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L'oloacusto

tesina di Garavaglia Claudio

Classe VF - Liceo Scientifico Bramante di Magenta

Esame di stato 2002

L'OLOCAUSTO

INTRODUZIONE

Il punto di partenza del mio argomento è l’articolo della scrittrice Oriana Fallaci sull’antisemitismo, comparso sull’edizione del 18 aprile 2002 di Panorama.

La Fallaci denuncia nell’ambito della prolungata guerra israelo-palestinese, un’ondata di antisemitismo che ha invaso la maggior parte degli stati europei, Italia inclusa. Evoca così parole come “lager”, “nazismo”, “Auschwitz”, parole che non possono non farci ricordare la più grande e tragica manifestazione antisemitica del novecento: la persecuzione perpetrata dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale.

Attraverso un excursus vediamo di storicizzare l’evento ponendo innanzitutto particolare attenzione alle cause che hanno portato all’Olocausto: dall’ideologia razzista tratteggiata nel Mein Kampf, all’attuazione di questa mediante dapprima le leggi di Norimberga, poi la vera e propria “soluzione finale” voluta da Hitler, cioè lo sterminio della razza ebraica.

Analizzate le cause, vediamo le conseguenze che ha portato con sé questa tragedia nella seconda metà dell’ottocento.

Innanzitutto con l’opera principale di Annah Arendt, “Le origini del totalitarismo”, in cui la filosofa ebrea prende in considerazione il termine totalitarismo, e tutti i mezzi di cui esso si avvale, tra cui anche il più terribile, il “lager”.

Ma anche le conseguenze in ambito culturale sono notevoli: fra le numerose memorie dei lager spicca sicuramente quella di Primo Levi, che in “Se questo è un uomo”, presenta la sua tragica esperienza che diventa esperienza dell’umanità intera.

La mia tesi si conclude con l’analisi di una bellissima poesia scritta da W.H. Auden, “Refugee blues”, che ha come argomento la condizione degli ebrei,  dimostrazione di come questo argomento non tocchi soltanto i diretti interessati, ma tutta l’opinione mondiale.

Il motivo della scelta di trattare questo argomento è essenzialmente uno: il mio profondo interesse che ho sempre avuto da anni nei confronti del tema trattato, approfondito anche attraverso la visione di film (“Schlinder’s list”, il recente sceneggiato “Perlasca”), la lettura di libri (“Se questo è un uomo”, “La tregua”, “Vita nei campi di concentramento”), la visione di documentari ( un dibattito sulla Shoah guidato da Gad Lerner e un documentario commemorativo visto al Cinemateatronuovo), e non ultima la visione diretta del campo di concentramento di Terezin (Rep. Ceca), avvenuta durante l’uscita didattica dello scorso anno.

 

SCHEMA:

§        ARTICOLO DELLA FALLACI

§        STORIA: ORIGINI DELL’ANTISEMITISMO NELL’IDEOLOGIA NAZISTA

§        FILOSOFIA: ANNAH ARENDT E IL CONCETTO DI TOTALITARISMO

§        LETT. ITALIANA: PRIMO LEVI E “SE QUESTO E’ UN UOMO”

§        LETT. INGLESE: “REFUGEE BLUES” DI W. H. AUDEN

 

L’articolo della Fallaci: un nuovo nazismo?

Sul Panorama del 18 aprile la scrittrice Oriana Fallaci pubblica un articolo intitolato “Sull’antisemitismo”.

La Fallaci denuncia la ventata di antisemitismo che ha investito l’Europa a causa dei recenti eventi accaduti in Palestina: si riferisce in particolar modo ad alcuni episodi di intolleranza, come gli atti vandalici verso le sinagoghe ebraiche in Francia, oppure l’incitamento all’odio antisemita durante i cortei a favore dei palestinesi in Italia.

L’atteggiamento della Fallaci è chiaro e provocatorio: dopo un numero incalcolabile di “Io trovo vergognoso…”, nei quali si schiera contro quasi tutti, palestinesi, Arafat, la sinistra e la destra, nell’ultimo paragrafo definisce la sua totale posizione pro ebrei.

