Analisi di testi epigrafici in lingua lesbia


di Alissa Peron

La prima iscrizione che consideriamo è datata intorno al 340 a. C., è una delle più antiche iscrizioni di Lesbo ed è scritta nella κοινή, cosa strana perché l’uso normale del IV secolo è quello di adoperare ancora nelle iscrizioni il dialetto locale, soprattutto a Mitilene.
Nota: le parentesi quadre nelle iscrizioni indicano integrazione per guasto meccanico, le integrazioni per errore di tradizione sono tra parentesi uncinate, le espunzioni tra parentesi graffe; qui ho riprodotto sommariamente questi segni.
In questa iscrizione abbondano le integrazioni tra parentesi quadre, sono state proposte diverse integrazioni ma il senso è più intuibile che ricostruibile; è un testo tecnico conservato su pietra che sembra contenere precise indicazioni di tipo architettonico sulla costruzione del muro laterale del naos di un tempio. Sappiamo che a Messe esisteva un tempio comune a tutti i Lesbii, la città è sopra Pirra non lontano da Mitilene; qualcuno ritiene che si tratti di quel tempio e pertanto la costruzione del muro interessava tutti i Lesbii e che fossero stati chiamati anche costruttori provenienti da fuori Lesbo, dunque forse l’iscrizione è nella κοινή per questo motivo. Altri pensano che il lapicida fosse di lingua ionica e che avendo inserito più ionismi di quanto ci si aspetterebbe abbia ottenuto un risultato vicino alla κοινή (interpretazione fantasiosa). Comunque stiano le cose si percepisce già intorno alla metà del IV secolo una lingua dell’ufficialità comune a tutti.
 

Testo dell’iscrizione (Mitilene, 340-320 a. C.)

(…) ἐπὶ δὲ πλίνθο(u) (γεῖσον ἐπιθήσει, ποήσει δὲ τοὺς Ï„)οίχουσ πάντας ὕψος ὀκτωκαίδεκα ποδῶν, τὸ ὕψος ἴσους τοὺς τοίχους τοῖς ταθμοῖς τοῖς θυραίοις καὶ ταῖς κατὰ τοὺς μακροὺς τοίχους παραστάσιν· νόμους δὲ θήσει εἰς τοὺς μακροὺς τοίχους δώδεκα. Καὶ θήσει ἐπὶ Ï„á½° κείμενα ὀρθοστάτην στατοῦ νόμου, ὕψος τριῶν ποδῶν, πάχος ποδῶν τριῶν καὶ ἡμίσεος δακτύλου. Ἐπὶ δὲ τοῦ ὀρθοστάτου θήσει πλίνθον ἀνὰ μέσον τῶν στατῶν, πάχος τριῶν ποδῶν ἀναβαλόμενος δὲ Ï„á½°Ï‚ πλίνθους καὶ ἐπεργασάμενος λεῖα, ὀρθὰ κατὰ νόμον, ἀποξέσει τῶν λίθων πάντων Ï„á½° μὲν μέτωπα ξοώδι (…).

Traduzione:
Sopra la parte di pietra porrà un cornicione (forse parte alta del tempio) e farà tutti i muri in altezza di 18 piedi, e i muri pari in altezza agli stipiti, alle porte e alle ante che stanno sui muri maggiori (è difficile a intendersi e buona parte delle parole sono integrate basandosi su materiale rinvenuto nello stesso luogo e nello stesso contesto e su altre iscrizioni di contenuto simile). Poi porrà sui muri grandi dodici file di materiale costruttorio (νόμους valore tecnico poco diffuso; il muro doveva essere un’alternanza tra file di mattoni e pietra, muro marcato da motivi orizzontali posti accanto ad una struttura verticale che faceva da direzione). E porrà sul basamento (κείμενον) un pilastro perpendicolare fatto di una fila fissa di tre piedi in altezza e di tre piedi e mezzo dattilo di larghezza. Sul pilastro porrà della pietra nel mezzo delle file fisse (il pilastro arriva a reggere la prima fila di pietre, poi inizia l’alternanza pietre mattoni che si ripete dodici volte), mettendo sopra le pietre di tre piedi di spessore e costruendolo in maniera piana, perpendicolare alla fila, e liscerà di tutte le pietre le metope con uno scalpello (finisce qui la pietra, poi forse dirà come lisciare altre parti come fa pensare il Ï„á½° μέν.

