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Il Maestro e Margherita
Michail Bulgakov
LA VITA
Michail Bulgakov nacque a
Kiev nel 1891, nella famiglia di un professore dell’Accademia della Teologia;
proprio la città natia amatissima sarà la scena del primo romanzo “La guardia
Bianca”, secondo la consueta tendenza di intrecciare elementi autobiografici e
di letteratura. Si laureò in medicina e, dopo un periodo vissuto a Mosca,
tornato a Kiev dove lavorò come medico privato, conobbe tutti i possibili
rovesciamenti di fronte alla guerra civile: si alternarono le guardie bianche
fedeli allo zar, i nazionalisti ucraini e i bolscevichi. L’esistenza dell’autore
subì un brusco mutamento, dedicandosi alla letteratura, durante un trasferimento
in treno nel ’19, in cui compose il suo primo racconto. Dal ’21 si trasferì
definitivamente a Mosca, trovando sistemazione proprio al numero 10 di via
Sadovaja, in una stanza di quell’appartamento che sarebbe diventato il quartiere
generale del Woland di “Il maestro e margherita”. Collaborò a diversi giornali e
riviste e, tra il ’23 e il ’25, vi furono periodi molto tormentati riguardo alla
pubblicazione delle sue opere. Furono le avvisaglie di un difficile destino di
scrittore che, pur non appartenendo ufficialmente a nessun gruppo letterario
degli anni Venti, fu genericamente incluso tra i “compagni di strada” che si
limitavano a non opporsi apertamente al nuovo regime e, agli occhi di Trockij
costituivano una sorta di ponte tra l’arte borghese, destinata a scomparire, e
l’arte nuova. Divorziò dalla prima moglie che, in un breve memoriale, racconta
che Bulgakov “era molto spiritoso, affascinante, sapeva e amava corteggiare le
donne, gli piaceva molto giocare a carte ed era molto superstizioso”, per poi
risposarsi con la donna che gli fu poi vicina fino alla morte. Molto stretti
furono i rapporti con il teatro, tra cui possiamo ricordare le opere: “I giorni
dei Turbin” e”L’appartamento di Zoja”.
Morì nel ’40, all’età di
quarantotto anni, malato di sclerosi a placche, che gli aveva provocato una
grave cecità ,pur sempre nella piena coscienza del progredire del male.
Nella Mosca staliniana
popolata di stupidità,privilegi e burocrazia,basata su desolazione,ipocrisia e
truffa,Satana fa il suo ingresso sotto le spoglie di Woland, esperto di
magia nera. Da quel momento,la città vede bizzarri sconvolgimenti mai accaduti
prima d’ora:imprevisti che si abbattono su piccoli funzionari e su personalità
del mondo teatrale e culturale,fino ad arrivare a vere sparizioni ed omicidi.
Solo al Maestro,un
emarginato ed incompreso scrittore,che si è visto rifiutare la pubblicazione del
suo romanzo sul dramma di Pilato,e alla sua infelice amata,Margherita,il Diavolo
offrirà la pace ultraterrena in un incontro faustiano.
-
Di seguito presento il saggio di Vittorio
Strada, tratto dalla sezione Esperimenti con la forma, 1900-1950.
Il Maestro e Margherita è un'opera singolare per la sua storia, oltre
che per la sua struttura. La storia riguarda la sua scrittura e riscrittura
nel corso di una dozzina d'anni e il suo autore che, isolato e chiuso in
quel mondo senza uguali che era la Russia sovietica del tempo di Stalin,
scrive e riscrive fino alla fine dei suoi giorni, dal 1928 al 1940, un
romanzo in cui concentra tutta la sua immaginazione e la sua stessa ragione
di vita, ben sapendo che esso non solo non avrebbe visto la luce se non in
un lontano futuro, ma neppure poteva essere fatto leggere in manoscritto, se
non a una cerchia assai ristretta di fidati amici. Poi, quando viene
pubblicato, nel 1966-67 sulla rivista «Moskva», mutilato per i tagli della
censura, il romanzo ha immediatamente un successo duplice: da una parte,
conquista una popolarità senza precedenti, diventando, in patria e nel
mondo, il romanzo russo contemporaneo forse più conosciuto, più ancora di un
altro romanzo clamoroso per le sue vicende, oltre che notevole per il suo
valore, il Dottor Zivago; e questo successo fa risorgere la restante
opera dell’autore, in passato interdetta e rimasta ignota, e la figura
stessa di Michail Bulgakov, prima semisconosciuta, trasformandola in una
sorta di mito più ancora che in un «classico» del Novecento. Dall’altra
parte, il romanzo, così avvincente per ogni lettore, dà luogo a una
crescente sequela di interpretazioni, nell’ambito dell’opera complessiva di
Bulgakov, impegnando studiosi di tutto il mondo in una sorta di gara
ermeneutica con l’uso dei più diversi e sofisticati strumenti critici, tanto
che seguire la bibliografia sul Maestro e Margherita è impresa non
lieve; e, pur riconoscendo il merito e il valore del meglio di questa
letteratura critica, si vorrebbe tornare al testo del romanzo per rileggerlo
con gli occhi affascinati con cui lo si lesse per la prima volta (1).
