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Dialetto

Uso del dialetto nella letteratura italiana

Il dialetto tra esigenza di spontaneità e difesa di un’identità

 

ITALIANO

·        Dante scrive in dialetto, nel senso che il volgare toscano, quando lui lo usava, non aveva ancora la dignità di lingua, o, se anche l’aveva, era di fatto più una lingua parlata che una lingua scritta. Il latino era la lingua della cultura e degli intellettuali, il volgare era la lingua del popolo, e questa venatura popolare è ben conservata nella lingua dantesca, perfino nel Paradiso, ultima cantica della Divina Commedia.

·        Da sempre l'utilizzo del dialetto dà una maggiore vivacità e spontaneità all'opera letteraria, e questo per una letteratura che era stata spesso accademica e basata su paradigmi fissati dal Bembo in poi, come la letteratura italiana, era sicuramente innovativo e significativo, anche se spesso marginale o episodico. In un certo senso gli scrittori romantici rivalutano il dialetto, per la sua vicinanza al popolo.

·        Studia la questione della lingua nell'ottocento, con gli interventi di Cesari, Ascoli, Monti, Manzoni e Tenca.

·        In base al concetto di poesia popolare dei romantici (cioè poesia non più indirizzata ad una cerchia ristretta aristocratica), si ebbero le poesie di Porta in milanese, che continua la tradizione moralistica e di polemica sociale propria di Parini e dell'illuminismo milanese, e di Belli in romanesco, che ebbe poi in Trilussa un continuatore un po' meno colto e più popolareggiante.

·        Anche Giusti scrive poesie in dialetto, ma essendo toscano, il suo dialetto è meno vernacolare, essendo per tradizione la base della stessa lingua italiana.

·        Il dialetto fiorentino colto fu anche il punto di riferimento per la riscrittura del romanzo di Alessandro Manzoni I promessi sposi. Manzoni soggiornò per alcuni mesi a Firenze, proprio per imparare quel dialetto, base indispensabile per la sua concezione della lingua italiana, e per “risciacquare i panni in Arno”, in vista della stesura definitiva del suo romanzo, avvenuta poi nel 1840.

·        Del dialetto siciliano nei romanzi dei veristi e di Verga in particolare rimane la sintassi, più che il lessico, che viene sfoggiato quasi esclusivamente per i nomi delle persone.

·        Importante poi l'inserimento del dialetto per gli autori che fecero della sperimentazione linguistica una caratteristica del loro stile (Pascoli e Gadda fra tutti).

·        Un caso a parte è quello di Pasolini, che scrisse poesie in friulano e romanzi in romanesco. Egli si poneva un po' come radicale interprete delle istanze neorealiste di fotografia della realtà rappresentata, che avevano già spinto Pavese e, soprattutto, Fenoglio, ad esprimersi talvolta in dialetto, o, comunque, con cadenze dialettali. In realtà per Pasolini il dialetto era una scelta programmatica, per contrastare l'omologazione che schiaccia le identità popolari e le diversità di ogni tipo.

·        Andrea Camilleri, nei suoi romanzi e racconti polizieschi che hanno per protagonista il commissario Montalbano, utilizza anche il lessico siciliano, non solo per mostrare in tutta la sua carica comico-realistica il mondo degli aiutanti del commissario (come Fazio), ma anche nelle occasioni ufficiali, nel parlato di Montalbano e in quello del narratore (con una sorta quindi di acquisizione da parte di quest’ultimo del punto di vista dei personaggi). Riassumendo, potremmo addirittura affermare che la lingua caratterizza i suoi testi più di ogni altro elemento, e per ogni personaggio Camilleri inventa un lessico “ad hoc”.

 

TESINE CORRELATE

la_tesina.jpg (8864 byte)

Romanticismo, Avanguardie  (si trovano tutte nel libro  "La tesina" edito da Bignami con 100 TESINE, a soli 8 EURO. Chiedilo nelle librerie o compralo  on-line).

 

 

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