Commento linguistico
La sintassi e la morfologia delle parole sono abbastanza chiare a parte i termini tecnici; alcuni futuri dovevano essere tipicamente lesbii (ἀποξέσεἰ), i verbi espressi sono pochi e fanno supporre che tutta l’iscrizione fosse al futuro con valore ingiuntivo. Non è iscrizione dialettale perché gli accusativi plurali della flessione tematica sono in ουσ come in attico; forme come ὀρθοστάτην sono tipiche dell’attico, in eolico ci sarebbe stato alfa.
Altri caratteri meno vistosi sono l’uso della preposizione ἀνά, la forma dei poeti di Lesbo è ὄν (ma la forma ἀνά è molto usata ovunque in questo periodo); μέσον è con la scempia, di solito il lesbio ha la forma etimologica μέσσον.
Vi sono pochi caratteri dialettali, ποήσει con lenizione di j, convive in κοινή con la forma ποιήσει. L’iscrizione è in κοινή, è con ogni probabilità un documento ufficiale, i contraenti dovevano comprenderlo allo stesso modo.

Più o meno contemporanea è la seconda iscrizione, sempre di Mitilene; gli editori di questo testo l’hanno nominata decreto sulla concordia, riguarda questioni di politica interna; la lingua è diversa da quella prima vista.

Testo dell’iscrizione (Mitilene, decreto sulla concordia, 332 a. C.)

Ἔγνω βόλλα καὶ δᾶμος περὶ τῶν οἰ (…8) εἰσάγηνται ὤς κεν οἰ πόλιται οἴκειεν τὰμ πόλιν ἐν δαμοκρασίαι τὸμ πάντα χρόνον ἔχοντες πρὸς ἀλλάλοις á½ Ï‚ εὐνοώτατα, τύχαι ἀγάθαι, εὔξασθαι μὲν τὰμ βόλλαν καὶ τὸν δᾶμον τοῖς θέοισι τοῖς δυοκαίδεκα καὶ τῶι Δίι τῶι Ἠραίωι καὶ Βασίληι και Ὀμονοίωι καὶ τᾶι Ὀμονοίαι καὶ Δίκαι καὶ Ἐπιτελείαι τῶν ἀγάθων, αἴ κε συνενίκει τῶι δάμωι τῶι Μυτιληνάων Ï„á½° δόξαντα, θυσίαγ καὶ πρόσοδομ ποήσασθαι, τελειομένων τῶν ἀγάθων, κατ ὄττι κε τῶι δάμωι φαίνηται· ταῦτα μὲν ηῦχθαι, ἀγάθαι δὲ τύχαι τῶ δάμω τῶ Μυτιληνάων, ἐψάφισθαι τᾶι βόλλα καὶ τῶι δάμωι· αἰ μέγ κέ τις γενομένας κατ τὸν νόμον φύγει ἐκ τᾶς πόλιος á¼¢ ἀπυθάνη, χρῆσθαι τῶι νόμωι· αἰ δέ κε ἄλλον τινὰ τρόπον Μυτιληνάων á¼¢ τῶγ κατοικέντωον ἐμ Μυτιλήναι ἐπὶ προτάνιος Δίτα Σαωνυμείω σύμβαι ἀτιμασθέντα φυγαδεύθην ἐκ τᾶς πόλιος á¼¢ ἀπυθάνην, χρήματα τούτων… (la parte finale è poco leggibile).

Traduzione prima sezione:
Il consiglio e l’assemblea hanno decretato riguardo a ciò che (soggetto plurale non sappiamo quale, gli editori propongono di integrare στρόταγοι, gli strateghi o i magistrati) hanno proposto affinché i cittadini abitino la città in democrazia per tutto il tempo comportandosi reciprocamente nel modo più benevolo con buona sorte.

Commento:
é un’iscrizione articolata stilisticamente più curata di altre che si basano quasi sempre sulla paratassi, ed è ricca di elementi formulari giuridici come ἔγνω verbo che apre l’iscrizione, terza persona singolare nonostante il soggetto plurale, alternativa è ἔδοξε; segue un costrutto con l’infinito all’aoristo e la cosa è strana: indica il decreto di qualcosa che non è ancora stata realizzata, questi infiniti sono svincolati da ogni nozione cronologica, e prevale quella d’aspetto.
Βόλλα è la βουλή attica, radice bol + na con alfa lungo suffisso dei nomi femminili, che in attico semplifica e qui produce assimilazione; la radice è in labiovelare sonora e in latino resta l’appendice labiale che dà origine a volo.
Τῶν è usato per introdurre la relativa, non ci sono dubbi.
Εἰσάγηνται è indicativo presente di un verbo in vocale che si tratta come atematico allungando la vocale, anche il primo alfa è lungo; il verbo è εἰσηγέομαι.
Κεν sta per ἄν σεγυιτο δα οττατιϝο δι οικέω, anche qui trattato come verbo atematico; ὤς κεν + ottativo si trova spesso in iscrizioni lesbie a indicare proposizione completiva che segnala l’intenzione di chi avanza il decreto.
Τὰμ πόλιν è parziale assimilazione nella sequenza fonosintattica, ma l’editore avverte che ci sono indizi nelle iscrizioni lesbie del fatto che le nasali avrebbero subito dal III secolo a. C. un affievolimento nella pronuncia, e una delle conseguenze è l’assimilazione; quando si deve scrivere la nasale si ricorre a quella dello stesso luogo di articolazione, il nesso doveva essere pronunciato come una sorta di doppia occlusiva. L’editore segnala casi come Αδδροτέλεος per l’attico Ανδροτελείος, la nasale non è articolata e quindi nemmeno scritta; in altri casi la nasale scompare del tutto, τὸ δᾶμον per τὸν δᾶμον. Un altro caso è τόμ seguito da parola non iniziante per labiale, una nasale vale l’altra perché non è percepita.
La forma δαμοκρασίαι ha assibil’azione in un lessema in cui negli altri dialetti che assibilano la dentale si conserva (δημοκρατία), da una parte per la volontà di conservare l’etimo (connessione con κράτοσ), dall’altra per motivi cronologici: quando si afferma questo lessema ha già finito di agire il processo assibilativo; quella del lesbio è una tendenza che va oltre quella dello ionico.