Questa lettura «ingenua», però, è impossibile, soprattutto quando, come nel
nostro caso, se ne deve dare un resoconto critico.
Il modo migliore per accedere al mondo magico del Maestro e Margherita,
anziché quello di ripetere o allungare l’elenco delle «fonti» che le letture
intertestuali hanno compilato o di percorrere o accrescere il labirinto di
riposti significati che le letture interpretative hanno tracciato, sarà
allora quello di porsi una domanda falsamente «semplice», adeguata però alla
falsa «semplicità» del testo, una domanda che un celebre «formalista» russo,
Boris Ejchenbaum, si era posto per l’opera di un autore prediletto da
Bulgakov, cioè per Il cappotto di Gogol´. Possiamo domandarci «come è
fatto Il Maestro e Margherita?» È vero che si tratta di un «romanzo
magico», usando questa espressione in un senso non generico, ma nel senso di
una vera e propria opera di magia. Per cercare di capire «come è fatto»
possiamo però immaginare questo romanzo come un atto di prestidigitazione,
di una magia, cioè, sui generis, frutto di un artificio più o meno
occulto che si tratta di «smontare».
Il Maestro e Margherita è un’unione di due romanzi, un «romanzo nel
romanzo», meccanismo non nuovo (al pari del «teatro nel teatro»), ma qui
sostanzialmente rinnovato. Non è la storia della scrittura di un romanzo: il
romanzo di cui si parla nel romanzo che si intitola Il Maestro e
Margherita, infatti, è già stato scritto e poi distrutto e la storia che
si narra riguarda il suo recupero, la sua resurrezione attraverso la
scoperta che esso, pur essendo inedito e proibito, e bruciato dallo stesso
autore, non solo ha avuto lettori straordinari, soprannaturali, ma la sua
stessa prodigiosa ricostruzione è opera di questi lettori ultraterreni che
ne attestano la veridicità. Il romanzo in questione è, infatti, un’opera che
vuole rivelare per la prima volta il reale svolgersi di un grande evento
effettivamente accaduto, tanto che il suo autore, il Maestro, respinge con
sdegno la qualifica di «scrittore», che lascia ai letterati suoi
persecutori, e preferisce definirsi uno «storico». Il romanzo scritto dal
Maestro è la riscrittura di un altro libro, che egli considera non
rispondente alla realtà degli eventi in esso narrati, è la riscrittura d’un
libro sacro: il Vangelo. Il suo protagonista è Gesù, chiamato col nome
aramaico di Yeshua Hanozri, nel momento finale della sua vita terrena,
quello della condanna e della crocifissione. L’altro protagonista del
romanzo storico del Maestro è Ponzio Pilato, il procuratore romano della
Giudea, che ratifica la condanna di Gesù. Il Maestro e Margherita è
fatto col procedimento del romanzo nel romanzo, ma con un particolare
rapporto tra contenitore e contenuto: il contenuto contiene, a sua volta,
una terza scatola cinese o una terza matrioska, ossia un altro testo
narrativo: il Vangelo come testo di riferimento.
Lasciamo il romanzo contenuto, quello del Maestro, e consideriamo il romanzo
contenitore, quello di Bulgakov, il quale, ovviamente, è l’autore di
entrambi. Ma dei due romanzi egli è autore con uno statuto diverso, con un
diverso livello di stile, con un enigmatico sdoppiamento che costituisce un
aspetto importante della magia del romanzo nel suo insieme. Non si tratta
soltanto di differenza di scrittura: ieraticamente severa, classicamente
equilibrata, sontuosamente elegante nel romanzo del Maestro; effervescente,
sbrigliata, corrosiva nel romanzo sul Maestro. C’è anche l’impersonalità del
primo romanzo che contrasta con la soggettività del secondo: chi narra la
storia evangelica non si sa, la voce narrante sembra venire da un’altezza o
profondità insondabili, trovando nel Maestro semplicemente un portavoce,
colui che, intuito il Vero, lo trasmette senza una propria interferenza; il
narrante del romanzo sul Maestro, invece, non intuisce per una virtù
superiore, ma ricostruisce per indizi le vicende che riferisce con divertita
partecipazione, attraverso una mimica verbale che ne sottolinea la presenza.
