D’Annunzio e l’estetismo

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l’illusione della creazione e la metamorfosi

dalla tesina “La finzione artistica: veicolo di verità?” di Samuele Gaudio

Esame di Stato 2010

Per esemplificare alcune caratteristiche della prima posizione (arte come creazione), può essere utile prendere in esame un autore come Gabriele D’Annunzio, ma non solo. La sua poesia nasce a contatto con molte altre esperienze europee che si erano sviluppate in quel periodo. La poesia della fine del diciannovesimo secolo comprende infatti l’esperienza simbolista di poeti come Baudelaire, Mallarmè, Rimbaud e Verlaine. È interessante notare come l’opera di questi poeti spesso assuma valore metapoetico. Sempre più spesso infatti nelle opere degli artisti e dei letterati della seconda metà dell’ottocento, soprattutto di coloro che fanno parte del movimento dell’estetismo, di cui D’Annunzio è esponente di spicco, l’ oggetto dell’indagine artistica diventa l’arte stessa e il suo fautore, l’artista, la cui figura è centrale.

Ad esempio di questo si potrebbero portare opere come “L’ arte poetica” di Verlaine, oppure “Corrispondenze” e “Albatros” di Baudelaire, e infine “Vocali” di Rimbaud.

A testimonianza di questo fatto sono anche le nuove sperimentazioni nel campo della metrica e della sintassi nei testi poetici, oppure parallelamente la sperimentazione sui nuovi linguaggi artistici nel campo dell’arte pittorica, soprattutto con il fenomeno delle avanguardie dei primi anni del secolo.

A quell’epoca si sentiva la necessità di innovare l’arte, di ridefinirne lo scopo, il valore, e quindi di creare un prodotto artistico che avesse come caratteristica l’originalità.

È proprio in questo ambito che si rafforza la concezione di arte come creazione, di cui principale sostenitore è l’estetismo. Emblematici in questo senso gli aforismi della prefazione di “The Picture of Dorian Gray” di Oscar Wilde, secondo cui “l’artista è il creatore di cose belle” e “eletti son gli uomini ai quali le belle cose richiamano soltanto la bellezza” e “tutta l’arte è completamente inutile” nel senso che non ha nessun valore pedagogico o morale, di conseguenza non è atta a comunicare una verità, ma è solo in funzione di un puro godimento della bellezza dell’opera in quanto tale. Di conseguenza l’opera d’arte assume un valore assoluto, perché non è in funzione di nient’altro che di se stessa, ha solo valore in sé, in quanto prodotto artistico bello, e l’artista si realizza nella perfezione formale della creazione artistica.

D’Annunzio viene molto influenzato da questa concezione dell’arte. Per capire cosa egli intenda per poesia, è utile prendere in esame il terzo libro delle laudi, “Alcyone”, pubblicato nel 1903.

È un libro organico, che consta di 88 liriche, suddivise in cinque sezioni, scandite da componimenti detti “Ditirambi”. Il “ditirambo” è una forma della poesia greca di ispirazione religiosa, intonata da un coro e accompagnata da un flauto durante le processioni in onore di Dioniso.

Questa forma è assunta da Nietzsche per indicare il supremo rapimento dello spirito.

Già la scelta di usare questo tipo di componimento chiarisce alcuni aspetti della poetica dannunziana.

Innanzitutto il fatto che sia un componimento di ispirazione religiosa evidenzia la volontà del poeta di creare una specie di liturgia della parola, del discorso poetico. La celebrazione della natura nelle laudi diventa rito attraverso la parola. D’Annunzio, ponendosi anche in continuità rispetto alla concezione simbolista dell’artista- alchimista-mago, come esprime Rimbaud, è quindi un sacerdote della parola, un vate.

D’Annunzio afferma alla fine dell’ “Isotteo” che “il verso è tutto”. La finzione poetica, che in questo caso assume il valore di illusione, ha la capacità di evocare una percezione sensoriale delle cose descritte; la parola dà vita a immagini misteriose, che vengono trasfigurate dalla presenza del mito. Essa diventa danza, musica: il ditirambo ha infatti la caratteristica di essere musicale e ritmico; caratteristica necessaria che deve avere la poesia anche secondo Verlaine, che esprime questa esigenza nella poesia di valore metapoetico “Arte poetica” del 1882.

