di Raiford (Florida). Nell’ambito dell’iniziativa scrivere a un condannato a morte della Comunità di Sant’Egidio, Marco è diventato suo amico. Nel mese di ottobre mi sono recata negli USA per fare visita a Donald insieme a Marco.

 

Per Donald sono stati giorni di colloquio quelli di sabato e domenica scorsi. Un evento raro nelle sue giornate all’interno del braccio della morte del carcere di Raiford. Il suo ultimo colloquio risaliva ad un anno fa.

Donald è diventato amico di Marco, un medico italiano della Comunità di Sant’Egidio, che ha iniziato a scrivergli : un pen pal  che in sei anni di corrispondenza ha dimostrato una tale fedeltà e fantasia nel mantenere un rapporto così complicato, da essere ormai la famiglia di questo detenuto.

Il sole del nord della Florida comincia a splendere quando con Marco e Sandra arrivo a Raiford, un paesino circondato da campi e foreste  che consiste essenzialmente  in una cittadella di complessi carcerari.

I colloqui iniziano alle nove, ma alle sette e mezza molti parenti sono già in attesa all’ingresso. Si riconoscono le mogli, che si sono fatte particolarmente belle per l’incontro, i genitori anziani e cauti nel seguire le procedure per l’ingresso, quelli che come noi non sanno bene che cosa fare per entrare, i bambini assonnati.

C’è una signora bionda, sui quarant’anni, che ha l’aria di aver affrontato tante volte la trafila che precede il colloquio: dà indicazioni a chi ne ha bisogno, indica moduli da compilare, dice ai più anziani di aspettare seduti, che di tempo da aspettare ce n’è. La solidarietà che ho già sperimentato in Italia, fra chi aspetta di incontare una persona a cui vuol bene e che conosce la medesima tribolazione degli altri in coda con lei per la perquisizione.

Ingresso, foto, impronte digitali, perquisizione, cartellino di riconoscimento. Guardie più cortesi, meno cortesi, solerti, che sgranocchiano incessantemente. Siamo all’interno delle mura.

Per raggiungere il parlatorio il percorso è all’aperto, ma in un corridoio di maglia di metallo e filo spinato che attraversa i cortili. Poco distante da noi vediamo l’ala dove vivono i condannati a morte “pericolosi” o con problemi psichici; ogni cella ha una porta che dà direttamente sul luogo dove trascorrono l’ora d’aria: una fila di gabbie singole di un paio di metri di lato, come piccoli pollai. Passando ci capita di sentire arrivare da lì le urla fortissime di un detenuto che batte contro la porta. Penso alle famiglie dei detenuti che passeranno lì davanti come noi e lo sentiranno.

Avrei quasi preferito che il tempo non fosse così bello, che il prato fra un camminamento e l’altro non fosse stato reso di un verde brillante dalla pioggia della settimana precedente, che la natura non sottolineasse clamorosamente, per contrasto, l’innaturalità di un luogo fatto per rinchiudere uomini per anni ed anni, in attesa di essere uccisi.

Donald è un tipo tranquillo, non ha creato problemi durante la carcerazione e quindi il colloquio sarà in una stanza con una trentina di tavolini attorno a cui sedersi.

Nella stanza adiacente intravediamo il parlatorio in cui i colloqui sono fatti con il citofono e con un vetro che divide il detenuto dal visitatore.

Arriva Donald. Lo riconosco dalle foto che mi ha mostrato Marco, ma lui non ci vede finchè non richiamiamo la sua attenzione sbracciandoci. Ha l’aria spaesata, di chi non è abituato a questa situazione ed ha qualche problema di vista.

E’ un uomo alto e magro che abbraccia a lungo Marco e poi saluta me e Sandra che vede per la prima volta. E’ particolarmente contento di conoscere Sandra, la moglie di Marco: un altro pezzo della sua famiglia.

Quarantanove anni di vita di cui i primi sedici passati a cambiare continuamente città con la sua famiglia, la tossicodipendenza di un ragazzo non benestante e l’accusa per due omicidi legati agli ambienti che frequenta.

Una fidanzata al momento dell’arresto che muore in un incidente mentre lo va a trovare in carcere.