In τὸμ πάντα χρόνον si ha lo stesso fenomeno di τὰμ πόλιν.
Ἀλλάλοις ha alfa ed è accusativo plurale.
La forma avverbiale εὐνοώτατα è la forma attesa dal radicale *eunoo da cui si ha εὔνουσ: nella κοινή il superlativo sarebbe εὐνούστατος da εὐνοέστατος, dall’iato οε si genera contrazione.

Gli infiniti che seguono costituiscono l’oggetto del decreto.

Traduzione seconda sezione:
Che il consiglio e il popolo preghino i dodici dei e Zeus Eraio e Βασιλεύς e Ὀμόνοιος e Ὀμόνοια e la Giustizia e il Compimento dei beni, qualora ci sia accordo da parte del popolo dei Mitilenesi riguardo a ciò che è stato decretato, che si faccia un sacrificio e una processione una volta compiuti i beni (cioè realizzate le positività attese) secondo ciò che sembri bene al popolo.

Commento:
Gli infiniti come εὔξασθαι esprimono aspettualità aoristica, qui è chiaro perché è oggetto del decreto e ancora deve compiersi, ciò che si è compiuto viene espresso con il perfetto. Qui l’aoristo è giustificato dal fatto che una parte del contenuto precede l’applicazione dell’altra: tra le due prescrizioni c’è una sorta di verifica del decreto, e a ciò che precede la verifica si può dare una qualche storicità; che ci sia la verifica è provato dalla frase subito successiva: queste preghiere sono state rivolte, ciò che è scritto prima è venuto prima del momento in cui si sta parlando; è però presente l’aoristo anche nella seconda parte, dunque è più semplice pensare ad una valenza aspettuale e non storica del tempo (ma vedi anche oltre).
Il lesbio quando possibile preferisce il dativo con οισι, per disambiguare la forma e non confonderla con quella dell’accusativo; per l’articolo non vale l’adozione della desinenza lunga di dativo, la funzione disambiguante è svolta solo dall’accento acuto da una parte circonflesso dall’altra.
Nella forma βασίληι non agisce Osthoff.
Αἴ κε corrisponde ad εἰ ἄν, la forma συνενίκει sarà di congiuntivo connesso con il radicale che in ionico-attico dà ἤνεγκον: da ἐνέγκει si passa a ἐνείκει forse per palatalizzazione dell’elemento nasale, poi a ενίκει per monottongazione di ει; in lesbio le forme di congiuntivo a vocale breve sono attestate in parecchi casi nell’aoristo suffissale, sia sigmatico sia asigmatico; verso la fine del IV secolo a. C. dopo questa iscrizione si attesta per effetto della κοινή il congiuntivo a vocale lunga senza iota sottoscritto alla terza persona singolare, e questa assenza di iota diventa rigorosa dopo il III secolo.
Φαίνηται è congiuntivo medio, si presenta nella stessa forma dell’attico.
La forma Μυτιληνάων, non ha contrazione.
Casi di apparente assimilazione di nasale finale di parola: θυσίαγ καί, πρόσοδομ ποήσασθαι.
Nella voce κατ ὄττι si distingue κατά apocopato e ὄττι con dentale raddoppiata.

Traduzione terza sezione:
Queste preghiere sono state rivolte: con buona fortuna da parte del popolo dei Mitilenesi è stato decretato dal consiglio e dal popolo: se qualcuno, secondo la legge, sia stato condannato all’esilio o a morte dalla città, si applichi la legge; se invece accada che in qualche altro modo tra i Mitilenesi o tra coloro che risiedono a Mitilene Sotto la pritania di Ditas figlio di Saonimos, privato dei diritti sia bandito dalla città o sia condannato a morte, i beni di costoro…

