De Vita Solitaria di Francesco Petrarca – di Carlo Zacco

Il contesto delle scritture trattatistiche
à¢â‚¬¢
Rispetto a Dante
. La scrittura petrarchesca è molto vistosamente diversa
anche in un primo confronto, che è interessante. Ci muoviamo in una tematica del
tutto diversa per quello che riguarda questa scrittura del Petrarca, nella
scrittura trattatistica il rapporto con la materia non è secondario: quando
Dante scrive il suo trattato universale Dante ha presente i modi di scrittura
della trattatistica politica.
à¢â‚¬¢ la
riflessione morale e religiosa
. Qui invece siamo nell’ambito di quella che
potremmo definire una trattatistica di carattere
morale
e anche
religioso
, per i temi petrarcheschi.
Infatti questo testo di Petrarca si apparenta non casualmente con quello che si
pone parallelamente ad esso e che è il De Otio Religioso. Quest’ultimo è
molto più specificamente ascetico,
ma entrambi corrispondono ad una medesima esigenza di ripiegamento interiore
e meditazione religiosa
; rispetto ad altre precedenti opere di Petrarca
molto piu insistente è anche la serie di
richiami
scritturali
e i riferimenti ai padri della chiesa.
à¢â‚¬¢
Precedente biografico.
Teniamo presente il fatto che si pone come il
precedente dal punto di vista biografico, e cioè l’entrata nel monastero del
fratello Gherardo; nel 1343
comincia anche il modo di
ripiegamento interiore da parte del Petrarca di cui documento notissimo è di
fatto il Secretum.
à¢â‚¬¢ Il
Secretum.
Il Secretum si pone in termini interessanti e innovativi sul piano
di un rinnovamento del dialogo di matrice platonico ciceroniana: si
potrebbe anche dire che nel Secretum si combinano elementi propri di una ripresa
di uno degli autori per eccellenza tanto amato da Petrarca che è
Sant’Agostino
(meditazioni,
soliloqui, ecc) in una forma, in una rappresentazione dialettica proprio perché
rappresentata attraverso il dialogo nel Secretum: dialogo come sappiamo tra
Francesco, Sant’Agostino e La Verità.
Nel De
vita solitaria non siamo in un dialogo e l’intento è quello di trattare il tema
della vita solitaria, possiamo ascrivere il de vita solitaria alla scrittura
trattatistica.
Datazione e dedica
D’altra
parte c’è un problema di non facile soluzione come sempre per quello che
riguarda la datazione: se noi stiamo alle affermazioni di Petrarca noi potremmo
supporre il de vita solitaria come antecedente rispetto al Secretum perché
secondo l’autore il de vita solitaria sarebbe stato scritto interamente a
partire dalla Quaresima del 1346;
Probabilmente anche la datazione del Secretum è molto discussa, se ci atteniamo
alla tesi molto accreditata di Francisco Rico, la prima fase di scrittura
del Secretum risalirebbe al 1347 quindi avremmo tre fasi del Secretum
1347, 1349 1353; se cosi è, e cos’ pare, il de vita solitaria si pone come una
sorta di premessa di quanto sarà posto nel Secretum; in ogni caso si tratta di
testi vicini cronologicamente.
à¢â‚¬¢
Interventi successivi.
Come nelle sue altre opere cosi Petrarca interviene
comunque anche nella stesura del De vita solitaria e interviene a più
riprese, alcune di queste fasi sono abbastanza documentate: le riprese sono sul
testo tra il 1353 e il 1356 e poi interviene ancora in anni successivi.
Addirittura interviene anche quando questa sua opera era gia stata data ad
amici, come se la richiamasse a se per fare delle correzioni.
Il
dedicatario.
Al dedicatario che qui è indicato,
Filippo di Cabassoles
(Cabassòl)
questo trattato fu mandato tardi rispetto alla scrittura come è dichiarato da
Petrarca: noi abbiamo un’epistola senile del
1366
in cui Petrarca giustifica il ritardo dell’invio (che è
avvenuto appunto nel 66); questo personaggio a cui è inviata l’opera ha dei
legami col Petrarca ed appartiene ad un mondo, dal punto di vista sociale e di
prestigio, superiore rispetto a Petrarca. Tutto ciò che riguarda le fasi della
vita di questo personaggio sono in nota a pagina 50, per il rapporto stringente
con il Petrarca quello che conta è il fatto è che egli era vescovo di
Cavaillon
, una piccola diocesi non lontana da Avignone, quindi c’è un
legame proprio che viene anche messo in evidenza in questa dedicatoria con
quello che è la funzione vescovile esercitata in relazione alla presenza di
Petrarca in Valchiusa
(dal 1453 Petrarca lascia Valchiusa e si stabilisce
definitivamente in Italia). Il tempo dichiarato della scrittura dell’opera non
era tuttavia cosi.