Il merito della Fallaci è sicuramente notevole, in quanto ha il coraggio di denunciare la realtà così com’è e non come sembra: grazie a lei molti italiani hanno potuto ricordare quella che è stata la più tragica manifestazione dell’odio antisemita: l’Olocausto:

“…Vedo in tutto ciò il sorgere d’un nuovo fascismo, d’un nuovo nazismo. Un nazismo tanto più bieco e ributtante in quanto condotto e nutrito da quelli che ipocritamente fanno i buonisti, i progressisti, i comunisti, i pacifisti, i cristiani…”

Sono parole dure e aspre, di aperta condanna: molti critici le hanno considerate esse stesse ipocrite, per la visione filoamericana della Fallaci, ancora scossa dagli eventi dell’11 settembre e con una visione di stampo anti-islamico; oppure per il fatto che la signora parla di ciò standosene comodamente nella sua casa in America, lontana dalla vera realtà della Palestina.

A me non importa delle critiche: la Fallaci potrà forse essere un’ipocrita esibizionista, ma ciò non toglie che le parole che io leggo sono purtroppo vere: è vero che in Italia si sfoggiano capi palestinesi con incise le svastiche, è vero che in Francia si compiono atti vandalici antisemiti.

Il merito più grosso della Fallaci è quindi quello, lo ripeto, di farci ricordare l’Olocausto ebraico; di unire il presente col passato in prospettiva futura, per ricordarci che un evento simile non va dimenticato.

Tuttavia la scrittrice manca a mio avviso di prospettiva storica nel dire le frasi elencate sopra: difficilmente nella nostra società può trovare ancora consenso una politica razzista come quella nazista: penso che in tutto il mondo il 99% sia concorde con me nel giudicare il nazionalsocialismo come sanguinoso e terribile; tuttavia è vero anche che la razza ebraica è sempre stata un capro espiatorio in situazioni politico-sociali particolarmente difficili, e che in futuro lo potrà essere ancora.

Ma ciò che è diversa è la situazione sociale della Germania degli anni 30, che ha permesso la maturazione del nazismo con tutte le sue conseguenze, rispetto alla società odierna.

Vediamo dunque di vedere quali sono le cause che hanno portato alla diffusione dell’odio antisemita.

 

Storia: Origini dell’antisemitismo nell’ideologia nazista

 

La Germania pagava pesantemente la sconfitta nella prima guerra mondiale: la repubblica di Weimar (così si chiamava il governo istituito con sede appunto a Weimar) aveva a che fare con una situazione economica disastrosa: l’inflazione alle stelle, la disoccupazione dilagante, i prezzi dei beni altissimi. A tutto questo va aggiunta la perdita del bacino della Ruhr, fonte primaria dell’economia tedesca, e la conseguente instabilità sociale: il malcontento della classe operaia si manifesta spesso con rivolte sedate nel sangue dalle Frei Korps, finanziate direttamente dallo stato.

E’ chiaro quindi come in questa situazione si inserisce l’ascesa del nazismo: Hitler era in grado di garantire più stabilità, una rifioritura dell’economia e, non ultimo, seppe dare ai tedeschi una valvola di sfogo per i loro problemi: gli ebrei.

Nel “Mein Kampf”, scritto da Hitler durante un periodo di prigionia e considerata la “Bibbia del nazismo”, si legge:

 “…la finanza ebraica desidera non solo la totale rovina economica della Germania, ma anche la sua completa schiavitu politica…l’ebreo è dunque oggi colui che incita alla totale distruzione della Germania…”. E ancora: “…esiste un solo sacrosanto diritto dell’umanità, che è allo stesso tempo un vincolo morale e sacrosanto e cioè quello di far sì che il sangue venga mantenuto integro per assicurare la possibilità di uno sviluppo più nobile di questa esistenza mediante la conservazione degli uomini migliori…”

Si può quindi notare come Hitler cerchi di dare una motivazione innanzitutto economica a quella che è la sua fobia antisemita: l’ebreo è disprezzato perché è visto come colui che vuole distruggere la Germania: per Hitler l’ebraismo è diventato un’internazionale che mira ad avere dalla sua parte anche altre nazioni per rovinare la Germania; il comunismo, inoltre, nemico del nazionalsocialismo, è stato introdotto dalle idee di un ebreo, Marx, e quindi Hitler si proclama oltre che difensore della germanità, anche difensore dal pericolo rosso, cioè comunista.

