Arte come invenzione: l’esempio della Commedia dantesca

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dalla tesina “La finzione artistica: veicolo di verità?” di Samuele Gaudio

Esame di Stato 2010

Per capire come l’artista ha operato nel processo di sintesi dell’imitazione, bisogna indagare nel modo con cui ha costruito la sua finzione all’interno dell’opera. Un rischio grande, infatti, è fermarsi a una lettura superficiale dell’opera, limitandosi a comprendere l’evento, il fatto narrato o rappresentato che corrisponde alla materia di cui parla il testo. Si dovrebbe sviluppare invece sempre di più una attenzione a come l’autore scelga di dirci una certa cosa. Questo è quello che ha fatto Teodolinda Barolini con la Commedia dantesca, assumendo una posizione distante rispetto a quella del lettore, il quale si trova completamente introiettato nella storia, per riuscire a osservare più attentamente nell’insieme la resa complessiva dell’opera, e così rilevare le basi di quella che è la struttura, nella quale Dante intreccia la sua finzione.

Dante definisce la sua Commedia un “non falso errore”, in quanto sceglie di usare una finzione letteraria, per riconsegnare al lettore il più efficacemente possibile l’esperienza della visione in cui lui credeva, e per conferire il maggiore grado di verità comunicabile. Quindi l’opera è finta, non falsa.

Dante utilizza l’espediente dell’appello al lettore per riconfermare il suo ruolo di autore dell’opera, prima ancora che di protagonista, e quindi per ricordare che la Commedia è una finzione letteraria inventata da lui, e lo fa nei versi 70-72 del canto del Purgatorio, in cui parla esplicitamente dell’arte. In questo, che è uno dei numerosi appelli al lettore, egli dice: “lettor tu vedi ben com’io innalzo / la mia matera e però con più arte / tu non ti maravigliar s’io rincalzo”.

L’arte è parziale, relativa, non assoluta, nel senso che evoca qualcosa, rimanda a qualcosa, ma non esaurisce tutta l’esperienza reale. Di ciò è consapevole Dante. Un’ opera d’arte è sempre una sintesi, si opera sempre una scelta, che implica la volontà dell’autore. Egli deve scegliere cosa dire e come dirlo. L’opera quindi si articola secondo una gerarchia di elementi narrativi, descrittivi e retorici, a cui viene attribuita diversa importanza dall’autore stesso.

La modalità della finzione artistica

Una finzione artistica deve restituire l’esperienza, la cosa trovata, perché il fruitore ne venga colpito, e ne possa gustare la bellezza e l’utilità, anche in modo maggiore rispetto a come inizialmente si mostrava la cosa, e quindi acquisisca maggiore valore per lui e per l’artista stesso.

Questa è la missione di cui si sente protagonista Dante. Lo scrive anche nell’Epistola a Cangrande della Scala, signore di Verona: la sua volontà è quella di mostrare la verità della sua visione, ma non vuole limitarsi a un racconto di ciò che ha visto. Attraverso la finzione riesce a colpire così profondamente il lettore, e a comunicargli una verità in modo così efficace, verosimile, che quest’ultimo, se sa essere ricettivo, può essere addirittura cambiato dall’esperienza che fa della lettura del testo, come Dante è stato cambiato dalla visione che ha avuto.

Il senso dell’allegoria nella Commedia dantesca

Il metodo con cui leggere la Commedia, la chiave interpretativa per carpire tutta la profondità del testo, ce la consegna Dante stesso nell’Epistola, dove dice che oltre al senso letterario del testo si devono leggere tre tipi di significati allegorici: quello propriamente allegorico, quello morale, e quello anagogico, ma spiega anche che questi tre possono essere tutti riassunti nell’allegoria.

Pascoli dice che Dante è il “poeta del mistero”, in quanto, leggendo la Commedia e vedendoci comparire davanti a noi i personaggi e i luoghi in essa descritti, percepiamo innanzitutto la loro parvenza estetica, immediata, come di cose da noi conosciute e descritte precisamente da Dante. Ma dietro questo significato letterale, se ne cela un altro più indefinito e oscuro, che è solo evocato dalle cose nelle quali noi ci imbattiamo nell’itinerario, attraverso cui Dante stesso ci vuole accompagnare: è proprio il significato allegorico che sottende a tutto. Pascoli definisce Dante come il poeta del mistero, in quanto ogni cosa, presa letteralmente, sembrerebbe semplice e comprensibile al lettore, perché facente parte della realtà quotidiana vissuta ogni giorno, ma nella Commedia ogni cosa acquista un doppio significato. Come dice Pascoli, ogni cosa “definisce”, perché ogni cosa rimanda a qualcos’altro di più lontano e indefinito rispetto all’oggetto della nostra quotidianità, qualcosa di più oscuro e meno comprensibile.