Rapporto Petrarca – Cabassoles
. Quindi questo rapporto con la figura del
dedicatario, è importante e viene ribadito anche attraverso l’invio
dell’epistola senile, non solo dalla dedicatoria. E’ un rapporto prospettato da
parte del Petrarca come significativo ed importante anche per la buona
disposizione che ha questo personaggio nei suoi confronti che di ciò gli è
grato, nell’amicizia, seppur tra persone tra classi diverse, e anche per una
comunanza che viene ad istituirsi da un punto di vista morale: celebrando le
doti e le qualità morali del dedicatario il Petrarca si riflette in esse come in
una sorta di specchio, vedendo
nel proprio pensiero, anche il pensiero del dedicatario. Sono infatti
entrambi accomunati dalla assoluta preferenza accordata alla Solitudo
:
come poi si verrà chiarendo nel contesto dello svolgimento dell’opera stessa del
trattato questa solitudine non è soltanto lo scegliere luoghi solitari, ma è una
solitudine interione: la capacità di una intima concentrazione e meditazione
interiore, un ripiegamento interiore anche quando si è in mezzo alla folla.
Questa decisa scelta della vita solitaria accomuna dedicatario e dedicante.
Questo è uno dei motivi ampiamente svolti a partire dalla dedica. Vedremo alcuni
aspetti di questa dedica e l’inizio del trattato.
Struttura dell’opera
à¢â‚¬¢ Primo
libro.
Il trattato è in due libri molto diversi tra loro anche
nella scrittura: il primo libro vorrebbe porre in evidenza da un punto di vista
teorico i temi relativi all’eccellenza della solitudine e della
vita solitaria, intesa come un otium tutto dedicato allo studio, alla
riflessione, alla meditazione dove si combinano in modo stringente due aspetti
fondamentali nell’ambito della riflessione dell’opera petrarchesca: da un lato
quello che è proprio il portato dello studio delle
humanae litterae
, cioè della nuova
cultura umanistica del Petrarca, ma d’altra parte questo illuminato e rivisto
alla luce di un ispiraizone crstiana,
quindi mettendo insieme entrambi gli ambiti. Le humanae litterae rischiarate da
un impegno, una meditazione assidua e devota sotto il profilo eminentemente
cristiano. Questo si svolge da un punto di vista teorico attraverso fonti
sapienziali
(molti sono i rimandi a fonti scritturali) ma d’altra parte
anche attraverso il portato della cultura classica.
à¢â‚¬¢
Secondo libro.
Quello che è trattato su un piano teorico nel primo libro
sarebbe inverato sul piano storico nel secondo libro. Il secondo libro infatti
ha una struttura molto diversa: è ricchissimo, una sorta di
galleria di exempla
che sono
relativi a il mondo in primo luogo cristiano, sia vetero testamentario che
neotestamentario, e sia anche per quello che guarda il mondo pagano in alcune
punte d’eccellenza. C’è una prevalenza del primo mondo sul secondo, con tutto
quello che ne consegue: dunque la galleria si allarga anche ad asceti, santi,
padri della chiesa; ma anche persone eccellenti del mondo pagano: filosofi,
poeti ecc. C’è nella sostanza un procedimento per accumulazione erudita
nella seconda parte, che di fatto modifica l’assetto della scrittura
trattatistica.
à¢â‚¬¢ La
dedicatoria.
Quello che qui ci interessa vedere in primo luogo, è quello che
riguarda l’assetto in cui si presenta il trattato: cioè in un’ampia lettera
dedicatoria iniziale, dove emerge un rapporto privilegiato con il dedicatario,
poi l’apertura che si fonda in primo luogo sulla dimensione autobiografica.
La dimensione autobiografica che inevitabilmente è ben presente nelle lettere
dedicatorie, è anche quella su cui si fonda direttamente anche la scrittura del
trattato, come si puo notare fin dall’inizio stesso, quando aprendo il trattato
noi ci troviamo di fronte all’io dell’autore che inizia con «credo» (pag. 60).




 