Messo in luce questo primo meccanismo del romanzo di Bulgakov, ci si domanda
come operano gli ingranaggi che regolano i movimenti dei due sistemi
narrativi, stabilendo tra essi una rete di corrispondenze. Va detto che i
due sistemi sono due mondi, due entità spazio-temporali, oltre che due
universi simbolici: il romanzo del Maestro si svolge a Gerusalemme («Yerushalayim»)
all’inizio dell’era cristiana, il romanzo sul Maestro si svolge a Mosca 1900
anni dopo, nel 1929. L’opposizione tra questi due mondi è netta e la
narrazione la mette in concreta evidenza: spazio-tempo sacro quello di
Gerusalemme, sede del Mistero cristiano; spazio-tempo non semplicemente
profano, ma dissacrato quello di Mosca, centro di un’ideologia atea. Per
questo il romanzo del Maestro ha subito traversie rovinose, tanto da poter
essere tratto in salvo, e col manoscritto anche il suo autore, soltanto
grazie a un intervento portentoso, che costituisce la storia del Maestro
e Margherita. Del resto, se è lecito un rapido passaggio dal mondo della
«finzione» a quello della biografia, per ragioni affini l’autore del
Maestro e Margherita, Michail Bulgakov, patì lui stesso tante traversie,
come si accennava all’inizio, e il suo romanzo si salvò prodigiosamente,
giungendo sino a noi, sia pure cinque lustri dopo la sua morte, grazie alla
dedizione della Margherita di Bulgakov, la moglie (Elena Sergeevna) che, al
pari della protagonista del romanzo, dedicò la sua vita al suo Maestro e poi
alla sua memoria. I congegni di raccordo tra i due sistemi narrativi devono
essere particolarmente sottili per poter sincronizzare analogicamente i
movimenti del mondo sacro di Gerusalemme e di quello empio di Mosca. Ma
Il Maestro e Margherita non è fatto soltanto di questi due sistemi o
mondi: c’è un mondo terzo, che non è quello della terza dimensione
temporale, dopo il passato gerosolimitano e il presente moscovita: non è il
futuro, anzi il futuro è assente nel romanzo di Bulgakov che è il più
antiutopico o autopico che si possa dare, senza per questo essere disperato,
poiché il mondo terzo, o terzo sistema narrativo, è atemporale o
sovratemporale: è eterno. È un sovramondo, da dove viene inviato sulla
terra, a Mosca, un essere misterioso per trarre a salvezza colui che ha
intuito e servito la Verità: il Maestro. La salvezza del Maestro, se è
dovuta a questo intervento ultraterreno, lo è però anche grazie a un’energia
tutta terrena, pur nella sua eccezionalità di dono impareggiabile: l’amore
di una donna, Margherita, eletta dalle forze ultraterrene a sua eterna
compagna, quando alfine sarà loro concessa la Pace dopo le prove
dell’esistenza terrena. L’essere misterioso che giunge sulla terra, a Mosca,
in pieno regime comunista, a punire i persecutori del Maestro e a proteggere
lui e il suo manoscritto, l’essere che, oltre a svolgere questa funzione,
può apprezzare l’opera del Maestro e comprovare la verità della sua
narrazione perché degli eventi narrati è stato testimone, questo essere è il
diavolo, alias, nel romanzo, Woland. Non si tratta quindi soltanto di
congegni di raccordo tra i tre diversi sistemi narrativi (quello del
presente, quello del passato e quello dell’eterno, oltre al metasistema che
pervade il tutto: quello dell’amore, nelle due ipostasi di amore terreno e
di amore celeste): si tratta del rapporto tra Woland e Hanozri, cioè di una
questione metafisica, come già allude l’epigrafe del romanzo, tratta dal
Faust di Goethe, dove a una domanda: «… Dunque tu chi sei?» la risposta è un
enigma: «Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera
costantemente il Bene». Doppio enigma, qui, perché se è vero che Woland
«opera costantemente il Bene» e del Bene punisce i nemici, sia pure con una
gaia spietatezza e talora un’imperturbabile crudeltà, ci si domanda se
davvero egli «vuole costantemente il Male». La demonologia del Maestro e
Margherita, così come la sua teologia, sconcerta, anche se mai si deve
dimenticare che siamo in un mondo dell’immaginario, non riducibile a teoria.