Per fare della Commedia il più grande tentativo di imitazione della realtà, Dante ha analizzato il modo in cui lui ha vissuto quella visione e ha cercato di rendere di nuovo viva questa esperienza (almeno parzialmente) per chiunque leggesse il suo testo attraverso una struttura stratificata, basata sul significato letterale (e sulla forma retorica-sintattica all’interno dei versi, sulla forma generale complessiva delle Cantiche e quindi dei versi tra loro) e sui significati allegorici (sui quali viene  intrecciata la trama della narrazione con i diversi tipi di analogia).

La differenziazione dei tre tipi di significati allegorici deriva da Ugo di San Vittore: il significato propriamente allegorico consiste nel rimando di un fatto storico più contingente ad un altro fatto storico più universale e generale; il significato morale consiste nel rapporto tra un fatto che diventa simbolo, figura di una verità universale concernente l’uomo in generale, e la sua anima; il senso anagogico considera il fatto narrato che rimanda al destino dell’anima in relazione a Dio, nel Quale essa può essere partecipe della Sua gloria.

La verità della finzione dantesca

Dante ha organizzato la Commedia in modo tale che il lettore credesse fermamente che fosse vera, perché la sua finzione é imitazione della realtà, ma non solo. Infatti Dante ha anche imitato il modo con l’uomo conosce le cose, nel senso che nella commedia è riprodotto anche il tempo con cui l’uomo conosce. Ci sembra che Dante si muova all’interno dello spazio finto nello stesso modo con cui ci muoveremmo noi. Nella Commedia il lettore si sente fortemente identificato in Dante protagonista. Quante volte dalla bocca di Dante ci è sembrato che uscissero le parole che noi stessi avremmo voluto domandare a Virgilio in quell’istante? E’ ciò succede ancora oggi, quando il modo stesso di pensare è ormai cambiato. Questo testimonia la caratteristica di attualità che ha un’opera d’arte autentica, in quanto più è autentica, più c’entra con cosa è realmente, veramente e universalmente l’uomo, tocca quelle che sono le sue corde essenziali, e queste rimangono uguali per tutti gli uomini, di ogni tempo, che hanno lo stesso cuore.

Teodolinda Barolini dice che la Commedia è costruita come imitazione della realtà: “Dante è il sommo realista, preoccupato di rendere la realtà e la “surrealità” con il linguaggio, “sì che dal fatto il dir non sia diverso”. Con questa frase Dante intende dire che il suo linguaggio è indirizzato a dare al lettore la sensazione che egli stesso sia davanti a quella cosa , il linguaggio di Dante non rimanda a se, non si riflette su se stesso ma è asservito alla maggiore conoscenza dell’oggetto che Dante vuole porre davanti allo spettatore.”

Dante è consapevole del fatto che per costruire una finzione che possa il più efficacemente possibile far vivere e non soltanto narrare a un lettore una esperienza reale, vera, di Dante (o che comunque Dante credeva fermamente essere vera), questa deve comunicarsi al lettore con le stesse modalità con cui la realtà si comunica a noi, e non solo, ma anche con le stesse modalità con cui noi recepiamo la realtà, ovvero il nostro modo di reagire a un fattore nuovo incontrato, e il nostro modo di richiamare alla memoria fatti già vissuti.

Tutto ciò è possibile perché la dimensione umana si gioca nel tempo, come Dante sa benissimo. Per questo innanzitutto struttura la sua finzione basandosi su come poter ricreare una dimensione temporale nella sua opera. Numerosi sono gli esempi sul tempo nell’Inferno, interpretato come una eternità diversa da quella del Paradiso, perché costituita da una continua ripetitività e quindi legata ancora al tempo terreno.