 
La lettera dedicatoria
La
specularità dedicante-dedicatario
. Vediamo alcuni punti focali che
riguardano la dedicatoria. Innanzitutto questa dedicatoria è tutta giocata su un
rapporto di focalizzazione che si intreccia su due piani spostandosi dall’io
dello scrivente al tu del ricevente e viceversa. Questi due piani
sono continuamente intrecciati e, come già vi avevo detto, c’è la
volontà di stabilire un rapporto di specularità tra lui e il destinatario e
mettere in chiara evidenza attraverso il dedicatario quella che sia la
destinazione del suo scritto. Dedicatario che al tempo stesso è il destinatario,
e la destinazione non è tanto per il presente quanto, in una dimensione
esemplare, per i posteri.
Un
discorso per pochi.
Comincia con una serie di considerazioni morali per
quello che riguarda la natura del dedicatario e per la sua dimensione
essenziale, che è una dimensione morale, della verità contro la
simulazione
; quindi, quello che risulta di gradimento al dedicatario di
ciò che è proprio del Petrarca che scrive, quello che il dedicatario manifesta
dei suoi rapporti personali con l’autore è visto nei termini di una
dimostrazione di verità non di una simulazione. Per questa ragione, ciò posto
cioè che le parole del dedicatario corrispondono effettivamente ai suoi
pensieri, il Petrarca ne ricava che da questi argomenti è indotto a credere una
cosa che il Petrarca molto desidera, cioè che a lui possano tornare graditi i
suoi scritti, perché gli scritti che egli rivolge siano graditi. E qual è il
pubblico a cui si rivolge perché gli scritti siano graditi? Di che cosa si
compiace il Petrarca? Qui ci troviamo in una prospettiva antitetica rispetto  a
quello che abbiamo visto in Dante, qui quello che desidera il Petrarca è che i
suoi scritti piacciano a pochi: anche perché Petrarca esprime un
giudizio assolutamente negativo su molte parti di coloro che per conoscenza
potrebbero leggere i suoi scritti; lo scritto del Petrarca è in latino, ed è
evidente che facendo cos’ si rivolge ai letterati.
à¢â‚¬¢ Gli
ignoranti.
Qui però il discorso è in primo luogo fatto in termini generali,
dice: «mi adopero a che piacciano a pochi, e infatti come tu vedi mi occupo
spesso di argomenti nuovi difficili e seri, di concetti non comuni, lontani
dalla mentalità e dal giudizio del volgo». Quindi una dichiarazione di selezione
«aristocratica» dal punto di vista intellettuale; ma che può essere una
dichiarazione di distacco da ciò che è proprio della corruzione morale che egli
riconosce nel suo tempo. Dunque il Petrarca non può piacere all’ignorante, e di
ciò non si lamenta, anzi, il fatto di non piacere agli ignoranti è una buona
prova del suo ingegno, perché se piacesse agli ignoranti significherebbe che le
sue opere non valgono.
à¢â‚¬¢ I
dotti
. Ma se da un lato ci sono gli ignoranti, dall’altro ci sono le persone
dotte: «se poi non piaccio nemmeno alle persone dotte, dice, ho di che dolermi,
lo confesso, non di che meravigliarmi», si dispiace ma non si meraviglia: e
perché non si meraviglia? Dunque, qui si introduce una dichiarazione di
modestia, ma in questo caso è una dichiarazione molto “temperata” per gli esempi
che vengono fatti, è una «falsa» dichiarazione di modestia. Dice:
«chi sono io? E che ragione ho di lusingare me stesso, specialmente fra tanta
varietà di giudizi, o di arrogarmi cosa che non è toccata nemmeno a Marco
Tullio, nonostante quella sua famosissima e divina eloquenza?».
à¢â‚¬¢ Le
ricerche di Petrarca.
Dunque il paragone è in realtà tra sé e Cicerone, ed è
in relazione a quello che Cicerone ebbe a lamentare sui giudizi negativi verso
il suo Orator, e quindi Petrarca nella lettera  non lascia alcun
dubbio ne sottintende le sue fonti ma lo dichiara nettamente, e in fatti fa
subito riferimento ad un passo delle Epistulae, interessante perché
accredita da parte del Petrarca la conoscenza di quanto egli stesso aveva
scoperto poco prima nella biblioteca capitolare di Verona: le Epistulae ad
Atticum
(ed il riferimento appena fatto è preso proprio da una di
quelle) era proprio stata scoperta da Petrarca proprio là, a Verona. D’altra
parte fa riferimento ad altri passi di Cicerone che fu criticato in relazione al
suo stile, alla sua eloquenza, e dunque: «chi dunque respingerebbe una accusa
mossa al proprio stile, se tale accusa egli avesse in comune con Tullio?»: in
breve: può essere certamente criticato, ma fu criticato anche il maestro dell’elocutio
romana, cioè Cicerone.
à¢â‚¬¢
l’indulgenza dell’interlocutore.
D’altra da parte questo discorso che
riguarda lo scrittore di passa nuovamente ad intrecciare il piano che riguarda
l’interlocutore: non ha da temere questo, Petrarca, nei confronti
dell’interlocutore-dedicatario che è animato da uno straordinario particolare
affetto
nei suoi confronti; quindi certamente l’interlocutore ha un
indulgenza nei suoi confronti, in questo. Dunque se l’interlocutore per
indulgenza
nei suoi confronti non lo critica, questo comunque gli fa
piacere, resta comunque un motivo di vanto per lui che l’interlocutore lo
apprezzi e non lo critichi, resta una cosa piacevole, per l’interlocutore, e ciò
non è dannoso per nessuno. Però qui si introduce l’annotazione che sposta il
piano da quello che poteva sembrare un topos modestiae, e invece
accredita il giudizio dell’interlocutore, che potrebbe anche non sbagliarsi per
indulgenza, e dice: «ma se per avventura tu non sbagli, io certo lo desidero
piuttosto che sperarlo, perché mai non dovrei io più e più goderne e
rallegrarmene, ed essere per tal giudizio più caro e più degno di stima a me
stesso? Nel dubbio non sarei dunque un cattivo amministratore del mio ozio, se
non tenessi conti di colui che considero come primo ammiratore del mio stile e
del mio ingegno?».
La
garanzia del destinatario.
E qui fa di nuovo un esempio classico mutuato
sempre da Cicerone da un’ Orazione per Plancio, che riguarda l’affermazione di
Catone, quello che Catone cioè aveva scritto all’inizio della sua opera. Allora
questo gli dà conforto, autorizzazione per quello che riguarda il mettere a
frutto il suo ozio letterario