L’ebreo è inoltre sempre stato visto come una persona legata ai soldi e al mondo finanziario; ne deriva quindi l’ostilità da parte dei tedeschi, che si trovavano in una situazione economica disastrosa, in confronto al relativo benessere degli ebrei.

E’ quindi evidente come la situazione sia molto diversa da quella odierna, e quindi difficile che una teoria simile attecchisca su una società moderna fondata sul benessere.

Ma abbiamo visto non esserci soltanto motivazioni per così dire “economiche” sulla persecuzione ebraica. Altra teoria espressa nel Mein Kampf, è quella biologica della razza: molti critici hanno sostenuto che questa teoria deriva dall’influsso di diversi pensieri precedenti: il superuomo di Nietzsche, la teoria sul’evoluzione di Darwin (la più accreditata), addirittura l’opera di Tacito “La Germania”. Tuttavia l’interpretazione delle fonti è errata: secondo Hitler esistono razze più pure (quella germanica) e razze via via più contaminate, che non devono quindi essere mischiate con quelle pure, e che alla fine domineranno sulle più deboli. Anche Darwin esprime queste teorie, ma riferite al mondo animale, non degli uomini.

Diretta conseguenza di queste teorie sono le Leggi di Norimberga, provvedimenti restrittivi nei confronti degli ebrei, promulgate nel 1935.

Attraverso anche un linguaggio semplice e chiaro, vengono proibiti agli ebrei di frequentare posti frequentati dai tedeschi, oppure i matrimoni tra ebrei e tedeschi, al fine di “evitare la contaminazione delle razze”.

Gli ebrei tuttavia non sono spaventati da queste leggi: la comunità ebraica è molto consolidata in Germania e non temeva una vera e propria persecuzione; per questo solo pochi ebrei scapparono dalla Germania in questi anni.

Ma l’atteggiamento nazista nei confronti degli ebrei era destinato a diventare terribile: dopo questi provvedimenti restrittivi, infatti, in seguito all’assassinio di un diplomatico tedesco da parte di un giovane ebreo, in  Germania furono incendiate le sinagoghe, infrante le vetrine di negozi ebraici e arrestati migliaia di ebrei: è la “notte dei cristalli” citata con cruda sistematicità dalla Fallaci: il suo timore è che un evento così barbaro e incivile si ripeti.

A partire da questo evento (1938), in Germania iniziò infatti la “Caccia all’ebreo” come sostiene la Fallaci: la persecuzione divenne più aspra e gli ebrei iniziarono a fuggire dalla Germania.

Essi venivano segregati in ghetti dove le condizioni di vita erano estremamente difficili: ma nulla era in confronto a ciò che li aspettava.

A partire dal 1941, iniziò a prendere atto la cosiddetta “soluzione finale”, cioè l’eliminazione totale della razza ebraica dall’Europa.

Chi veniva catturato veniva così spedito nei campi di concentramento. Quelli più tristemente famosi sono quelli nominati dalla Fallaci all’inizio del suo articolo: Dachau, Mathausen, Bergen Belsen, Buchenwald.

Ma la scrittrice ha dimenticato di citare un nome che ancora oggi evoca ricordi tremendi; ha dimenticato di citare il luogo dove il male ebbe la sua manifestazione estrema, dove in un  solo giorno si raggiunse il record negativo di 24 000 morti (in 24 ore!!!), dove ancora oggi campeggia la scritta beffarda e ironica “Arbeit macht frei” che tutti sanno ormai cosa significa: AUSCHWITZ.