Anche qui, seguendo il metodo finora applicato, anziché abbandonarci, come
tanti altri dotti esegeti del romanzo, ad alti voli filosofici, ci atterremo
sobriamente al «come è fatto» il romanzo, cercando nel testo i procedimenti
di significato, e non solo di struttura, della narrazione.
L’incipit del Maestro e Margherita immette subito il lettore in una
situazione paradossale, dove la realtà quotidiana è incrinata dalla presenza
inquietante di una forza enigmatica e viene narrata con un tono
ironico-giocoso che continuerà nel corso di tutto il «romanzo sul Maestro»
ovvero nella parte sovietico-moscovita: «Nell’ora di un tramonto primaverile
insolitamente caldo apparvero presso gli stagni Patriarsie due persone» (2).
Le due persone sono Michail Aleksandrovic Berlioz, direttore di una rivista
letteraria e presidente di una delle più importanti associazioni letterarie
di Mosca, il Massolit, come ne suona la sigla; l’altra è il giovane poeta
Ivan Nikolaevic Ponyrëv, noto con lo pseudonimo letterario di Bezdomnyj (il
«Senza casa»). La conversazione tra i due è delle più strane: un poema su
Gesù scritto da Ivan Bezdomnyj nello spirito antireligioso sovietico non
soddisfa l’ateismo militante dell’ideologo Berlioz. Ciò che Berlioz non può
accettare è che Gesù sia presentato da Bezdomnyj come una persona realmente
esistita, mentre, egli sostiene, Gesù storicamente non c’è mai stato e si
tratta di una finzione, di un mito. Mentre l’ideologo ammaestra in questo
senso il poeta, ecco comparire un terzo personaggio, tanto strano da
sembrare uno straniero agli occhi dei due sovietici. Lo sconosciuto si
inserisce garbatamente nella conversazione, portandola su temi «alti» come
l’esistenza di Dio, l’autonomia dell’uomo, la predestinazione e si presenta
ai due stupiti interlocutori come un «esperto di magia nera»: Woland ovvero
il diavolo. Tutta la linea «moscovita» si svolgerà come una satira ora lieve
ora violenta, con una coloritura grottesca e carnevalesca e una fantasia
insieme macabra e giocosa di cui faranno le spese tutti i tipi alla Berlioz,
cioè i rappresentanti dell’establishment moscovita, mettendo a nudo la
miseria umana del mondo sovietico comunista a tutti i suoi livelli, dai più
bassi ai più elevati. È la realtà in cui è prigioniero e vittima il Maestro,
che, con la sua dedizione spirituale alla ricerca del Vero, è l’antitesi di
quel mondo: la satira è «antisovietica», dato che si tratta della Russia
postrivoluzionaria, ma la si può immaginare anche appuntata su un’altra
società di massa, sia pure meno oppressiva di quella totalitaria. Il punto
di vista della satira, infatti, è estremamente alto: quello di un Vangelo
riletto in chiave mistica. In questo Vangelo, che è stato riscritto dal
Maestro e che il lettore viene a conoscere attraverso varie fonti (il
racconto di Woland, che è stato testimone degli eventi; il sogno di Ivan
Bezdomnyj, che subirà una trasformazione dal momento della sua comparsa
all’inizio del romanzo; il manoscritto del Maestro, prodigiosamente
ricostituito da Woland), un Vangelo che diventa una sorta di testo assoluto,
i cui protagonisti, Hanozri e Pilato, sono compresenti nel romanzo, quasi
uscissero dal testo evangelico, in questo Vangelo Gesù è una figura più che
umana, misteriosamente divina, e Pilato, vero protagonista del veridico
romanzo del Maestro, appare una figura umana, troppo umana, capace di vivere
il dramma del dubbio, della solitudine, della viltà, in un confronto
infinito con colui che egli ha mandato a morte, ubbidendo alla plebe e al
potere. Sono la plebe e il potere come entità collettive, e sono i singoli
esseri umani in quanto dotati di libertà i portatori del Male e del Bene: il
diavolo è una sorta di provocatore e sperimentatore che, come una
sottodivinità soggetta alla divinità suprema di cui il mite Gesù è
un’emanazione, compie una missione a Mosca per salvare il Maestro e il suo
manoscritto, divertendosi a dimostrare che l’«uomo nuovo», preteso risultato
della volontà rivoluzionaria, è non meno miserabile dell’antico.