; e allora, che cosa dovrebbe sforzarsi di
ottenere se non questo? «tenere lontana l’inerzia … distruggitrice dei nomi
illustri?». Quindi, la presenza del dedicatario è una garanzia ed un conforto
anche per l’invito alla scrittura e la fama
, e al tempo stesso è una difesa
della scrittura in sé, nonché un riconoscimento che tramite il
dedicatario egli riesce ad ottenere. E’ evidente che l’intera dedica costituisce
una captatio benevolentiae nei confronti dell’interlocutore che viene a
sua volta celebrato.
Fama /
Tempo
. Il tema della gloria, il tema della fama delle
scritture e il tema del tempo, cioè come il tempo sia nemico in sé
e tenda a far obliare e distruggere l’opera dello scrittore che invece aspira a
superare il limite del tempo: questi temi della gloria insidiata dal tempo sono
temi fondamentali in tutta l’opera petrarchesca.
Il
dono.
C’è di nuovo un ritornare come se stesse rappresentandoci sulla pagina
non un discorso costruito in tutte le sue parti, ma le sue stesse meditazioni.
Infatti, come se l’onda del suo pensiero ci presentasse i diversi pensieri che
gli sono venuti in mente e che ora dice al lettore: «mentre vado facendo tali
considerazioni, assai spesso alla mia mente si affaccia il nome tuo», e poi
d’altra parte “il nome tuo” è collegato ad un altro elemento della dedicatoria,
elemento costante nelle dedicatorie rivolte ad un personaggio illustre, da cui
si viene a costituire un rapporto per qualche aspetto di dipendenza, dipendenza
che può essere nei fatti, dipendenza che può essere nella natura dell’opera
stessa: il tema del dono, un dono, questa opera, che è messa alla
stregua di quello che è dovuto dal momento che si trova nelle sue terre: ecco,
un paragone a quello che sono i doni che vengono fatti concretamente al vescovo
anche da parte di chi fa dei poveri doni; paragone in relazione a quel dono che
altri fanno delle messi che quindi paragonati a questo sono le decime del suo
ozio e le primizie delle sue veglie: quindi l’ottica del dono è quella che mette
ancora di più in una correlazione il dedicatario con colui che dedica nei
termini di un dono dato da un rapporto di fedeltà, nei termini del dovuto
e al tempo stesso al dono dato corrisponde la protezione di colui a cui il dono
è rivolto. Questo è reso in parte esplicito, in parte è mantenuto implicito.
I
giudizi dei detrattori.
C’è però un problema: se si esponesse al pubblico, e
dunque scrivendo al sua opera manifestasse ciò che è proprio del frutto dei suoi
ozi letterari, trasmetterebbe dunque questo ai posteri, e potrebbe venire
giudicato: e c’è una sorta di ambivalenza: perché se da un lato si
afferma quello che è proprio della gloria e della fama a
cui si aspira e alle insidie del tempo
, dall’altra parte c’è la
consapevolezza che l’opera scritta è quella che dà testimonianza del’autore che
non c’è più: che cosa può rimanere ai posteri se non l’opera dello scrittore? E
dunque attraverso le parole scritte non sarebbe valutata solo l’opera
dell’autore, ma anche la vita dell’autore stesso: quindi egli si espone in
toto al giudizio che sarà dato di lui
. Dunque questo lo
potrebbe trattenere dalla scrittura, l’avrebbe potuto trattenere, ma Petrarca
dice che ciò non è possibile, non è possibile perché nella condizione in cui si
trova è troppo tardi, non lo può più fare (fine di pag. 55): « gli
avrei forse persuasi … mi tocca mettermi in mostra». Ormai ha scritto tanto, non
può più sfuggire al giudizio altrui anche stando zitto: tanto vale scrivere. 
Questa è una dichiarazione, e si
capisce alla luce della data in cui viene mandata la lettera della dichiarata
consapevolezza della posizione di prestigio come intellettuale e
della sua notorietà acquistata.
Sintesi
Dedicatoria del de vita
solitaria del Petrarca. I punti focali fin ora considerati:
à¢â‚¬¢ Diretta al vescovo di
Cavallon;
à¢â‚¬¢ E’ stata consegnata
successivamente al dedicatario, abbiamo una lettera senile dell’invio da
parte del Petrarca nel 1366; se stiamo a quello che ci dice, sarebbe stata
composta nella quaresima del 1346;
à¢â‚¬¢ al dedicatario l’opera,
inviata insieme al De otio religioso, piacque e ci fu una lettera di
ringraziamento da parte del vescovo stesso.
à¢â‚¬¢ Il primo aspetto da
considerare della lettera dedicatoria è il rapporto personale che lega lo
scrittore Petrarca e il dedicatario che è l’interlocutore privilegiato che è
affermato come conoscitore della stessa experientia del Petrarca, cioè
l’esperienza di vita solitaria.
à¢â‚¬¢ Tutto il discorso della
lettera dedicatoria si pone tra questi due poli: la voce che dice io e il
riferimento da parte di essa al tu dell’interlocutore.
à¢â‚¬¢ è un discorso svolto,
come sempre in Petrarca, in forma raffinata che simula una sorta di
conversazione. E simula dunque il seguire un onda di pensieri, una
meditazione che si svolge nel suo animo.
à¢â‚¬¢ in questo movimento
circolare dall’io al tu i punti salienti sono relativi a quello che è
proprio della personalità del dedicatario, di cui si afferma fin dall’inizio
l’integrità e la sincerità del giudizio espresso. E in relazione a questo si
afferma di credere che sia assolutamente vero e sincero il giudizio di
gradimento espresso dal Dedicatario. Ciò riguarda sia gli argomenti scelti
dal Petrarca sia lo stile proprio di scrivere.
à¢â‚¬¢ Subito il Petrarca
allontana da sé un gradimento e una sintonia con i molti: c’è una scelta di
carattere elitario, aristocratico, di una aristocrazia affermata in termini
morali innanzitutto. D’altra parte se piacessero a molti, piacerebbero anche
agli ignoranti, e non è di certo quello che Petrarca cerca.
à¢â‚¬¢ Anche per quello che
riguarda i dotti, potrebbero questi suoi scritti non piacere: di questo
Petrarca può rammaricarsi, d’altra parte non si meraviglierebbe: introduce
in questo senso attraverso quello che potrebbe essere inteso come un
topos modestiae
, in realtà un paragone eccellente tra sé e Cicerone: se
anche a colui che è il grande maestro dell’eloquenza antica capitò di avere
dei giudizi negativi sul suo stile, tanto più potrà accadere a lui Petrarca.
 