 

 

Lett. Italiana: Primo Levi e i campi di concentramento

 

"Noi abbiamo viaggiato fin qui

nei vagoni piombati;

noi abbiamo visto partire verso il niente

le nostre donne e i nostri bambini;

noi fatti schiavi abbiamo marciato

cento volte avanti e indietro

alla fatica muta, spenti nell'anima

prima che dalla morte anonima.

Nessuno deve uscire di qui,

che potrebbe portare al mondo,

insieme col segno impresso nella carne,

la mala novella di quanto,

ad Auschwitz,

è bastato all'uomo di fare all'uomo."

 

Primo Levi

Se questo è un uomo, 1947

 

 

Il motivo per cui ho deciso di iniziare con queste frasi a mio avviso stupende e toccanti tratte da “Se questo è un uomo” è semplice: perché esse riassumono l’intento dell’opera: testimoniare alle future generazioni le ingiustizie patite per avvertirle dal commettere errori simili.

Tra le tante memorie sui campi di concentramento, quella di Primo Levi, deportato ad Auschwitz nel 1944, è forse la più sincera su tale inferno e orrore.

L’opera innanzitutto può essere considerata neorealista sia per il suo intento impegnato, sia per il suo stile, semplice, chiaro, ricco di descrizioni dettagliatissime e talvolta anche crude, tipico del filone realista. Tuttavia l’opera non è un romanzo, ma una memoria: a detta dello stesso Levi “Se questo è un uomo” è innanzitutto “un’indagine dell’animo umano”.

Proprio così, infatti le parti più interessanti e terribili non sono quelle in cui l’autore descrive ciò che lo circonda, ma le conseguenze che ha sull’animo umano il processo di cosificazione attuato dai nazisti.

Attraverso piccoli accorgimenti (il numero tatuato sulla carne che diventa il nuovo nome, la rasatura e gli abiti uguali, ecc…) infatti, i prigionieri non possono essere considerati uomini: da qui il titolo, che si riferisce però non solo ai prigionieri, ma anche ai nazisti stessi: le SS non sono anch’essi uomini, eseguono semplicemente gli ordini che vengono loro imposti, anche loro non sono liberi, proprio come i deportati. Da sottolineare il fatto che non ci sono manifestazioni di odio e/o rancore da parte dell’autore nei confronti degli oppressori: questo perché l’odio generalmente è diretto contro qualcuno o qualcosa di preciso; i nazisti sono visti invece come qualcosa di lontano, di staccato, come una massa uniforme, una sorta di fantasma: lo dimostra il fatto che le SS nel campo vengono descritte con caratteri approssimativi e sono tutti uguali.

Più in generale tutta l’opera è pervasa da un atteggiamento acritico di Levi: egli infatti non dimostra né rabbia, né odio, né tantomeno si pone nella posizione della vittima; egli vuole soltanto manifestare, si propone come testimone futuro (egli non è scrittore professionista e senza l’esperienza di Auschwitz non avrebbe mai scritto niente); per questo non troviamo riferimenti ad esempio all’andamento della guerra, oppure ad altri campi di sterminio, ma solo i fatti che l’autore ha visto e vissuto.

Si viene così a delineare nel corso del libro una parabola discendente della vita.

Sottolineo il fatto che “parabola” implica un punto più basso e quindi una risalita, e non un semplice declino.

L’opera infatti si presenta all’inizio più come una retta discendente: i prigionieri vengono privati dell’essenza umana: non possiedono più nulla, più nessun affetto, nessun valore, anzi: in questo mondo i valori vengono invertiti, la legge è “a chi ha sarà dato, a chi non ha, a quello sarà tolto”. L’obiettivo prefissatosi dai nazisti era dunque raggiunto: questi uomini, se tali si possono definire, erano persone vuote, senza dignità fisica e morale, non hanno più nulla per cui lottare, in essi l’animo muore insieme al corpo.

Ma allora perché la risalita?

Nell’ultimo capitolo questo declino della dignità umana tocca il fondo: il lager viene abbandonato dai tedeschi pressati dall’avanzata dell’Armata rossa sovietica, i prigionieri malati (qual era Levi ricoverato per la scarlattina) vengono lasciati al proprio destino: sono liberi, ma non possono realizzare questa libertà ottenuta: è il momento più terribile.