Commento:
Notare la forma πόλιος, il sostantivo si flette sempre con tema in ι.
In ἀπυθάνη si nota l’oscuramento vocalico.
Κατοικέντων è forma atematica da un κατοίκημι.
Προτάνιος (προ integrato per guasto meccanico) viene dal femminile πρότανις come πόλις, in attico sarebbe πρυτανίς, a Lesbo la forma più attestata è con προ ma a quel che sembra la forma etimologica sarebbe in Ï…, potrebbe venire dall’Asia minore; πρυτανίς diventa πρότανις per una sorta di dialettismo, ma talvolta di sostituisce ad essa πρύτανις a partire dalla κοινή, in particolare per introduzione ionica, ma prima della grafia si sarà attestato un suono u nella pronuncia, straniero per i Lesbii, e ciò porta con sé scompensi, forme errate di grafia che denunciano percezione sbagliata della pronuncia, forme itacistiche (πρίτανισ), l’itacismo è conseguente allo stranierismo e il lesbio adotta il segno che nel proprio alfabeto è quello del suono più vicino a quello entrato da fuori di Lesbo. Anche in attico talvolta si attesta προ, ma è un falso etimo, la percezione di un preverbio è più normale e la grafia non è prestito da Lesbo. Questo sostantivo in ισ è astratto, seguito da Δίτα genitivo maschile di tema in alfa lungo per giustapposizione di sio, caduta di σj e contrazione in alfa lungo; Σαωνυμείω è patronimico come Πηλειάδεω.
Σύμβαι è forma di congiuntivo aoristo tematico terza persona singolare da συμβαίνω, è congiuntivo con iota ascritto; in questa iscrizione l’uso di iota ascritto non è regolare, dunque qui la sua presenza è prova di regolarità della forma; in seguito si attesta anche per questa voce la forma senza iota, per estensione della forma uguale dei verbi come ἐνίκει che diventa ἐνίκη. C’è dunque oscillazione tra forme di congiuntivo con desinenza in iota e la forma desinenziale senza iota, quella originale che si attesterà per effetto della κοινή negli aoristi suffissali dopo il III secolo a. C. Σύμβαι è congiuntivo aoristo tematico che nella struttura flessiva si presenta con vocale lunga, come ἔγνω; queste forme verbali sono state ipercaratterizzate al congiuntivo, poiché sono state dotate del morfema ε alternata con ο proprio del congiuntivo, σύμβαε contrae in σύμβα, l’elemento ι è problematico nella sua genesi anche nell’indicativo, si è percepito come tratto desinenziale e si aggiunge per connotare la terza persona singolare; la forma deriva dunque da un συμβαει, poi σύμβαι con alfa lungo dove ι ascritto si deve intendere come sottoscritto. La situazione di iota ascritto e sottoscritto è fluttuante: in iscrizioni e papiri la fluttuazione è nella grafia, ma quello che intendiamo come iota sottoscritto non è sempre contrassegnato alla stessa maniera, alcune iscrizioni non lo riportano; in ogni caso se iota c’è è ascritto, e questa irregolarità complica le cose se si vuole capire come questo dialetto si comporta nella flessione del congiuntivo.
Sono in quest’iscrizione due forme di infinito, φυγαδεύθην e ἀπυθάνην, il primo è un aoristo passivo, il secondo attivo.
Ἐκ τᾶς πόλιος diventa in attico ἐκ τῆς πόλεως.
Guardando alla struttura dell’iscrizione ci si accorge che la relazione tra ἔγνω e il contenuto del decreto è costruita sull’uso di tre tipi di infinito: aoristo perlopiù, all’inizio e alla fine, perfetto nella parte centrale, che dovrebbe essere quello cronologicamente marcato, ed infine una sola forma di infinito presente, χρῆσθαι. La nozione cronologica è del tutto estranea all’uso di questi tempi verbali? In casi di iscrizioni simili ci si è basati proprio sulla relazione del verbo decretare con il contenuto per fissare il momento in cui le iscrizioni sono state realizzate rispetto all’atto di un decreto: passava infatti del tempo tra il decreto e il fatto che fosse messo su una stele, la decisione di farne un’iscrizione era legata al peso del decreto, e venivano posti su stele quei decreti che avevano avuto conseguenze rilevanti di tipo politico-amministrativo sulla storia della città. Il fatto che fosse passato del tempo tra l’atto del decreto e la sua resa pubblica mutava la percezione del rapporto temporale esistente tra il momento dell’iscrizione e la stele, ma anche tra il momento in cui il testo è messo su stele e quello in cui viene reso esecutivo. La relazione tra i diversi atti è complicata, o nell’iscrizione ci si astiene dal regolare i tempi o si devono fare delle scelte; il sistema verbale del greco non si fonda almeno in epoca classica su relazioni cronologiche relative, non c’è rapporto di consecutio temporum. Nel greco classico i morfemi che marcano la cronologia come l’aumento connotano una cronologia assoluta sul piano grammaticale, sul piano del senso la differenza è meno percepibile; l’aumento marca la storicità dell’azione, non la relazione cronologica tra due momenti. Il piuccheperfetto greco è un’azione compiuta collocata nella storicità poiché vi si aggiunge l’aumento; quindi anche quei tempi che nascono per marcare la relatività dell’azione (piuccheperfetto, futuro perfetto) in origine non hanno questa funzione e sono diversi dal piuccheperfetto e dal futuro anteriore latini. Ma a partire dall’età della κοινή e nei primi secoli dell’età imperiale, quando la lingua ha relazioni più intense con il latino, troviamo documenti papiracei d’archivio specie lettere, soprattutto in Egitto, che sembrano attestare un uso della cronologia relativa: in alcune lettere sembra esserci qualche traccia dello stile epistolare latino, simbolo sommo del modo di concepire i rapporti temporali in senso cronologico relativo, poiché si costruiscono i tempi di quello che si scrive pensandoli relativamente al momento della lettura. Quest’iscrizione è ancora ad altezza cronologica troppo elevata perché ci sia già stato questo cambiamento, ma vale la pena di considerare i tempi già con maggiore attenzione a questa evoluzione.