Il Maestro e Margherita si chiude con la dissolvenza del passato (il
mondo di Gerusalemme), i cui protagonisti, Gesù e Pilato, usciti dal tempo,
continuano nell’oltretempo un dialogo iniziato nel romanzo del Maestro, in
quell’oltretempo e oltrespazio dove, in una zona inferiore, sono stati
accolti il Maestro e Margherita, mentre il presente, la quotidianità
moscovita, dopo gli «esperimenti» fatti da Woland e dal suo corteggio,
riprende la sua routine. Solo Ivan Bezdomnyj è mutato, ma non al punto di
diventare un altro, del tutto estraneo a quella quotidianità. Il romanzo si
rinchiude su se stesso, come una sfera magica, nel cui terso cristallo sono
apparse vicende e figure misteriose e fascinose. È vano cercare di coglierne
gli occulti meccanismi: la sfera, senza svelare come è fatta, mostra le sue
visioni ogni volta che la si scruta, senza mai esaurirne i significati. È la
sfera che Michail Bulgakov continuò a far ruotare fino alla sua morte nella
città terrena in cui era vissuto il Maestro prima di ascendere a una città
celeste che aveva sognato.
-
(1) Della vasta bibliografia sul Maestro e Margherita, e su Bulgakov
in generale, segnalo soltanto due opere che, tra l’altro, offrono ulteriori
indicazioni bibliografiche: A. Barrat, Between Two Worlds.
A Critical Introduction to The
Master and Margarita,
Oxford 1987 e B. Sokolov, Enciklopedija Bulgakovskaja, Moskva 1996.
Mi permetto di aggiungere, a
integrazione di quanto ho scritto sopra, il mio saggio «Velikolepnoe
prezrenie»: Proza Michaila Bulgakova in Literature, Culture, and
Society in the Modern Age.
In Honor of Joseph Frank,
vol. IV, parte II, Stanford 1991,
apparso in italiano come introduzione, col titolo Bulgakov narratore,
a M. Bulgakov, Romanzi (La guardia bianca. Romanzo teatrale. Il Maestro e
Margherita), Torino 1988, pp. I-XCIII.
(2) Id., Master i Margarita (1966-67) [trad. it. Il Maestro e
Margherita, in Id., Romanzi cit., p. 533. Si ricorda anche
l’edizione integrale con prefazione di V. Strada e traduzione di V. Dridso,
Torino 1989]
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Il 19 aprile mi sono
recata al teatro Carcano per assistere alla rappresentazione teatrale de:
"Il Maestro e Margherita"
di Michail Bulgakov
regia Andrea Battistini
con Oxana Kicenko, Gianluigi Tosto, Andrei Sochirca, Orlando Calevro
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Cito il commento di
Magda Poli sul Corriere della Sera del 4/4/2002:
Da un incontro di culture diverse - una compagnia italo-russa-moldava, un
drammaturgo visionario e corposo come Rocco D'Onghia, un regista, Andrea
Battistini, affinatosi alla scuola del Teatro del Carretto - nasce «Il Maestro e
Margherita», uno spettacolo dal bel fascino visivo, che si muove in un clima
onirico, in bilico tra grottesco e allucinato, ispirato al capolavoro omonimo di
Michail Bulgakov.
La storia del diavolo Woland che arriva con la sua corte, per dimostrare
l'esistenza del vero Male e con essa del vero Bene, in una Mosca capitale di una
società sovietica ridotta ad una palude d'ottusità, apatica, oppressiva, dove
non è consentito nemmeno sognare la libertà, si focalizza in questa lettura
drammaturgica e registica sul rapporto Margherita-Maestro.
Una scelta che esalta l'amore dei due e attutisce il contesto sociale, lo sfondo
storico che alimenta la componente grottesco-satirica del romanzo.
Del resto non è impresa facile far rivivere sul palcoscenico un capolavoro nel
quale fantasia surreale, ironia, satira sociale, inquietudini metafisiche,
scetticismo, conflitti tra ragione e fede, convivono in una sorta di polifonia
originalissima.
Andrea Battistii e i suoi bravi attori, che meriterebbero tutti una menzione,
dalla eterea sofferta Margherita di Oxana Kicenko al Woland razionale di
Gianluigi Tosto, danno vita ad uno spettacolo dove la suggestione diventa
sentimento, il grottesco delle maschere si sposa con l'afflitta nudità di
Margherita, la magia di personaggi che appaiono e scompaiono tra sciabolate di
luci sembra essere specchio del diritto all'irrazionale scagliato contro il
materialismo grossolano, e l'amore tra il Maestro e Margherita la fede
nell'esistenza di quell’irrazionale.
per approfondire:
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collaboratori
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Viale (712 file)
2-Vincenzo Andraous (287 file)
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