“Tempo e storia sono i mezzi invocati da Dante per iniziare un testo il cui viaggio narrativo si sforzerà di imitare – non di evitare – il viaggio intrapreso per presentare il “cammin di nostra vita”. La volontà del poeta è quella di creare un testo in cui le nostre scelte avvengano all’interno di una realtà simulata, piuttosto che all’interno di un’ armonia fittizia, un testo che rispecchia le condizioni del tempo e della storia.”

Oltre al livello della narrazione, la dimensione temporale è espressa anche a livello formale-strutturale, insita nella stessa metrica con cui è scritta l’opera:il nuovo è il cuore della struttura narrativa della commedia e del suo stesso schema ritmico. La terza rima, che Dante inventò per la Commedia, simula il viaggio della vita, dando vita a un incessante movimento in avanti e un continuo sguardo indietro (ciò consiste nella memoria di ciò che è passato). Se consideriamo lo schema aba/bcb/cdc vediamo che in ciascuna terzina il nuovo è rappresentato dal secondo verso, esso scaturisce in mezzo ai due versi che richiamano la rima precedente e che costituiscono la memoria di ciò che è trascorso. Solo la coscienza di ciò che è accaduto può permettere l’esperienza di un nuovo fatto, che si pone davanti al cammino. Il risultato è un ritmo sempre incalzante, che imita il susseguirsi continuo degli attimi che costituiscono la vita umana. Questa combinazione di passato e futuro, vecchio e nuovo, movimento progressivo e regressivo della memoria, si riscontra anche nella spirale, la forma che definisce il viaggio del pellegrino attraverso l’inferno e il purgatorio: essa è l’analogo geometrico della terza rima .

Attraverso la spirale si compie un moto continuo di crescente approssimazione alla verità. La dimensione temporale vera è imitata da quella della finzione che è analoga ad essa: essa si crea mentre il lettore sta leggendo, così che egli si trova dentro questa dimensione, immerso nella realtà inventata da Dante.

Dante imita quindi, più che la realtà, il modo con cui la realtà viene fatta, viene creata da Dio.

Sta in questa radicata concezione l’interpretazione di Dante come teologo. Egli concepisce la realtà come opera di Dio, e la propria opera come imitazione del fare divino.

Anche Aristotele dice che l’opera d’arte, più che imitazione della natura, è imitazione del ”farsi” della natura.

Il fare, il creare, sono azioni, e quindi implicano un soggetto, a cui i Greci non sapevano dare nome, ma Dante sì. È l’eterno ‘fattore’, il garante stesso della veridicità della sua Commedia, in quanto se Dio non avesse creato la realtà in modo che l’uomo la possa capire, secondo un spazio, un tempo, e grazie a una chiave di lettura che possiede l’uomo, che è la ragione stessa, Dante non avrebbe potuto inventare (quindi trarre, trovare) la sua finzione, che imita il modo in cui Dio fa la realtà, e la rende conoscibile. La chiave di interpretazione della Commedia, come già detto in precedenza, ci è data da Dante nella Lettera a Cangrande della Scala.

Dante in questo testo indica come necessaria la conoscenza del livello letterale e allegorico che possiede ogni elemento della Commedia.

Conclusione sulla Commedia

Dante ha creato con quest’opera un vero e proprio cosmo ordinato, un’altra realtà, parallela a quella vera, sintesi di questa, in questo senso Dante è il dio della Commedia. Questa realtà è ordinata in base agli stessi principi che ordinano la realtà e il pensiero umano, secondo gli stessi principi con cui l’uomo agisce nella realtà , inventando così un itinerario che è più di un viaggio letterario di un singolo uomo, ma un appello a compiere un cammino di crescita di conoscenza, attraverso la Commedia di Dante, che vuole quindi essere un aiuto alla vera vita.

Attraverso questa esortazione a vivere, considerando ora la realtà analogicamente densa più di quanto sia stato il viaggio di Dante , egli compie la sua missione artistica con un’opera che non perderà mai la sua attualità in quanto vera, in quanto appello a ogni uomo. Non perderà mai la sua utilità, in quanto strumento da usare, non per isolarsi nella piacevole lettura volta a fini di piacere, ma in quanto possibile punto di vista, strumento da cui partire a giudicare la propria esperienza personale di uomo e che non perderà mai il suo fascino, in quanto opera che nella sua bellezza rende anche più visibile la profondità della realtà di cui essa è finzione.

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