La terza iscrizione è importante sul piano storico, Viene da Ereso città natale di Saffo; l’editore l’ha intitolata Processo contro i tiranni, questi personaggi che accentravano il potere nelle loro mani e che erano chiamati ancora βασίλεις si ponevano in relazioni non uniformi con il potere macedone; la data è compresa tra 332 e 301 a. C., fluttuazione che allude non agli eventi di cui si parla cronologicamente alti (si parla di Alessandro), ma la data bassa può essere relativa al momento in cui il contenuto viene messo su stele. Ad Ereso c’è o c’è stato un processo contro i tiranni in cui è stato decretato qualcosa, il tiranno è Agonippo. Oggi si tende ad abbassare la data dell’iscrizione verso la fine del periodo indicato, nell’ultimo decennio del IV secolo; l’iscrizione dice molto anche sul rapporto tra le città greche d’Asia e, se non Alessandro, i suoi successori, le prime monarchie ellenistiche.
Il contenuto è divisibile in due parti, una prima nella quale vi sono “gli atti del processo”, cioè le malefatte del tiranno, una seconda che è il vero decreto, la sentenza del processo; questo scarto è anche contrassegnato dall’uso dei modi verbali: la sezione descrittiva è con verbi di modo finito, nella seconda parte i verbi reggenti sono all’infinito, dobbiamo immaginare sottinteso un ἔγνω o un ἔδοξε. Si nota anche una differenza di stile tra prima e seconda parte: la prima somiglia ad una cronaca storica o alla porzione della narratio di un’orazione giudiziaria, tanto che qualcuno pensa ad un pezzo d’autore, senz’altro è tutto legato e potrebbe essere un brano consequenziale. Gli accenti sembrano non rispettare la norma della baritonesi, e in certe circostanze ci sono spiriti aspri, come se ci si volesse staccare dai due tratti caratteristici dell’eolico; il responsabile è Schwyzer, il curatore della raccolta di iscrizioni lo indica espressamente. Schwyzer, l’editore a cui Bottin attinge, fa questa scelta perché non tutti ritengono che le iscrizioni lesbie dell’età della κοινή debbano essere scritte secondo i criteri grafici che presuppongono i fenomeni tipici della lingua di Lesbo. Queste considerazioni editoriali poggiano sul fatto che in certe parti dell’isola gli effetti della κοινή διάλεκτος si avvertono prima che altrove ed Ereso sembra essere una di queste aree; ci sono comunque forme decisamente lesbie sul piano morfologico.

