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Il dibattito bioetico e le leggi sulla ricerca in Italia

5.2. IL DIBATTITO BIOETICO E LE LEGGI SULLA RICERCA IN ITALIA

In Italia il dibattito sulle staminali si è sviluppato a partire dal 1999, quando l’opinione pubblica ha iniziato a conoscere la questione. Nell’aprile 2000 il Comitato nazionale per la bioetica (CNB) si è occupata del problema e dopo alcuni mesi ha redatto un documento (Parere del Comitato nazionale per la bioetica sull’impiego terapeutico delle cellule staminali) presentato poi alla stampa. Lo stesso anno, l’allora ministro della sanità Umberto Veronesi ha istituito una apposita commissione sulla ricerca staminali (la commissione Dulbecco) presieduta dal premio nobel Renato Dulbecco.

I due documenti presentano molte analogie e qualche differenza. Riguardo ad alcune questioni come la liceità del prelievo di cellule da feti abortiti hanno dato entrambi risposta positiva, all’unanimità. Riguardo alla questione sulla liceità del prelievo di cellule staminali dagli embrioni soprannumerati sono emerse posizioni contrastanti all’interno di entrambe le commissioni. La maggioranza dei componenti di tutte e due le commissioni è comunque favorevole alla sperimentazione sugli embrioni. Purtroppo però queste relazioni sono state ignorate dalla politica italiana: prima con la finanziaria per il 2001 che ha stanziato fondi per la ricerca sulle staminali adulte ma non sulle embrionali; poi con l’approvazione della Convenzione sui diritti umani e la biomedicina ratificata nell’aprile 2001, a parlamento sciolto, senza dibattito pubblico come voleva la stessa Convenzione. Negli anni successivi la maggior parte dei ricercatori si sono dedicati quasi tutti alla ricerca sulle staminali adulte e solo qualche gruppo, come quello di Elena Cattaneo a Milano lavora su linee di cellule embrionali comperate in altri stati.

Il 13 e il 14 giugno 2005 in Italia si è tenuto un referendum che chiedeva l’abrogazione della legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita. Questa legge era la prima che regolamentava la procreazione assistita. Uno dei punti che il referendum voleva abrogare era quello circa l’utilizzo degli embrioni crioconservati, e la clonazione riproduttiva che la legge vieta. Prima del referendum si sono mossi tutti i partiti politici e la Chiesa ha invitato insistentemente i credenti all’astensione. In tutti e 4 i punti del referendum ha vinto nettamente il si, però non è stato raggiunto il quorum necessario (la percentuale dei votanti è stata circa il 25%). La legge 40 è attualmente in vigore e la ricerca sugli embrioni non è permessa in Italia.

Per concludere questa parte sulla bioetica vorrei citare la conclusione che scrive Demetrio Neri (membro del Comitato nazionale per la bioetica) dopo una lunga disquisizione sulla bioetica, nel suo libro “La bioetica in laboratorio”.

Dalla ricostruzione del dibattito pubblico generato dalla ricerca sulle staminali e delle varie posizioni morali che vi si sono confrontate e scontrate è emerso un panorama molto diversificato, nel quale sono coinvolte questioni sulle quali la discussione dura da secoli e per secoli probabilmente durerà ancora. Sarebbe illusorio pensare che possa mai essere formulata una soluzione capace di sintetizzare, o conciliare vedute così differenti, alle quali tutte una società pluralistica e democratica deve tributare un eguale rispetto. Qualunque soluzione non sarà in grado di accontentare tutti e, d’altro canto, questo non può tradursi in paralisi decisionale. Autorizzare o meno l’uso di embrioni per scopi di ricerca non è la solita questione teorica intorno alla quale il dibattito accademico può andare avanti all’infinito senza che la vita reale ne venga minimamente turbata. È una questione che riguarda la vita di milioni di persone e sulla quale è necessario giungere a una soluzione operativa. Fin da quando si cominciò a discutere della liceità dell’aborto e poi, a partire dal 1978, della liceità di sperimentare su embrioni umani, le commissioni che in varie parti del mondo hanno affrontato il tema non si sono certo poste l’obiettivo di dirimere una controversia filosofica e religiosa. Più modestamente, l’obiettivo è stato quello di individuare, tra le varie soluzioni possibili, quella capace di raccogliere il consenso più ampio e che, per il metodo col quale è stata individuata, possa essere accettata anche da coloro che non la condividono: non la decisione più giusta, come si ricordava,, ma solo quella più condivisa, sempre modificabile e perfezionabile alla luce dei fatti e del prosieguo del dibattito. Questo obiettivo può essere raggiunto a due condizioni. La prima è che tutte le concezioni morali e religiose abbiano modo di manifestare nel pubblico dibattito le proprie opinioni, di avanzare proposte, e di confrontarsi con le proposte degli altri. La seconda è che tutti i partecipanti al dibattito siano animati da una sincera disponibilità ad ascoltare le ragioni degli altri e, almeno in linea di principio, ad evitare di presumere di essere gli unici depositari della verità. Questo non significa dover rinunciare alle proprie credenze morali e religiose. Significa soltanto accettare l’unico metodo per raggiungere le decisioni pubbliche in materie moralmente controverse che sia compatibile con le società laiche, democratiche e pluralistiche nelle quali viviamo. Non c’è alternativa a questo metodo: non, almeno, finché desideriamo vivere in società rispettose delle differenti visioni morali e religiose. 

In questo testo è ribadita la necessità di ascoltare il maggior numero di opinioni diverse per cercare un punto di accordo tra le diverse opinioni. Questo dimostra quanto la bioetica interessi tutti e non sia una materia adatta soltanto agli addetti ai lavori.

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