à¢â‚¬¢ Il collegamento è più
diretto di quanto potremmo pensare: oltre che in relazione alla citazione di
una lettera di Cicerone che fa parte delle stesse epistulae che
Petrarca l’anno prima aveva scoperto nelle biblioteca capitolare di Verona,
c’è anche da dire che questo rilievo negativo fu relativo a Cicerone da
parte del dedicatario dell’orator. Quindi si viene a stabilire un rapporto
scrittore-dedicatario in termini di risoluzione opposta: questo non teme nei
confronti del proprio dedicatario il Petrarca, perché sa che il vescovo
Filippo ha sempre guardato con benevolenza e amicizia quello che egli
scrive.
à¢â‚¬¢ A questa considerazione
se ne aggancia un’altra e introduce la speranza che il dedicatario dia un
giudizio positivo non solo per benevolenza e amicizia ma proprio perché
possa essere meritato: e questo è ciò che spera Petrarca perché in questo
modo si può affermare la grandezza della sua scrittura evidentemente.
 
Questo dà lo spunto ad
introdurre il motivo del fatto che valga la pena dedicare il suo otium
(un tempo che è dedicato a quelle occupazioni che non sono quelle dei
negotia
, ovvero faccende che possono essere diversamente articolate).
Quindi quello che è il suo tempo libero lo può dedicare alla scrittura; in
realtà il Petrarca tende a richiamare a sé il tempo come otium; alla
scrittura vale la pena che egli occupi questo suo tempo. Se dunque gli può
essere dato di scrivere cosa destinata a non morire, dunque qualcosa di
eccellente, che possa durare nel tempo, che cos’altro dovrebbe cercare di
fare se non di rendere partecipe della fama e della gloria di un cos’
illustre destinatario; perché la fama e la gloria dell’illustre destinatario
sarebbe una garanzia che la sua opera ottenga la gloria e la fama vincendo
il tempo, quella corruzione, quella decadenza di tutte le cose portata a sé
dal tempo.
Ricordiamo che il motivo
della fama, della gloria, e il senso del tempo che trascorre insidiando
tutte le cose, sono temi profondamente petrarcheschi.
à¢â‚¬¢ A tutto questo si
aggiunge il fatto che egli dà un tributo al vescovo: abbiamo visto che il
vescovo di fatto esercitava il suo magistero vescovile sulla diocesi presso
la quale si trovava la dimora del Petrarca, a Valchiusa. Il vescovo ce l’ha
sia dal punto di vista spirituale sia come feudatario: quindi il discorso
del tributo reso al vescovo si pone anche nei termini di una fedeltà. E
questo è un aspetto che vedremo anche in un contesto più avanzato
cronologicamente da un punto di vista cortigiano, cioè uno scarto da parte
di chi riconosce chi è gerarchicamente superiore a se e gli rende il tributo
dovuto in termini di fedeltà e dall’altra parte il signore che a sua volta
concede e dà in cambio il proprio aiuto e la propria protezione; qui il
motivo è accennato soltanto, ma è un motivo significativo.
à¢â‚¬¢ D’altra parte c’è un
nuovo moto di pensiero prodotto con una avversativa: se si espone al
pubblico scrivendo, si espone anche alle critiche dei detrattori, per
evitare le quali bisognerebbe restare nel silenzio. Ma le critiche dei
detrattori , che non riguardano tanto, e soltanto il tempo presente ma
riguardano i posteri: come rimane la memoria di chi scrive?: attraverso la
parola scritta. E qui il rischio è un rischio gravoso: non riguarda solo il
suo stile, ovvero un giudizio dato su di lui come letterato, ma riguarda la
sua stessa condotta di vita: molto ampiamente Petrarca parla entro la sua
opera anche di sé.
à¢â‚¬¢ A questo punto dovrebbe
richiamare a sé quello che è proprio dell’opera dell’animo, della spinta
datagli dall’animo e non dalla penna, alla scrittura dell’opera, ma dice che
è troppo tardi: perché il Petrarca è un uomo che è già noto, è pubblicamente
conosciuto: «sono ormai conosciuto, letto e giudicato, non ho ormai speranza
alcuna di sfuggire i discorsi degli uomini e di nascondere il mio ingegno
sia uscendo in pubblico, sia rimanendo in casa mi tocca mettermi  in
mostra».