Testo dell’iscrizione (processo contro i tiranni, 332-301 a. C.)
(…) πολιορκηθέντας á¼°Ï‚ τὰν ἀκροπόλιν ἀνοικοδόμησε καὶ τοὶς πολίταις δισμυρίοις στατῆρας εἰσέπραξε καὶ τοὶς Ἕλλανας ἐλαίζετο καὶ τοὶς βωμοὶς ἀνέσκαψε τῶ Διὸς τῶ Φιλιππίω καὶ πόλεμον ἐξενικάμενος πρὸς Ἀλέξανδρον καὶ τοὶς Ἕλλανας τοὶς μὲν πολίταις παρελόμενος Ï„á½° ὅπλα ἐξεκλάσε ἐκ τᾶς πόλιος πανδαμί, ταὶς δὲ γυναῖκας καὶ ταὶς θυγατέρας συλλαβὼν καὶ ἔρξαις ἐν τᾶ ἀκροπόλι τρισχιλίοις καὶ διακοσίοις στατῆρας εἰσέπραξε, τὰν δὲ πόλιν καὶ Ï„á½° ἱρὰ διαρπάσας μετὰ τῶν λαιστᾶν ἐνέπρηξε καὶ συγκατέκαυσε σώματα τῶν πολιτᾶν, καὶ τὸ τελευταῖον ἀφικόμενος πρὸς Ἀλέξανδρον κατεψεύδετο καὶ διέβαλλε τοὶς πολίταισ· κρῖναι μὲν αὐτὸν κρυπτᾶι ψάφιγγι ὀμόσσαντας περὶ θανάτω· αἰ δέ κε καταψαφισθῇ θάνατος, ἀντιτιμασαμένω Ἀγωνίππω τὰν δευτέραν διαφορὰν ποήσασθαι, τίνα τρόπον δεύει αὐτὸν ἀποθανῆν. Αἰ δέ κε καλλαφθέντος Ἀγωνίππω τᾶ δίκα κατάγη τίς τίνα τῶν Ἀγωνίππω á¼¢ εἴπη á¼¢ προθῆ περὶ καθόδω á¼¢ τῶν κτημάτων ἀποδόσιος, κατάρατον ἔμμεναι καὶ αὐτὸν καὶ γένος τὸ κήνω, καὶ τἆλλα ἔνοχος ἔστω τῶ νόμω ὡς τὰν στάλλαν ἀνελόντα τὰν περὶ τῶν τυράννων καὶ τῶν ἐκγόνων. Ποήσασθαι δὲ και ἐπαρὰν ἐν τᾶ ἐκλησία αὐτίκα, τῶ μὲν δικάζοντι καὶ βαθόεντι τᾶ πόλει καὶ τᾶ δικαία εὖ ἔμμεναι, τοῖς δὲ παρὰ τὸ δίκαιον τὰν ψᾶφον φερόντεσσι Ï„á½° ἐναντία τούτων. Ἐδικάσθη· ὀκτακόσιοι ὀγδοήκοντα τρεῖσ· ἀπὸ ταυτᾶν ἀπέλυσαν ἑπτά, αἱ δὲ ἄλλαι κατεδίκασσαν.

Traduzione prima sezione (l’iscrizione è mutila nella parte iniziale)
(…) assediati nell’acropoli ricostruì e depredò i cittadini di ventimila stateri, e derubò i Greci e distrusse gli altari di Zeus Filippios e intraprese una guerra contro Alessandro e, privati i cittadini greci (cioè i Greci che avevano diritto di cittadinanza) delle armi, li rinchiuse fuori dalla città tutti quanti, e avendo catturato le mogli e le figlie e avendole rinchiuse nell’acropoli le depredò di 3200 stateri, e avendo saccheggiato la città e i templi insieme con gli altri predoni (epiteto insultante nei confronti dei collaboratori) la bruciò e arse insieme i corpi dei cittadini e infine, essendo andato da Alessandro, raccontava il falso e calunniava i cittadini.

