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Il carteggio Einstein-Freud sulla guerra

Nel 1931 l'Istituto internazionale per la cooperazione intellettuale promosse, per conto della Società delle n azioni. una serie di dibattiti tra le personalità più in vista dell'epoca su temi d'attualità.  Einstein suggerì il nome di Freud, che accettò uno scambio epistolare con lui sul tema della guerra.

Le lettere furono pubblicate nel 1933 con il titolo Perché la guerra?.

Einstein apre la sua lettera individuando alcuni fattori come possibile spiegazione del fenomeno, quali il nazionalismo e la sete di potere dei diversi Stati; tuttavia essi non sono sufficienti per capire come masse intere accettino la distruzione di altri e il sacrificio di sé.  Suggerisce quindi a Freud l’ipotesi che l’uomo sia aggressivo per natura.  Termina la lettera chiedendo se vi siano mezzi per scongiurare le guerre future. 

Freud-riprende la considerazione di Einstein circa la tendenza naturale alla violenza, esponendo in merito la propria teoria delle pulsioni.  Nell'uomo sono presenti una pulsione di vita e una dì morte (Eros e Thanatos). Per Freud l'aggressività è parte insopprimibile della natura umana e quindi non c'è modo di eliminarla, occorre se mai individuare le condizioni perché non trovi espressione nella guerra (vedi Il disagio della civiltà, 1929).

Per evitare i conflitti armati bisogna sviluppare un antagonista:,. l'Eros (rafforzando i legami affettivi nella comunità e favorendo l'instaurazione di sentimenti comuni a tutti).  Tali soluzioni appaiono a Freud realizzabili soltanto in tempi molto lunghi, come "mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di farne prima di ricevere la farina".

 

La lettera di Einstein a Freud

Caputh (Potsdam), 30 luglio 1932

Caro signor Freud,

La proposta, fattami dalla Società delle Nazioni e dal suo Istituto internazionale di cooperazione intellettuale di Parigi, di invitare una persona di mio gradimento a un franco scambio d'opinioni su un problema qualsiasi da me scelto, mi offre la gradita occasione di dialogare con Lei circa una domanda che appare, nella presente condizione dei mondo la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà.  La domanda è: C'è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? là orinai risaputo che, coi progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte nella civiltà da noi conosciuta.  Eppure, nonostante tutta la buona volontà, nessun tentativo di soluzione è purtroppo approdato a qualcosa.

Penso anche che coloro cui spetta affrontare il problema professionalmente e praticamente divengano di giorno in giorno più consapevoli della loro impotenza in proposito, e abbiano oggi un vivo desiderio di conoscere le opinioni di persone assorbite dalla ricerca scientifica, le quali per ciò stesso siano in grado di osservare, problemi del mondo con sufficiente distacco.  Quanto a me, l'obiettivo cui si rivolge abitualmente il mio pensiero non m'aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano.  Pertanto, riguardo a tale richiesta, dovrò limitarmi a cercare di porre il problema nei giusti termini consentendole così, su un terreno sbarazzato dalle soluzioni più ovvie, di avvalersi della Sua vasta conoscenza della vita istintiva umana per far qualche luce sul problema.  Vi sono determinati ostacoli psicologici di cui chi non conosce la scienza psicologica non può esplorare le correlazioni e i confini, pur avendone un vago sentore; sono convinto che Lei potrà suggerire metodi educativi, più o meno estranei all'ambito politico, che elimineranno questi ostacoli.

Essendo immune da sentimenti nazionalistici, vedo personalmente una maniera semplice di affrontare l'aspetto esteriore, cioè organizzativo, del problema: gli Stati creino un autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre tutti i conflitti che sorgano tra loro.  Ogni Stato si assuma l'obbligo di rispettare i decreti di questa autorità, di invocarne la decisione in ogni disputa, di accettare senza riserve il giudizio e di attuare tutti i provvedimenti che essa ritenesse necessari per far applicare le proprie ingiunzioni.  Qui s'incontra la prima difficoltà: un tribunale è un'istituzione umana che, quanto meno è in grado di far rispettare le proprie decisioni, tanto più soccombe alle pressioni stragiudiziali.  Vi è qui una realtà da cui non possiamo prescindere: diritto e forza sono inscindibili e le decisioni dei diritto s'avvicinano alla giustizia. cui aspira quella comunità nel cui nome e interesse vengono pronunciate le sentenze, solo nella misura in cui tale comunità ha il potere effettivo di imporre il rispetto del proprio ideale legalitario.  Oggi siamo però lontanissimi dal possedere una organizzazione sovranazionale che possa emettere verdetti di autorità incontestata e imporre con la forza di sottomettersi all'esecuzione delle sue sentenze.  Giungo così al mio primo assioma: la ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua libertà d'azione, vale a dire alla sua sovranità, ed è assolutamente chiaro che non v'è altra strada per arrivare a siffatta sicurezza. (... )

Ho parlato sinora soltanto di guerre tra Stati, ossia di conflitti internazionali.  Ma sono perfettamente consapevole del fatto che l'istinto aggressivo opera anche in altre forme e in altre circostanze (penso alle guerre civili, per esempio, dovute un tempo al fanatismo religioso, oggi a fattori sociali; o, ancora, alla persecuzione di minoranze razziali).  Ma la mia insistenza sulla forma più tipica, crudele e pazza di conflitto tra uomo e uomo era voluta, perché abbiamo qui l'occasione migliore per scoprire i mezzi e le maniere mediante i quali rendere impossibili tutti i conflitti armati.

So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile.

Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d'azione.

Molto cordialmente Suo, Albert Einstein

 

La risposta di Freud

Vienna, Settembre 1932

Caro signor Einstein,

quando ho saputo che Lei aveva intenzione di invitarmi a uno scambio di idee su un tema che Le interessa e che Le sembra anche degno dell'interesse di altri, ho acconsentito prontamente.  Lei comincia con il rapporto tra diritto e forza. là certamente il punto di partenza giusto per la nostra indagine.  Posso sostituire la parola, "forza" con la parola più incisiva e più dura "violenza".  Diritto e violenza sono per noi oggi termini opposti. t facile mostrare che l'uno si è sviluppato dall'altro e, se risaliamo ai primordi della vita umana per verificare come ciò sia da principio accaduto, la soluzione del problema ci appare senza difficoltà. (... )

Da tempi immemorabili l'umanità è soggetta al processo dell'incivilimento (altri, lo so, chiamano più volentieri questo processo: civilizzazione).  Dobbiamo ad esso il meglio di ciò che siamo divenuti e buona parte di ciò di cui soffriamo.  Le sue cause e origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente visibili.  Forse porta all'estinzione del genere umano, giacché in più di una guisa pregiudica la funzione sessuale, e già oggi si moltiplicano in proporzioni più forti le razze incolte e gli strati arretrati della popolazione che non quelli altamente coltivati.

Dei caratteri psicologici della civiltà, due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell'intelletto che comincia a dominare la vita pulsionale, e l'interiorizzazione dell'aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che ne conseguono.  Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l'atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un'intolleranza costituzionale, per così dire della massima idiosincrasia.  E mi sembra che le degradazioni estetiche della guerra non abbiano nel nostro rifiuto una parte molto minore delle sue crudeltà.

Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti?  Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistico che l'influsso di due fattori - un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire.  Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo.  Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l'evoluzione civile lavora anche contro la guerra.

La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L'hanno delusa.

Suo, Sigmund Freud

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