Ventun’anni di carcerazione fra il Mississipi e la Florida trascorsi in celle minuscole, due ore da trascorrere all’aperto due volte alla settimana ed una gran solitudine.

Di questa parte di storia emergono frammenti durante le due giornate di colloquio che ci sono state concesse, dalle nove di mattina alle tre di pomeriggio, anche in considerazione della distanza e del fatto che le visite per Donald sono rare.

Ma emerge anche un aspetto della sua vita in carcere sicuramente più inaspettato.

Donald è un uomo che dalla sua cella dalla finestra minuscola e dotata di sbarre tiene gli occhi ben aperti sul mondo.

La televisione e la lettura della versione in inglese di “Le monde diplomatique”. Gli interessi che coltiva nonostante le limitazioni della sua condizione, con la lettura di riviste che parlano di moto e di meccanica che passano di mano in mano fra tutti i detenuti. La corrispondenza con Marco che gli manda notizie delle attività della Comunità di Sant’Egidio nel mondo (corredate di cartine, foto, notizie sui paesi), con la scuola elementare Coppino di Novara (i cui bambini sono diventati ormai per tutta la sezione che ospita Donald i “Coppino’s kids”), con gli anziani di un istituto che gli dedicano preghiere e belle cartoline.

E’ un uomo con tante cose ed amici di cui chiedere e discutere, quello con cui ho passato quelle ore attorno al tavolino d’acciaio del parlatorio; uno che è curioso di sapere delle guerre civili in Africa e delle nostre vite, che ha voglia di conoscere una vita diversa da quella che ha fatto.

Donald sostiene come può il bene di cui viene a conoscenza. Ha pochissimi soldi con cui acquistare all’interno del carcere quello di cui ha necessità, ma ha mandato ai bambini della scuola elementare con cui corrisponde venticinque dollari per un’iniziativa a favore della cura dell’AIDS in Mozambico a cui stavano lavorando; “perché i bambini vanno incoraggiati, devono sapere che è una cosa importante quella che stanno facendo”. Raccoglie firme fra gli altri detenuti per sostenere gli appelli urgenti per tentare di salvare la vita a condannati a morte di diversi paesi del mondo e poi li spedisce ai governi coinvolti.

Le ore passano, inframmezzate dalla conta dei detenuti che qui le guardie eseguono facendoli alzare dai tavoli e allineandoli ad una parete.

Si parla tanto (nonostante il nostro inglese non proprio perfetto), anche dei carceri italiani.

Si scherza, si ride giocando a briscola, guardano i figli piccoli di alcuni detenuti che sgambettano nella stanza.

Mangiamo panini molto americani che si acquistano al parlatorio e possiamo anche farci fare delle foto insieme.

E’ domenica, vediamo arrivare le tre sul grande orologio appeso in fondo alla sala colloqui. I saluti sono abbracci forti e un po’ commossi.

Donald ci aspetta l’anno prossimo.

Ci mettiamo in coda per l’uscita  e lo vediamo, a sua volta in attesa, con la casacca arancione sul cui retro, noto ora, è scritta a pennarello la taglia per permette una rapida distribuzione dopo il lavaggio comune.

Parliamo un po’ meno del solito allontanandoci dal carcere.

Penso al valore enorme che può avere una lettera in carcere: la possibilità di allacciare un'amicizia duratura e sincera, di allargare le sbarre creando uno spazio libero per il pensiero. Rifletto, una volta di più, sull’amicizia che in Italia mi lega ad uomini condannati all’ergastolo e sulla fortuna di vivere in un paese che ha abolito la pena di morte.

Pensiamo all’inutilità di una pena che vuole insegnare a non uccidere uccidendo, che nega la possibilità del cambiamento delle persone. Parliamo di Donald felice per la visita, della sua partecipazione alla vita: davvero l’amore è più forte della morte.

Pensiamo al suo nuovo processo di febbraio ed alla possibilità della commutazione della sua pena.

Donald ci aspetta l’anno prossimo.

 

 

Novara, 22 ottobre 2005                                           Giuliana Osella

con la collaborazione di www.santegidio.org  e www.grafobit.it

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