Commento:
La forma á¼°Ï‚ presuppone una ε davanti, l’editore ha restituito integrando il numero di caratteri che potevano stare nello spazio disponibile, la ε doveva stare alla fine della riga precedente, dunque εἰσ; è questa la forma di preposizione di moto a luogo, contro ἐν nel resto dell’Eolia, il lesbio condivide l’innovazione ionica. Di solito nell’edizione alessandrina di Alceo e Saffo si trova εἰς quando la parola successiva comincia per vocale, ες quando segue consonante; ma nelle iscrizioni di Lesbo si ha di norma εἰς, ἐς è raro e si trova solo dopo il II secolo a. C., perlopiù in composizione e davanti a vocale. Questo giustifica l’integrazione di á¼°Ï‚ e non ἐς da parte dell’editore e ci fa riflettere sul tipo di testo dei poeti lesbii che possediamo, non sappiamo a cosa si trovassero davanti gli alessandrini che ce li hanno trasmessi.
Seguono alcune forme eoliche: εἰσέπραξε regge il doppio accusativo, sia l’ogetto sia la persona derubata sono espressi in accusativo; nell’oggetto solo la forma aggettivale è eolica. In Ἕλλανας l’editore applica i criteri grafici che ci si aspetterebbe se l’iscrizione fosse vergata in κοινή, con lo spirito aspro.
Ἐλαίζετο ha la dieresi, è considerato come avente radicale bisillabico, *laiz; ciò perché alfa è considerato lungo, come nella corrispondente forma dell’attico ληίζω; la forma con dittongo lungo è λῄζομαι, ιλ σοσταντιϝο λῃστής convive con ληιστής, ed esiste ληίς = preda; in alcuni casi in attico si ha abbreviamento dell’elemento lungo, λεία = preda, λαίζομαι può anche avere la ε. Sono attestate forme in cui si abbrevia l’elemento lungo in applicazione di Osthoff, ma in altre più rare nel greco non si applica Osthoff; Hodot osserva che in genere nel dialetto di Lesbo la legge è sempre applicata, salvo nei casi in cui è necessaria la conservazione dell’elemento lungo per ragioni funzionali alla morfologia: se si ha aumento o raddoppiamento si mantiene il dittongo lungo, come nell’infinito perfetto ηὖχται, serve a mantenere la perspicuità morfologica. In lesbio ciò è più problematico perché Osthoff è più vincolante; forse ἐλαίζετο dovrebbe essere percepito con alfa breve per Osthoff, non siamo in grado di distinguere la quantità di alfa, se fosse breve dovremmo percepire il nesso αι come un regolare dittongo con primo elemento breve; lo stesso per il sostantivo λαιστᾶν, non c’è nessuna ragione perché non si applichi Osthoff, la dieresi del verbo è immotivata.
L’aoristo ἐξενικάμενος è da connettere con ενίκει dell’iscrizione precedente.
L’avverbio πανδαμί si trova più spesso in attico nella forma πανδημεῖ, significa in massa, radice di πᾶς e δῆμος.
Τᾶ ha assenza di iota ascritto, è forma di un articolo al dativo.
La forma ἱρά corrisponde all’attico ἱερά; la radice di tutti i termini che afferiscono alla sfera sacrale in attico è *hier come in ionico, in eolico si presentano con radicale *ir o *eir; *ir è l’unica radice che si trova nel IV e III secolo, poi si trovano le forme in ειρ ed ηρ. Questo radicale fa discutere per l’etimo, si connette in qualche caso ἱερός alla forma ἰρός pensando ad una diversa gradazione apofonica, che ha reso un radicale bisillabico monosillabico senza bisogno di sonantizzare ρ perché l’elemento si potrebbe vocalizzare; ειρ si potrebbe giustificare con un diverso grado apofonico del primo elemento e la riduzione del secondo. Ει ερ, se riduciamo una o l’altra o entrambe le sillabe riconduciamo a questa radice quasi tutte le forme: ἱερ, ἰρ, εἰρ, ma non si giustifica ἠρ; θυαλξυνο ριτιενε ξηε λα φορμα ιν η sia un adattamento a partire da εἰρ, per una sorta di ipercorrettismo, come se ει fosse una e lunga chiusa e non un vero dittongo; pensando che a Lesbo la e lunga secondaria è η si potrebbe correggere in η. Se la radice da cui provengono tutte le forme è comune ed è *eier, ει è vero dittongo. Come si giustifica l’aspirazione? Non può esserci una j, ιjερ, perché ad essere semivocale è la i intervocalica, che non lascia mai aspirazione retrograda. In dorico queste stesse parole si esprimono con il radicale *iar, alfa si giustifica o con una laringale oppure come l’esito della sonantizzazione di ρ, e il nesso ιρ viene percepito come bisillabico, o meglio ι viene percepito come consonantico e ρ ha bisogno di una vocale su cui appoggiarsi; potrebbe essere anche un’estensione analogica perché alfa è il vocalismo più diffuso in dorico. Per Garcia Ramon ρ sarebbe un elemento suffissale aggiunto dopo la perdita delle due laringali h1 e h2 che stavano all’inizio della parola; la radice si può ricostruire con *h1ih2; i termini ἰάομαι e ἰατρός sono riconducibili alla stessa radice per il parallelo con il sanscrito e l’avestico, α è h2 che si conserva; per questo Ramon suppone un h2 in questa posizione, secondo lui in queste parole non vediamo lo spirito aspro perché i termini medici si sono diffusi dalla Ionia d’Asia area psilotica. I valori di ἰάομαι e ἰαίρω sono già presenti nei significati di ἱερόσ: veloce, forte e sacro, e l’area della forza è quella connessa con la salute. I tre significati sarebbero la confl’azione di tre radici diverse, una tipica delle lingue occidentali (osco, umbro, alto tedesco), una delle lingue orientali (sanscrito, cfr omerico ἱερὸν μένοσ), le due forme si sono confuse in greco essendo simili. Nel miceneo iie-re la seconda i viene sentita come semivocalica e ciò si rappresenta graficamente. La forma εἰρός è un altro grado apofonico, l’unica attestazione di questo grado in greco; in ἰάομαι si ipotizza una forma con grado pieno in cui c’è la laringale e un elemento semiconsonantico, radice h1ieh2.
Abbiamo due genitivi plurali, τῶν λαιστᾶν e τῶν πολιτᾶν, differenza di terminazione tra articolo e sostantivo; i due nomi sono temi in alfa lungo della prima declinazione, su alfa lungo si innesta la desinenza som indoeuropea del genitivo plurale, con caduta di σ e contrazione eolica che genera alfa lungo; nell’articolo Som si innesta su un radicale *to perché maschile, τοσομ evolve in τῶν; se l’articolo fosse femminile da τασομ avremmo τᾶν, l’articolo in eolico è diverso al maschile e al femminile.
Segue il contenuto del decreto:

Traduzione seconda sezione:
Sia giudicato con voto segreto avendo giurato in relazione alla pena di morte, e se fosse stata decretata la morte, avendo Agonippo fatto una controvalutazione (la sua arringa), si facesse la seconda votazione: in che modo bisogno che egli muoia.