Una delle poesie più emblematiche per comprendere cosa intende D’Annunzio per arte, e in cui si ritrovano questi elementi,  è “ La pioggia nel pineto”, la quale è compresa nel secondo ditirambo.

In questo componimento è evidente come tutta la finzione poetica concorre a ricreare un situazione in cui ogni elemento colpisce i sensi (ad esempio i rumori). Insomma, attraverso gli strumenti del verso avviene una amplificazione della percezione sensoriale.

Assonanze, consonanze, rime interne, sinestesie, accanto ad allitterazioni e parallelismi fonici, creano una virtuosistica musica verbale. La ripetizione “ascolta” (nei versi 8, 40, 65 e 88) è l’esortazione del poeta a tendere i sensi, così da cogliere il misterioso e allusivo linguaggio della natura. Le tecniche di ripetizione, come le enumerazioni, sono in funzione della creazione di un ritmo e scandiscono in modo ordinato il componimento rituale, il quale attraverso un climax porta a una sempre maggiore identificazione del poeta e dell’amante in elementi naturali (versi 52-61; 100-117). Nel rito avviene una metamorfosi, altro tema centrale in Alcyone e fondamentale per poter capire che tipo di concezione di poesia si cela dietro questo componimento.

Il tema della metamorfosi compare inoltre anche ne “Il piacere”, romanzo pubblicato nel 1889.

L’arte di D’Annunzio è tesa a creare una metamorfosi: questo è conseguenza del fatto che D’Annunzio, come tutti gli esteti, concepisce la vita come ricerca continua di nuove emozioni ed esperienze, al fine di amplificare la propria sensibilità e capacità sensoriale, con la conseguenza che aumenta il godimento, ma anche la delusione. L’individuo apre davanti a sé una serie di innumerevoli possibilità di sperimentazione di esperienze, che si succedono l’una all’altra, ma nella consapevolezza della loro limitatezza e nella convinzione che, essendo prive di valore in sé, possono essere disposte a ricevere il valore che l’individuo fa loro assumere, traducendole in una continua affermazione di sé. Questa strenua e ossessiva ricerca nasce da una profonda sfiducia nella possibilità che nella realtà esista un valore più grande, qualcosa di duraturo, un valore che corrisponde all’uomo. Così il poeta, l‘artista, l’uomo, sente il bisogno di cambiare la realtà, di trasformarla, in maniera che essa possa corrispondere all’idea di qualcosa di finalmente soddisfacente, anche se, in definitiva, non si può cambiare il dato reale. Così, questo desiderio si traduce nella trasformazione della propria percezione del reale, della propria percezione sensoriale. L’uomo diventa così capace di assumere diverse forme, di trasformarsi a seconda di come vuole apparire, a seconda dell’esperienza che vuole vivere; continua a rinnovarsi (il motto di D’Annunzio è “rinnovarsi o morire”) cambiando forma, nella paura di assumerne una fissa, che duri, come succede ad Andrea Sperelli, che infatti è un personaggio dannunziano autobiografico.

Nella consapevolezza della mancanza di una durata, ogni cosa perde la sua dimensione temporale, che invece diventa totalmente soggettiva. Un attimo acquisisce portata assoluta, mentre tutto il tempo precedente è annullato nell’attesa di quell’attimo di realizzazione, e la disperazione sta nel riconoscere che anche quell’ attimo desiderato si è già corrotto, è finito nel momento in cui lo si vive.

La poesia diventa lo strumento potente attraverso cui poter assumere una forma nuova, poter modificare e accentuare la propria percezione. Proprio come nell’uso di una droga, provoca piacere, e ha la capacità di estraniare dalla realtà l’uomo, chiudendolo nella protezione di una illusione piacevole ma falsa (D’Annunzio parla di una “favola bella che ieri mi illuse che oggi ti illude’’). Essa dipende dalla capacità creativa del poeta, ma egli è l’oggetto stesso della sua poesia.

E così l’opera d’arte non è mai tesa ad affermare un valore fuori da essa stessa, perché la realtà è troppo povera perché in essa alberghi un valore: così l’arte afferma solo se stessa.

La fictio, finzione, l’azione plasmatrice, ha come oggetto il poeta stesso, e la realtà viene resa sterile di significato, perché ad essa viene sostituita la percezione soggettiva che l’individuo ha di essa. Questa percezione viene resa più bella dalla poesia, al fine di provocare un eccitamento dei sensi e uno straniamento dal reale, dentro una dimensione illusoria creata del poeta stesso.

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