Inizia però da qui un lento processo di risalita che ha inizio in un momento preciso: Levi e altri due prigionieri, Arthur e Charles, si adoperano per cercare una stufa e del cibo, e gli altri ammalati, incapacitati dal muoversi, decidono di donare un po’ della loro zuppa a loro tre che lavoravano: una cosa simile era impensabile soltanto il giorno prima, in quanto la legge del lager era durissima anche tra i prigionieri stessi: si era soli contro tutti, bisognava curare sempre la propria roba altrimenti poteva venire derubata. Ma ora non più: questi oggetti stanno lentamente ridiventando uomini, stanno riacquisendo quei valori umani come la fratellanza, l’aiuto reciproco che il lager aveva cancellato dalla loro memoria.

 

 Levi sul tema dell’Olocausto scrisse anche “La tregua”, continuazione di “Se questo è un uomo”; tuttavia l’opera, che narra il viaggio di rimpatrio, si avvicina di più ai temi del viaggio e dell’avventura: per questo ho ritenuto utile citarla ma non analizzarla.

 

Vorrei concludere sottolineando il mio parere personale: questo libro è stato in assoluto il più bello, toccante ed educativo che abbia mai letto e dubito che ne leggerò mai uno migliore; il messaggio di Levi direi che l’ho colto pienamente, quest’opera mi ha fatto riflettere moltissimo sul senso del dolore, sul fatto che dobbiamo sempre ricordarci che quando noi proviamo dolore, quando stiamo male e soffriamo, ebbene in realtà non stiamo provando nulla di quello che è la vera sofferenza, di ciò che questi uomini hanno dovuto sopportare, perché io credo che il lager sia davvero la forma più terribile di come il male abbia saputo manifestarsi.

E quindi noi, tutti, abbiamo il dovere di non dimenticare che per la follia di un uomo sono morti sei milioni di innocenti.

 

P.S. Ho ritenuto più giusto mettere in risalto i lati morali e filosofici che emergono dal libro. Per un’analisi più tecnica (personaggi, trama, stile, vita dell’autore, ecc..) ritengo opportuno rimandare, tempo e commissione permettendo, in sede di esame.

 

Filosofia: Annah Arendt e il concetto di totalitarismo 

Abbiamo visto l’inferno e le implicazioni morali che ha avuto il lager sull’uomo.

Ma il lager per la filosofa ebrea Annah Arendt è soltanto uno dei mezzi di cui si avvale il regime totalitario.

Nella sua opera principale, “Le origini del totalitarismo”, infatti, la filosofa analizza gli aspetti del fenomeno del totalitarismo, da lei visto come qualcosa di innovativo, che rompe con la tradizione precedente.

L’opera è divisa in tre parti: antisemitismo, imperialismo e totalitarismo. Questi tre fattori hanno dimostrato, uno più terribilmente dell’altro, “che la dignità umana ha bisogno di una nuova garanzia, che si può trovare soltanto in un nuovo principio politico, in una nuova legge sulla terra destinata a valere per l’umanità.

In particolar modo, la Arendt vuole comprendere come l’antisemitismo abbia fatto da elemento catalizzatore prima del movimento nazista, poi della guerra mondiale, e infine della fabbrica della morte.

A questo proposito ella introduce l’idea del "male radicale", cioè del male fine a se stesso, che non serve a nulla e non segue nessuna logica.

Il libro venne molto discusso proprio perché sosteneva una trasformazione nella natura umana. Qualcosa che prima non s’era mai visto. L’uomo che si era così perfettamente inserito negli ingranaggi della macchina nazista dello sterminio era l’uomo massa, un uomo senza qualità né coscienza morale che era adattabile ad ogni evenienza, capace di uccidere come di portare a spasso il cane. Per questo il nazismo ha rappresentato l’apparizione del male assoluto nella storia: ci ha dimostrato che in certe circostanze l’uomo è un nulla, un agente passivo, è in grado di compiere qualsiasi atto in quanto nessun valore o principio aprioristico è in grado di indirizzare il suo comportamento.

