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Analisi di un testo di Cesare Pavese

Libri-di-testo

Traccia di un tema per la maturità sperim. brocca 1997

Lo steddazzu

L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

Cesare Pavese

(nota):
steddazzu: in dialetto calabrese (più correttamente stiddazzu) indica la cosiddetta “stella di Venere”, che brilla in cielo poco prima dell’alba.

Cesare Pavese (1908-1950, piemontese), narratore e poeta, fu uomo impegnato intellettualmente e politicamente. Espresse nelle sue opere il disincanto dopo l’illusione, la solitudine, quasi l’inutilità dell’agire; morì suicida. Scrisse questa lirica quando era stato confinato dal regime fascista in Calabria, nel 1936.

1. Comprensione complessiva

2. Analisi del testo

3. Approfondisci

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