L’argomento vero e proprio dell’opera

Persuadere chi è già persuaso
. Fatte queste premesse, viene introdotto
l’argomento, che è l’elogio della vita solitaria e tranquilla. Un elogio che non
soltanto il Petrarca stesso ha sperimentato, ma che anche l’illustre
interlocutore conosce e d’altra parte ha sperimentato per un cero tempo anche
insieme allo stesso Petrarca; in quello che il Petrarca scrive non c’è un
istanza diretta di persuasione dell’interlocutore, perché questi è
già convito: ed è facile dunque convincere chi è già convito: quindi
sotto questo profilo l’opera del Petrarca è facile, sarebbe impossibile se
volesse convincere di questo il volgo: ciò sarebbe vana fatica; non
soltanto il volgo ignorante ma anche molti dei letterati e dei
letteratissimi.

Polemica verso i letterati.
E qui si inserisce una forte polemica nei
confronti di molti letterati, una forte polemica in relazione a quello che è il
rapporto tra le loro conoscenze e il loro modo di vivere. L’unire da parte
loro il sapere ad una condotta vergognosa
. E d’altra parte uno
degli obiettivi del Petrarca sono gli aristotelici: è uno dei motivi che ricorre
anche nelle invettive petrarchesche e che qui dà occasione anche per la
presentazione di un quadro ironico; dove dice ad un certo punto (pag. 57):
«sventagliando un Aristotele che se ne starebbe volentieri tranquillo avanzano
compatti tra l’ammirazione del volgo»; ora vediamo che proprio individua in
questi i nemici della vita solitaria, che sono quelli che «riversandosi per le
strade e per i portici, vanno contando torri e cavalli e quadrighe», cioè tutto
quello che è più evidente in termini esteriori; «che vanno misurando piazza e
mura, e restano meravigliati a bocca spalancata davanti ai femminili ornamenti,
di cui nulla è più effimero, nulla è più vano; né rimangono incantati solo
davanti ai vivi, ma anche davanti a figure di marmo: si fermano attoniti come
per parlare ogni volta che si trovano davanti ad una statua, e si dilettano
della folla e del fracasso». Tutto ciò c’è all’esterno da sé, il non rimanere
all’interno di sé stessi ma essere attirati da tutto ciò che c’è fuori;
soprattutto da tutto ciò che appare nella sua veste esteriore, non a caso si
sottolinea ciò che è effimero in riferimento agli ornamenti delle donne.
Definisce il dilettarsi della folla e del fracasso come «forme di pazzia».
«Essi» continua, «portano in giro come cose da vendere la loro letterata
stoltezza, sono questi gli avversari della solitudine, ma anche i nemici della
propria casa, che usciti di prima mattina solo all’ora tarda riconduce
finalmente all’odioso limitare, sono questi coloro per cui è diventato
proverbiale: ‘è bello … ritrovarsi con le persone».
Qui la
contrapposizione che viene fatta è molto netta: ci viene data un immagine
dell’uomo nel suo stato di ferinità: meglio ritrovarsi tra boschi e tigri dirà
poco dopo: se l’uomo non si spoglia della ferinitas ed
acquisisce quella humanitas che lo distingue come uomo,
tanto meglio starsene lontani e non praticare nulla. E per diventare appunto
coloro che sono uomini che sono rivestiti della humanitas e non della
ferinitas
bisogna acquisire ciò che è proprio dell’uomo e quindi quella
cultura che si traduce in sapienza. E d’altra parte se si domanda a questi
uomini perché stanno cos’ volentieri in mezzo alla gente, fanno una confessione
cruciale: lo fanno perché non possono stare con sé stessi! Tra l’altro questo, e
non è il solo, è uno dei motivi che possono ricordare, a chi ha una qualche
familiarità con Seneca, alcuni tratti della riflessione di Seneca nel
rapporto tra il cercare di allontanarsi da sé stando in mezzo alla folla e lo
stare con sé stessi, anche se come giustamente è stato detto, e tra gli altri da
un grande studioso del Petrarca che è marco pastore Stocchi, in effetti poi i
motivi tratti da Seneca che sono presenti qui nell’ambito del trattato, sono
rivisti e ripresi in un clima in un tono che risente molto più direttamente
della confessione, del soliloquio, della meditazione intima che ha come matrice
per Petrarca quella agostiniana. Di questo argomento parlerà più a lungo
a suo tempo, adesso si limita a dire che non c’è nulla di più difficile che
cercare di estirpare gli errori radicati. Infatti in questo modo, proprio
riferendosi a coloro che egli esclude da quanti possono conoscere ed apprezzare
quello che è proprio di una vita che abbia nel ripiegamento interiore e dunque
nella solitudine il suo punto di forza, egli mette in evidenza come questi non
sono il suo pubblico: come già avevamo visto in relazione a Dante:  nel momento
in cui si identifica un pubblico, se ne esclude un altro. Quindi ritorna su
questo punto del pubblico: a) i molti ignoranti, e, b) tra quelli che sono
dotti, quelli qui identificati.
Qual è il
suo pubblico? Non viene specificato in termini ampi, viene detto: mi rivolgo ad
altri ingegni. Ma qual è di fatto il pubblico prescelto? Quello
che si rispecchia all’interno dell’interlocutore
, e questo bene lo si
intende, in relazione al quale il Petrarca ha un rapporto di rispecchiamento in
una sorta di rapporto come alter ego. Torna in questo modo, per chiudere
circolarmente la lettera, sulla figura dell’interlocutore. E di nuovo ripete che
non scrive queste cose per persuaderlo, perché lui è già persuaso,  ma perché
gli risultino più evidenti: quindi per mostrare in modo più evidente ciò che,
sia a lui, sia al’interlocutore risulta una cosa già da entrambi condivisa.
Il
topos: la richiesta di ascolto.
A questo punto si deve stabilire un rapporto
di ascolto, e dunque l’interlocutore, il quale per le sue stesse ragioni di
ufficio è un vescovo, e quindi è un uomo che  ha più occupazioni, allora deve
fare una sorta di patto stesso e con le proprie occupazioni: cos’ come è utile
alternare anche per chi come il vescovo ha queste serie e gravi occupazioni,
alternare
momenti di occupazioni e momenti in cui c’è
questa disponibilità dell’animo
, che è un allontanare da sé anche gli
affanni e le sollecitudini di chi come il vescovo, ripeto, ha occupazioni
importanti, e dedicarsi alla meditazione alla riflessione interiore; tra questa
alternanza di momenti faccia dunque spazio all’ascolto: e questo è un altro
degli aspetti ricorrenti nelle dedicatorie, ovvero la richiesta di ascolto per
chi scrive. Infatti cos’ finisce: «ascoltami dunque e sentirà quali sono le mie
opinioni su questo vivere solitario». Una matrice che viene dichiarata dallo
stesso scrittore come profondamente radicata in relazione al suo io, una matrice
altamente autobiografica dichiarata; questo non vuol dire che non la dobbiamo
intendere come un effettivo documento dell’anima del Petrarca: questa è una
autobiografia di meditazione di carattere letterario quant’altre mai, questo in
relazione a tutta l’opera del Petrarca lo sappiamo benissimo.