Commento:
In questa sezione cominciano le voci di infinito, contenuto del decreto come l’iscrizione precedente; κρῖναι è l’aoristo di κρίνω come sarebbe in attico, proprio della κοινή, a Lesbo sarebbe κρίνναι da κρινσαι per assimilazione.
Κρυπτᾶι ha iota ascritto pronunciato sottoscritto; θανάτω è per θανάτου dell’attico.
La δευτέρα διαφορά è un termine tecnico, la votazione intesa come confronto: ci sono due estremi e il voto è la scelta tra due ipotesi.
Il verbo δεύει è il δεῖ dell’attico, radice δεϝ, è uno dei contesti in cui ϝ si vocalizza e si mantiene; questo eolismo è anche omerico.

Traduzione terza sezione:
Se, essendo Agonippo giudicato colpevole nel processo, qualcuno richiamasse in patria qualcun altro della famiglia di Agonippo, o lo dicesse o lo proponesse (εἴπη = fare la proposta verbale, προθῆ = avanzare la procedura delle proposta), riguardo al ritorno oppure alla restituzione dei beni, sia maledetto sia lui sia la famiglia di lui e per il resto sia perseguibile per legge in quanto ha abolito il decreto riguardo ai tiranni e ai loro discendenti.

Commento:
Κατάρατον contiene la parola ἀρά = maledizione.
Ἔνοχος ha la radice di ἔχω, τῶ νόμω è da connettere con ἐν ἔχω.
Στάλλαν è corrispondente a στήλην, per metonimia il luogo dove è collocato diventa il decreto stesso.
Il costrutto ὡς + participio congiunto ha valore di causale soggettiva.
La forma ἔμμεναι ha la normale desinenza eolica, μεν ha componenti μεν e αι, quest’ultimo è anche all’interno di ναι desinenza di infinito, ναι potrebbe essere ampliamento della desinenza ν.
La forma τὸ κήνω è genitivo singolare, corrisponde all’attico ἐκείνου: in κήνω non c’è la ε iniziale elemento d’appoggio o sorta di intensificazione della nozione di deittico, è lo stesso del latino ecce; il ce o ke del latino ecce e cedo è lo stesso del greco κῆνος / κεῖνοσ; essi derivano da κε + morfema pronominale εν o ενο, che fuso con il tratto dimostrativo crea una forma connotata da entrambe le componenti; la contrazione è in attico in e lunga chiusa, in lesbio in e lunga aperta. La componente ενο è presente in un altro pronome dalla genesi buffissima, si genera dal falso isolamento di una sequenza: δεῖνος platonico, conflato artificialmente a partire da δεῖνα = tale, generico e indeclinabile con sfumatura deittica, creato su una sequenza Ï„á½° δὲ ἔνα, all’interno di sequenza parlata; è stato avvertito come τά articolo e δὲ ἔνα tutt’uno, pronunciato con e lunga chiusa, ed a un certo punto è stato scritto come e lunga chiusa, e questa forma ha poi generato una flessione, rara e perlopiù del linguaggio colloquiale.

Traduzione quarta sezione:
Si facesse anche una maledizione nell’assemblea immediatamente: a chi ha giudicato e ha aiutato la città e la giustizia le cose vadano bene, a coloro che hanno dato il voto contro il giusto succeda il contrario. Fu espresso il giudizio: 883 voti, tra questi 7 furono di assoluzione, gli altri furono di condanna.

Commento:
Quest’ultima parte ci fa capire che l’iscrizione è successiva al processo.
I dativi sono senza iota sottoscritto; ἐκλησία è scritto con scempiamento, attesta forse un fatto di pronuncia, infatti il doppio κ in lesbio si trova dal III o II secolo per effetto della κοινή; se si pronunciava la scempia si era persa l’etimologia. In altri casi lo scempiamento è dovuto a errori di ortografia o a ragioni di risparmio di materiale scrittorio, tuttavia questo in lesbio è un fatto regolare.
La forma βαθόεντι viene da un βαθόημι che in ionico sarebbe βωθέω e in attico βοηθέω; il radicale è βοαθε, su questa base si costruiscono tutte le forme, βα con alfa lungo è fusione di ο+α.
Lo iota di πόλει è integrato, qui dovremmo aspettarci πόλι con iota lungo per la flessione del tema in ι; questa è attestazione di una flessione politematica uguale all’attico derivata dalla κοινή.
La forma φερόντεσσι è un concentrato di forme lesbie, in attico sarebbe φέρουσι, il lesbio viene da φεροντ + εσσι desinenza di dativo plurale.
Nella forma ἀπὸ ταυτᾶν ἀπέλυσαν ἑπτά, il genitivo partitivo è strano: il dativo ταύταις si modella sul radicale femminile, ma in attico per estensione analogica il genitivo plurale è τούτων anche al femminile; qui si usa il radicale femminile ταυτα su cui si innesta son e come nell’articolo la forma contratta è in alfa lungo.

La quarta iscrizione è mitilenese, un decreto riguardante il ritorno in patria di esuli politici