La Arendt fa poi vedere che i campi di sterminio sono serviti al regime come laboratorio di verifica sulla sua pretesa di dominio assoluto sull’uomo. Il dominio totale è possibile solo se ogni persona viene ridotta a immutabile identità di reazioni.  I lager servono quindi non solo a sterminare gli individui, ma anche “a compiere l’orrendo esperimento di eliminare…la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano e di trasformare l’uomo in oggetto”.

E ciò è vero, in quanto abbiamo visto questa teoria essere verificata in “Se questo è un uomo”.

Anni dopo, in un’altra opera intitolata “Eichmann a Gerusalemme. La banalità del male (1963)”, la Arendt modifica la sua opinione dicendo che il male che ha fatto per esempio l’aguzzino Eichmann è spiegabile nel modo seguente: il male non è più qualcosa di eccezionale ma fa parte di noi e delle persone che ci sono vicine.

Di fronte al giudice che lo accusava dello sterminio degli ebrei, Eichmann sostenne che non aveva fatto altro che obbedire agli ordini. Ad Eichmann mancò quello che lei chiama "lo spazio pubblico", cioè lo spazio per giudicare quello che avviene.

L’opera si inserisce infine anche in una prospettiva futura: la Arendt sottolinea come le varie forme di governo, non escluse le democrazie, possano degenerare in totalitarismi. Per questo non bisogna considerarlo un accidente storico: il pericolo non è mai completamente estinto. Non è sufficiente la fine di Hitler o di Stalin e dei loro regimi per poter chiudere la parentesi storica del totalitarismo. La formula di dominio totale è tipica della nostra epoca, ed è possibile che esso possa trovare modo di imporsi nuovamente.

Per questo che la società moderna, fondata sulla propaganda dei media e basata sulla pluralità invece che sul singolo, presenta i sintomi migliori per l’attecchimento di un nuovo totalitarismo: nell’articolo della Fallaci vediamo come è bastata una serie di manifestazioni di massa pro Palestina per scatenare un’ondata di antisemitismo; oppure si può pensare all’azione di propaganda incessante effettuata da alcuni politici: chi non ci dice che fra questi non si nasconda un nuovo Mussolini o un nuovo Stalin? Basta ricordare il caso Le Pen in Francia qualche mese fa.

Abbiamo visto quindi come tre intellettuali vedano, in modi differenti, il totalitarismo una minaccia sempre presente: la Fallaci sostiene che stiamo già assistendo all’ascesa di un nuovo totalitarismo, la Arendt afferma come nella società mediatica di oggi qualsiasi forma di governo possa degenerare in totalitarismo, e anche Levi in un’intervista dichiarò come “fascismo e nazismo sono sopravvissuti, in un modo o nell’altro, alla sconfitta della seconda guerra mondiale: in ogni posto nel mondo, là dove si comincia col negare le libertà fondamentali dell’uomo, la sua uguaglianza, si va verso il sistema concentrazionario, e questa è una strada difficile da fermare”.

A mio avviso bisogna innanzitutto distinguere il nazismo dal fascismo: anche se hanno numerosi punti di contatto e nella guerra si sono identificati quasi totalmente, resta il fatto che il fascismo utilizzò le leggi antisemitiche solo per imitazione e non per effettiva convinzione: l’antisemitismo non appartiene all’ideologia fascista, ma nazista. Per questo, lo ribadisco, è difficile che si possa assistere a una ascesa del nazismo, proprio perché lo si associa al male compiuto nei campi di concentramento.

Più probabile a mio avviso è invece un’ascesa di un nuovo fascismo, questo si, in quanto presenta tutti i tratti caratteristici per poter fare presa sulla società moderna: la propaganda incessante, il culto del leader, l’imperialismo e il nazionalismo.

 

 

Lett. Inglese:  “Refugee blues” di W.H. Austen

Also poetry talks about the theme of the persecution of the jews: here we have a beautiful poem of W. H. Auden.

