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L'infinito in Leopardi

Tesina Esame di Stato

Stefano Gambaro

Esame di Maturità 2002

L'infinito in Leopardi

Lontano dall'idea matematica e filosofica, l'infinito leopardiano è il riflesso di una realtà incommensurabile sui sensi limitati di una creatura finita, determinata: il poeta approda a un sentimento, la dolcezza dei naufragio, non ad un concetto. t la mente umana, l'immaginazione a plasmare quest'idea. Scrive così nello Zibaldone (tutte le citazioni, anche quelle seguenti, sono tratte dallo Zibaldone, in particolare dai passi del luglio 1820 e dei 1 agosto 1821): "l'infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo della nostra superbia […]   l'infinito è un'idea, un sogno, non una realtà. almeno niuna prova abbiamo noi dell'esistenza di esso, neppur per analogia" .

 

Per superare i limiti fisici della natura umana interviene l'immaginazione, che ha come attività principale la raffigurazione del piacere: "il piacere infinito non si può trovare nella realtà, si trova così nell'immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni, ecc... " Ma l'immaginazione ha bisogno di stimoli, perciò "l'anima si immagina quello che non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vita si estendesse dappertutto, perché il reale escluderebbe l'immaginario".

 

E dunque "la molteplicità delle sensazioni confonde l'anima, gli impedisce di vedere i confini di ciascheduna, toglie l'esaurimento subitaneo del piacere, la fa errare da un piacere in un altro senza poterne approfondire nessuno, e quindi si rassomiglia in certo modo ad un piacere infinito". Resta quindi nell'animo un senso di inappagamento, di insoddisfazione perché non si riesce effettivamente a concepire l'infinitudine, ma solo l'indefinito, un'idea inadeguata, approssimata, vaga: ne nasce un'insoddisfazione che conduce al tedio, alla noia spirituale.

 

Ci sono però immagini, sensazioni che suscitano nell'animo l'idea di infinito, ad esempio la visione di una torre antica, perché "il concepire che fa l'anima uno spazio di molti secoli, produce una sensazione indefinita, l'idea di un tempo indeterminato, dove l'anima si perde, e sebben sa che vi sono confini, non li discerne, e non sa quali sieno". Oppure le immagini "di una campagna ad andamento declíve in guisa che la vista in certa lontananza non arrivi alla valle; e quella di un filare d'alberi, la cui fine si perde di vista" o, infine "una fabbrica una torre ecc… veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l'orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l'indefinito ecc... ecc... ecc... "

 

L'idillio L'infinito offre nella sua perfetta brevità la meditazione più alta e compiuta sul tema dell'infinito:

 

Sempre caro mi fu quest'ermo colle

e questa siepe che da tanta parte

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interinati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiéte

io nel pensier mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante,

io quello infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

e le morte stagioni e la presente

e viva, e il suon di lei. così tra questa

immensità s'annega il pensier mio:

e il naufragar m'è dolce in questo mare.

 

L'infinito di cui parla Leopardi è una dimensione spazio-temporale non esistente in sé, ma frutto dell'immaginazione (nel pensier mi fingo). È la forza dei pensiero, infatti, che può superare l'ostacolo della siepe, per immaginare sovrumani spazi e avvicinarsi alla considerazione dell'eterno: si tratta in ogni caso di un'immensità vuota, non coincidente con una realtà fisica e neppure metafisica, di fronte alla quale il poeta prova uno smarrimento che è però piacevole (il naufragar m'è dolce in questo mare).

 

L'osservazione del paesaggio si svolge in meditazione: il paesaggio, la natura, la fisicità vengono interiorizzati ed entrano a far parte dello "spirito" del poeta, o meglio: il poeta riesce a innalzarsi all'infinito.

 

Leopardi parte da una visione familiare, la vista dei colle, il Monte Tabor, ermo, ma caro, solitario ma già appartenente all'esperienza personale del poeta, spettatore ma anche compartecipe della sua vita. Familiare è anche la siepe, che diventa un limite, evoca il desiderio, l'immaginazione di ciò che il guardo esclude, di ciò che non si può raggiungere con il solo ausilio dei sensi. Da un connotato fisico di realtà, si risveglia l'immaginazione di uno spazio ben più ultimo.

 

Ed ecco che sia il colle che la siepe prima indicati con gli aggettivi questo/questa ad indicarne la vicinanza sia fisica che spirituale, diventano la porta per l'infinito. La siepe diventa quella, è già posta in un'altra dimensione, decisamente diversa da quella fisica.

 

Il poeta siede e guarda, in uno spazio senza tempo, e la sua immaginazione coglie e crea interminati spazi, sovrumani silenzi, e profondissima quiete.

 

Leopardi ha colto, ha intuito l'infinito spaziale, che viene visto nella negazione della realtà fisica a cui è sempre abituato: gli spazi sono interminati, i silenzi sono sovrumani, la quiete è profondissima. L'idea è quella di una dimensione impossibile da paragonare con quella "solita", "abituale". Anche la disposizione nel verso, con l'enjambement tra interminati e spazi e tra sovrumani e silenzi e la dieresi su quïete danno la sensazione di una vastità infinita; inoltre sono tutte parole polisillabe: tutto acquista una dilatazione inusitata in tutte le direzioni.

 

Questa riflessione, questo relazionarsi con l'infinito, rivela il confine tra la limitatezza della vita umana e l'immensità della Natura, di cui l'uomo fa parte, ma che non può cogliere appieno. Questa intuizione determina un senso di paura (ove per poco il cor non si spaura), uno smarrimento in una dimensione mai conosciuta prima, mai immaginata con tanta chiarezza. li cuore quasi non riesce a sostenere la potenza di questa visione, è uno sgomento dato dalla consapevolezza di aver superato i propri limiti, di aver trasceso la propria quotidianità e di aver partecipato di un evento ai confini della religiosità.

Ma il vento, espressione della limitatezza fisica, lo riporta dall'esistenza cosmica alla terrena: la voce della realtà (odo stormir tra queste piante) viene paragonata al silenzio dell'infinito (da notare quello infinito, cioè appartenente all'altra dimensione).

 

li senso della vita terrena si rianima nel vento, e con esso il limite temporale dell'uomo, la morte. Ma il pensiero riprende il suo corso e fluisce. L'affollarsi dei pensieri è sottolineato dall'anafora della e Nell'eterno, nella distensione temporale della vita dal passato, le morte stagioni, al presente, che è vivo. Tutto si riduce a un suono: è il respiro della vita universale, il suo battito eterno, smorzato, affievolito e quindi morto nel passato e invece vivo e prepotente nel presente.

 

Il pensiero e l'uomo vengono sommersi da questa immensità, da questa incommensurabilità e il mare, simbolo della vastità, fa annegare il suo pensiero, la sua mente, la sua razionalità, lo fa perdere, obliare in una dimensione universale in comunione con l'infinito, tanto più dolce perché insperata, inaspettata.

 

È la pace dell'uomo che ha abbandonato l'umanità per il non-limite, anche se è consapevole di aver creato egli stesso questa dimensione: non riesce a darne una consistenza reale, è un infinito del pensiero, ma ugualmente dolce e potente.

 

Che cosa resta di questo mare nell'animo dell'uomo? La consapevolezza di poter annegare in esso solo per il breve istante di una illuminazione, perché come basta una siepe ad evocarlo, è

altresì bastante un soffio di vento per riportarlo alla sua essenza limitata.

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