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Il notturno di Gabriele D'Annunzio

dalla tesina "Vedere la realtà e oltre la realtà"

di Molla Veronica - Anno scolastico 2001/2002

Percorso tematico d’esame

LETTERATURA ITALIANA

NOTTURNO

 

Gabriele D'Annunzio, "Notturno", 1921, con dedica alla madre, frontespizio della prima edizione - Milano, Biblioteca Nazionale Braidense

Il 16 gennaio 1916, la squadriglia di idrovolanti di Grado deve compiere una missione su Trieste; d’Annunzio vola, in qualità di ufficiale operatore, sull’apparecchio pilotato dal tenente Luigi Bologna. Gli eventi di quel giorno sono raccontati nel diario di Renata, figlia del poeta: “Egli mi racconta che a Caorle avevano ammarato per riparare un piccolo guasto, ma il luccichio del sole sull’acqua aveva ingannato l’occhio del pilota che non aveva potuto misurare bene la distanza, e così l’apparecchio, urtando violentemente sull’acqua, era rimbalzato nell’aria con tale forza, che se egli non fosse stato legato al seggiolino, sarebbe caduto in mare”. Dopo aver subito quel violentissimo contraccolpo, d’Annunzio resta semicieco per qualche ora, poi si riprende, ma solo in parte, continuando ad accusare dolori e disturbi alla vista. All’inizio vede “come una piccola onda”, poi la situazione va lentamente peggiorando. Egli è costretto a costatare che il proprio campo visivo si sta restringendo paurosamente, tanto da non consentirgli neanche di guardarsi allo specchio. Decisosi a farsi visitare, la diagnosi risulta essere durissima: distacco della retina e della coroide dell’occhio destro con versamento retroretinico; ad essa si accompagna, all’occhio sinistro, un’infiammazione derivata dal trauma dell’altro lato; in sostanza il poeta ha ormai quasi certamente perso l’occhio destro e rischia di perdere anche il sinistro. I medici impongono a d’Annunzio cure drastiche e tassative: dovrà restare bendato e immobile per circa due mesi; inoltre gli viene prescritto di parlare pochissimo e sottovoce. Nonostante le cure amorevoli di Renata, l’occhio destro è perso definitivamente ma il sinistro è salvo.

Durante questo periodo di cecità, d’Annunzio riesce però a continuare a scrivere, mediante un’invenzione poco meno che geniale: egli aveva pensato di farsi preparare dalla figlia migliaia di sottili striscioline di carta, i cosiddetti “cartigli”, che gli permettessero di scrivere senza rischiare di sovrapporre le righe. (È importante notare che, secondo il suo stile, l’autore non si accontenta affatto di sfruttare i vantaggi pratici della propria straordinaria invenzione, ma pensa bene di renderla di pubblico dominio). Quando alla fine di novembre del 1921, sarebbe finalmente uscito, il Notturno era già famoso da cinque anni.   

Inizialmente il Notturno era concepito solamente come un testo di accompagnamento della Leda senza cigno; il che conferma che almeno una parte dei cartigli è stata con ogni probabilità redatta non durante la cecità ma all’epoca della composizione della Licenza, quando il poeta aveva già il permesso di guardare.

Con tutti i limiti che la definizione può avere, il Notturno è tutto sommato un racconto, il cui asse principale, esile e quasi astratto, è costituito dalla cronaca della malattia. Suddivisa in tre Offerte, secondo un’antica e ricorrente passione dell’autore per le strutture ternarie, insieme altamente simmetriche e vagamente dotate di un simbolismo mitico - religioso, l’opera si presenta ulteriormente suddivisa in circa centoquindici paragrafi o capoversi. Ma questi sono a loro volta suddivisi internamente in ulteriori frammenti (circa duecentocinquanta in tutto), separati da stacchi grafici che a volte coincidono con veri e propri stacchi narrativi, altre volte paiono rispondere unicamente ad esigenze ritmiche, per marcare una pausa. 

In tutta l’opera di d’Annunzio l’universo rappresentato è estremamente coerente, e mostra una sostanziale omogeneità fra diversi livelli di realtà. Le immagini ricorrenti sono cioè uniformi, indipendentemente dal loro apparire come percezioni attuali o elementi di ricordi personalmente vissuti, rievocazioni erudite o fantasticherie ad occhi aperti, sogni o persino comparazioni costruite dal narratore. Ci troviamo di fronte a prose di confessione e di ricordi, pagine per lo più autobiografiche il cui filo conduttore è fornito dalla nostalgica rievocazione dell’esperienza trascorsa. Il linguaggio ivi sperimentato si sporge sull’orlo del silenzio, cade la sonorità un tempo ancora presente e le parole diventano enigmi, segni indecifrabili.

In teoria l’universo rappresentativo dannunziano è già pronto per dar luogo ad un interscambio generalizzato tra reale e non –reale; l’allucinazione è descritta sempre come tale, e la mente del poeta si conserva sempre salda.

Nel suo scrivere sulle striscioline, viene l’immagine del poeta che scrive “sull’acqua”, i segni paiono come tracciati sulla labile superficie dell’acqua, svaniscono ancora prima di assumere una loro consistenza: essa è una profetica metafora della condizione stessa della letteratura contemporanea, costretta ad abbassarsi a pratica segreta, transitoria, instabile. Il d’Annunzio “esploratore dell’ombra” suscitò al suo apparire vivo interesse: colui che fu per eccellenza il poeta degli occhi, autore delle sensazioni splendide e sontuose, adesso è costretto a guardare al buio della propria coscienza: è l’immagine di una debolezza estrema, in cui si può riconoscere il segno profetico della concezione novecentesca dell’intellettuale, condizione di instabilità e inutilità, sempre spalancata sull’orlo del silenzio.

In realtà però il vero motivo conduttore del libro resta la scoperta di se come corpo, della propria fisicità, costretta a letto “come in una bara”. In questo d’Annunzio, tormentato dal dolore fisico e dall’insonnia, rimane l’attitudine dello scrittore a proiettare se stesso in un’atmosfera di mito, mentre dalla secchezza e concisione dei periodi trapela pur sempre una base di retorica militaresca che sembra prospettare la guerra come sola “idealità del mondo”.

Proprio la Guerra, con la Morte, è il contenuto più frequentemente sollecitato dal flusso dei ricordi e di apparizioni che si affacciano nel buio ma non c’è mai la scoperta del dolore universale e fraterno, né ci sono conclusioni filosofiche di tipo esistenziale, l’intuizione cioè della morte come destino dell’umano esistere.     

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