 

 
Libro Primo
Per dare
almeno l’idea di come è svolto questo trattato, ho scelto di vedere l’inizio del
primo libro. Sono due libri, diversi nell’impianto tra di loro, qui leggiamo il
primo.
La prima
parte di questo primo libro è costituita ancora da una formula proemiale: si
riprendono alcuni temi già detti nella lettera dedicatoria, ma si aggiungono
anche altri. La differenza profonda, stando evidenti le differenze di tempo, di
clima culturale, di interessi, è ben diverso il modo in cui qui inizia Petrarca
rispetto a come aveva iniziato Dante nel Convivio. E’ un paragone fatto cos’
solo a fini didattici: il convivio iniziava con una sentenza in relazione
all’inizio della Metafisica di Aristotele, il Filosofo per antonomasia. Qui
inizia invece con la propria voce, con l’io dello scrittore: «io credo». Anche
in questo caso abbiamo una esposizione in prima persona di un concetto generale
sotteso all’opera, un concetto generale che poi ulteriormente si preciserà, e ,
come giustamente è stato detto, si vede bene la vocazione umanistica del
Petrarca che punta come perno, che ha fede nella centralità nell’esperienza
morale e storica dell’uomo,  in questo caso l’uomo che dice io, l’autore.
I Paragrafo

 

«Io credo che un animo nobile … reque [riposa] in
luogo alcuno».
E qui ne spiega poi e continua in questo discorso che
si correla nella ricerca della solitudine, qualunque sia il fine: sia che si
vada in cerca di Dio, che di sé stessi, e gli onesti studi che ci aiutano a
raggiungere l’una cosa e l’altra, qualunque sia la ricerca intrapresa, quello
che è importante e fondamentale è l tenersi più possibile lontani dalla turba
degli uomini e dal turbine della città. Cosa che è di manifesta evidenza secondo
l’autore tanto che non lo negherebbero forse nemmeno quelli che sono i suoi
antagonisti, cioè quelli che si dilettano dell’affluenza e dello strepito della
gente. Ne è tanto convito che parla di questo come dell’eccelso sentiero della
verità.
Ma parlare
a chi abbia un animo diverso in questo senso, e abbia il proprio animo pieno di
errori e non voglia cominciare con il volerli estirpare è come parlare ai sordi.
E qui esprime una fiducia che presa alla lettera potrebbe sembrarci in
contraddizione con quello che abbiamo appena letto nella lettera dedicatoria:
«io ho fiducia che le persone dotte si troveranno
facilmente d’accordo con me nel pensiero e nelle parole»
: in realtà
ci sono alcune differenze nell’uso terminologico che varrebbe la pena
approfondire, e che qui accenniamo soltanto dato che preso cos’ seccamente
potrebbe sembrare una contraddizione: qui parla di eruditi, non di
docti, usa un’altra espressione; come dire: « chi ha la stesa
conoscenza e chi ha svolto gli stessi studi, le stesse letture, ed ha verificato
con l’esperienza sarebbe d’accordo con me», questa è comunque un’interpretazione
ipotetica. In ogni caso questo non ci serve per seguire la lettura, perché poi
liquida tutti questi dicendo: «se tutti poi
disentissero, tu almeno non dissentirai»
[e si rivolte col tu al
dedicatario anche all’interno del trattato], c’è sempre questo rapporto stretto
tra lui e l’altro, come se questi fosse il suo alter-ego.
E
continua: «tu vedrai rispecchiato nelle mie
parole il tuo pensiero»
, e quindi pone di fatto la sua opera e le sue
riflessioni sotto il baluardo stesso e la difesa datagli dal prestigio e
dall’autorità dell’interlocutore come colui che condivide pienamente le sue
idee. E d’altra parte in questo modo il Petrarca è convito di aver toccato la
meta più alta di chiunque parla: qual è il fine di quando si parla con un
interlocutore? Il fine è quello, secondo questa definizione che il Petrarca ci
dà, della persuasione: la scrittura ha la funzione di persuadère, si tratta di
persuadere piuttosto che dimostrare. Ma persuadere chi è già persuaso, e qui
torna su quello che ha già detto, è facile: dunque la palma della vittoria come
scrittore che l’ha praticamente già in tasca.




