Alma Vivoda, una vita spesa per lantifascismo

Da IL PICCOLO giornale di Trieste del 24 aprile 2012

Liscrizione in via Pindemonte ricorda il punto in cui venne ferita a morte la prima donna d’Italia caduta nella lotta di Liberazione il 28 giugno 1943

di Elena Dragan

Il 28 giugno 1943 Alma Vivoda si stava recando con Pierina Chinchio in via Pindemonte a incontrare Ondina Peteani che manteneva i contatti tra gli antifascisti di Trieste e quelli di Ronchi, dove risiedeva. Dalle parole di Pierina Chinchio possiamo conoscere quanto accadde quel giorno. «Alma e io salivamo per la via Pindemonte. Incontrammo un milite della Polizia Ferroviaria, voltammo il viso per non essere riconosciute. Scorgemmo fra i cespugli un carabiniere a noi ben noto, di servizio a Muggia. Tutto accadde repentinamente. Il carabiniere cominciò a sparare per fermarci. Alma estrasse una pistola e una bomba a mano, forse per dare anche a me un’arma per difenderci. Il carabiniere continuò a sparare allimpazzata e colpì Alma alla tempia. Io ero a terra, insanguinata. Egli mi affrontò (forse per eliminare l’unico testimone). Gli gridai se fosse impazzito. Intervenne il milite della Polizia Ferroviaria; il carabiniere gli ordinò di tenermi sotto tiro. Arrivò la Croce Rossa. Ritrovai Alma all’ospedale. Fino all’ultimo le restai vicina, tenendole la mano».

La targa in via Pindemonte alla fine della scalinata che porta a un sentiero del Boschetto, di fronte al numero 4, è stata posta nel 1971 dal Comune di Muggia – stranamente riporta la data del 26 giugno – per ricordare la prima donna d’Italia caduta nella lotta di Liberazione. Alma (Amabile per lanagrafe) Vivoda nacque a Chiampore nel 1911 e a vent’anni sposò Luciano Santalesa, attivista antifascista, figlio di un barbiere muggesano. Nonostante la repressione anticomunista si facesse sempre più dura, il locale La Tappa” gestito da Alma e da suo marito rimase uno dei ritrovi degli antifascisti. Nel 1933 nacque il figlio Sergio. L’attività di Luciano Santalesa non passava inosservata e la polizia lo arrestò rinchiudendolo al Sanatorio di Aurisina perché gravemente malato.

A quel punto Alma Vivoda decise di lasciare la sua casa, dopo avere affidato il figlio a un collegio di Udine, e la sua attività di lotta divenne a tempo pieno. Con il nome di battaglia Maria” manteneva i contatti fra i compagni in tutto il territorio della provincia di Trieste, con le formazioni partigiane dell’Istria e i compagni sloveni. Nel 1942 organizza tutto il paese, da Grisa a Santa Barbara, per l’aiuto ai partigiani jugoslavi. Dopo la delazione di una spia è costretta alla clandestinità. Riesce a far fuggire suo marito da Aurisina e continua la sua attività coi capelli tinti sperando di non essere riconosciuta.

In una pubblicazione del 1984 in occasione dei 40 anni della fondazione del Battaglione Alma Vivoda” vi è il ricordo di una sua compagna che racconta di quando Alma «vendette i propri oggetti di valore per comperare una vecchia macchina da scrivere e compilare un giornaletto, La nuova donna”, che, stampato clandestinamente, faceva circolare tra le compagne, e fra le incerte, per conquistarle a quegli ideali in cui credeva».