Auden belongs to the Oxford poets, a group of poets who studied at Oxford, and that are concerned with political and social problems.

His life can be divided into two parts: the english period and the american period.

In the first period, he’s strong influenced by the theories of Marx and Freud; he’s envolved in social and political problems, such as the consequences of the first world war, the spread of the nazism and expecially the persecution of the jews made by Hitler.

In 1930, after a travel to Germany, he went back in England where he shares his solidariety with the jews: in 1935 he married the daughter of Thomas Mann only to give her the possibility to have the english passport, because she’s a jew.

After 1939, he decided to leave Europe, because of the disfatisfaction in confront of the events (nazism, Hitler, the war,…), and went to America: this is his second period, when also his poetry changes in a more complex themes: he abandones political themes to focus his attention to religious and philosophical questions.

 

Say this city has ten milion souls.

Some are living in mansions, some are living in holes:

Yet there’s no place for us, my dear, yet there’s no place for us

 

Once we had a country and we thought it fair.

Look in the atlas and you’ll find it there:

we cannot go there now, my dear, we cannot go there now.

 

In the village churchyard there grows an old yew

Every spring it blossoms anew:

Old passports can’t do that, my dear, old passports can’t do that

 

The consul banged the table and said:

“If you’ve got no passport you’re official dead”

But we are still alive, my dear, but we are still alive

 

Went to a committee: they offered me a chair

Asked me politely to return next year

But where shall we go today, my dear, but where shall we go today?

 

Came to a public meeting: the speaker got up and said:

“If we let them in, they will steal our daily bread”

He was talking of you and me, my dear, he was talking of you and me

 

Thought I heard the thunder rumbling in the sky:

It was Hitler over Europe, saying: “They must die”

O we were in his mind, my dear, o we were in his mind

 

Saw a poodle in a jacket fastened with a pin

Saw a door opened and a cat let in

But they weren’t German jews, my dear, they weren’t German jews

Went down the harbour and stood upon the quay

Saw the fish swimming as if they were free

Only teen feet away, my dear, only teen feet away

 

Walked through a wood, saw the birds in the trees:

they had no politicians and sang at their ease:

They weren’t the human race, my dear, they weren’t the human race

 

Dreamed I saw a building with a thousand floors

A thousand windows and a thousand doors

Not one of them was ours, my dear, not one of them was ours

 

Stood on a grea plain in the falling snow

Ten thousand soldiers marched to and fro

Looking for you and me, my dear, looking for you and me

 

 

This poem belongs to the first period , the England period, and it’s an example of his political committement.

He chooses the poetic form of the blues, a sad song invented by afro-americans, in which they contemple their sad situation.

The speaker is a refugee, someone who is forced to leave his country, a german jew: he expresses his sorrow for his situation.

The language is simple, colloquial, we have the impression that the refugee is probably speaking to another jew.

About the form of this poem, we can see that there are twelves stanzas composed by three lines, riming aab; the subject is omitted, and typical of this poem is that the last line of each stanza is a sad comment of the two previous lines, and this comment is repeated two times, broken in the half by “My dear”, a repetition that became a refrain that underline this bad situation.

In each stanzas we have a different theme concerned to the situation of someone that isn’t view as a normal human being:

1st stanza: they are homeless

2nd stanza: they’re not accepted by his country

3rd stanza: they have no passport

4th stanza: they’re still alive

5th – 6th stanzas: they show the problems linked to incomprehension: they talk about the attitude of the politicians and the population, that doesn’t help them because they’re afraid of losing their job

7th stanza: they notice that also Hitler is thinking of them

8th – 9th – 10th stanzas: there is the comparaison between animals (free) and jews (slaves): they are worst than animals

11th stanza: again the fact that they are homeless

12th stanza: the poem end with the image of a concentration camp: when it was written, in 1939, this image were unfortunately becoming true.

per approfondire:

Come insegnare l'olocausto a scuola Proedi Editore

L'olocausto Engel David ; Il Mulino

Questa bambina deve vivere. Giorno per giorno come siamo sopravvissute all'Olocausto Holzman Helene; Marsilio

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