Dare la vita per l’opera di un altro – omelia per il funerale di Papà Giuseppe

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“Gesù voleva molto bene a Marta a sua sorella e a Lazzaro”
Gesù vuole molto bene a me e a te! Di questo mi sono accorto subito nella mia vita perché sono stato circondato da persone che mi hanno voluto bene così com’ero.
Ma soprattutto me ne accorsi a 19 anni quando mio padre, che aveva fatto di tutto per assicurarmi un avvenire felice, era venuto a Milano negli anni ’50, incurante dei sacrifici enormi che dovette affrontare.
Aveva un unico obiettivo: prepararmi una strada sicura e bella per il futuro.
E quando, proprio prima che nascesse, assolutamente inaspettato mio fratello Luigi, gli dissi che volevo farmi prete, non capì, non era d’accordo, gli sembrò che tutto il suo sacrificio era stato inutile.
Eppure non mi disse neppure una parola per dissuadermi: “non capisco – mi disse -, ma se pensi di essere contento così, io ti aiuterò sempre”.
E allora, sostenuto da un altro Padre che mi aiutò a far sbocciare il piccolo seme della Vocazione – don bruno Baraggia -, lasciai il lavoro in via Candiani ed entrai in Seminario.
Mi accompagnò mio padre, il primo giorno di Seminario e, mentre mi salutava, mi disse:” Se per caso ci ripensi, guarda che la tua casa è sempre aperta”.
Mio padre mi ha fatto capire che mi voleva veramente bene perché voleva il mio bene e non il suo. Un bene totale con dentro un distacco. Lo capii quella notte quando rincasò tardi e, credendomi già addormentato, mi sfiorò con un bacio a cui seguì un singhiozzo per un figlio che stava forse perdendo, ma che avrebbe poi accompagnato fino all’ultimo giorno della sua vita aiutandomi sempre a stare di fronte alla mia vocazione, che lui non capiva. Ma una cosa l’aveva capita bene: doveva aiutarmi a stare di fronte a Cristo perché questo era ed è il mio Amore.
Un bene dimostrato giorno dopo giorno attraverso la caratteristica più vera dell’’amore: IL SACRIFICIO. “Dare la vita per l’opera di un altro”, ho imparato dopo dal Padre che mi ha rigenerato: don Giussani, la cui figliolanza iniziò con un forte abbraccio quando Angelo Scola mi presentò a lui la prima volta nel novembre del 1968.
La vita di un padre è tutta relativa ai figli; per questo non posso non pensare a me guardando lui.
Tutto mi è stato dato nella vita per conoscere la tenerezza di Dio per me e per tutti gli uomini.
Ora la morte sembra interrompere questo disegno meraviglioso e per un po’ siamo sgomenti di fronte a un padre che non c’è più. Ci verrebbe quasi da dire: e ora come faccio a vivere senza più un padre che mi ha amato così tanto?
Ma è proprio vero che “La Grazia vale più della vita e vale anche più della morte”.
La Grazia dell’’incontro che abbiamo fatto  continua nell’abbraccio di una Paternità infinita e visibile che ha un nome, che per me si chiama Studium Christi e per tutti si chiama Comunità Cristiana.
Questa Grazia mi rende certo di quello che ho conosciuto e mi ha fatto vedere il grande padre don Giussani che mi ha insegnato ad avere stima di me, perché il Signore abbraccia e si serve anche del mio limite per far capire che è Lui che agisce e può tutto.
Non riesco neanche a fare la predica, eppure Gesù si può servire di me e di te se vuole, per realizzare la Sua Gloria nel mondo.
Certamente si è servito di mio padre per generare due figli al senso vero della vita.
Ringrazio tutti, uno per uno, perché siete la dilatazione di questa paternità che tutti ci rigenera giorno dopo giorno.
Ora, paradossalmente, sono più lieto, pur nel dolore, perché, come disse don Giussani a un mio amico e oggi dice a me:
“Il dolore che ti fa piangere adesso sia offerta partecipazione alla sofferenza di Maria sotto la croce, strada misteriosa ma sicura alla resurrezione finale di Cristo quando rivedremo i nostri cari faccia a faccia in paradiso.
Dio non toglie se non per restituire.”

FUNERALE PAPA’ 11 APRILE 2006
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