 

 

Rapporto con i precedenti.
A questo punto si pone anche il discorso relativo
a quello che già può essere disponibile in relazione alla materia, ovvero un
rapporto possibile con gli auctores, e quello che riguarda la
possibile o meno novità , questo è sottinteso, della propria opera; e quindi
dichiara di sapere per certo che altri hanno scritto sulla vita solitaria, dice
che alcuni santi uomini hanno scritto molto di ciò; e qui cita uno dei padri
greci San Basilio, e introduce una notazione filologica, a cui
Petrarca non rinuncia nemmeno in questa sede proemiale, mettendo in dubbio che
quello scritto di Basilio a cui si riferisce, sia suo o se non sia da scrivere
piuttosto a Pier Damiani.
D’altra
parte non è questa la via che Petrarca dichiara di aver seguito, ma dichiara in
vece di aver seguito in gran parte i dettami della sola esperienza:
quello che è importante è ancora quello che riguarda la propria esperienza di
letterato e il senso intimo della propria vita e della propria storia di uomo.
Naturalmente va presa come una dichiarazione che non dobbiamo interpretare in
termini assoluti, la sostanziale volontà di mettere in evidenza la via che egli
segue, ma dobbiamo tener presente che siamo nell’ambito di una simulazione di un
discorso non ordinato, fatto come al’improvviso, ma in realtà è sostanziato di
libri, di letture, di testi, di auctores. Qui la dichiarazione è quella di
seguire il proprio animo e non le altrui orme; (pag. 63)«Udrai
dunque più cose da coloro che ne hanno sperimentate di più, o le hanno apprese
da chi le ha provete»
: sempre sulla base della esperienza propria,
senza escludere anche quella altrui, ma non attraverso un magistero diretto da
altri.

«Da me sentirai ora quello che mi viene in mente
cos’ all’improvviso»:
anche questo è un elemento che poi ritroveremo
come elemento costante in molti altri trattati, soprattutto nei trattati in
forma di dialogo successivamente, quello di un percorso che non viene dato in
modo definito come preordinato, e il fatto di dire «le molte cose che mi vengono
in mente» ha a che vedere con lo svolgimento e con l’impostazione del trattato
stesso, una cosa di questo genere Dante non l’avrebbe mai affermata; sarebbe
stata fuori dal suo modo di procedere, ne sarebbe stata mai corrispondente e
confacente a questo. Qui quello che viene detto apertamente è il modo di
svolgimento operante attraverso successive meditazioni: riflessioni meditazioni
commenti e citazioni si susseguiranno nel corso del trattato: un diverso modo,
una diversa impostazione, ed anche un diverso gusto sotto il profilo espressivo,
oltre che culturale.
Dichiara
poi di non aver fatto una grande fatica, di non ritenere questo necessario,
perché per l’appunto la materia è talmente ampia, e la conosce cos’ bene per
esperienza personale che non gli era necessario. E dunque dichiara di non aver
consultato libri, e di non aver molto curato il suo stile: questa dichiarazione
è in relazione alla scelta di uno stile disadorno che si sostanzia
di concetti (sententiae) e di
un parlare familiare, dunque un’affermazione di uno stile che si afferma come
disadorno, di un modo di procedere che si afferma come un modo che segue i moti
dell’animo e d’altra parte la sottolineatura di un lavoro che non sarebbe,
percome è manifestato a chi legge, frutto di grande impegno o fatica.
D’altra
parte chiama nuovamente la testimonianza dell’interlocutore che condivide con
lui l’amore della solitudine e della vita dedicata agli studi e alla
meditazione, e ciò viene richiamato anche proprio in relazione a quello che è
della vita del vescovo, il quale pur essendo vicino alla curia di Avignone, non
partecipa alla vita della curia. Invece ha mostrato di preferire, rispetto ad
avere un incarico anche prestigioso, quella che viene qui definita «l’angelica
solitudine».




 

 

Vantaggi e svantaggi: Ozio lieto vs Triste negozio
. Come procederà dunque
nel suo trattato per mostrare la felicità della vita solitaria? [36:58] Mostrerà
gli aspetti positivi di questo stato e insieme gli svantaggi
e gli inconvenienti di chi rifugge dalla vita solitaria. Quindi prendendo in
rassegna le  azioni degli uomini che hanno scelto la vita solitaria, che rende
amanti della pace e della tranquillità e all’opposto, quella degli uomini
violenti, preoccupati e affannosi.  Infatti unica  è la radice di entrambe le
cose: chi sceglie la vita solitaria sceglie la felicità, chi non la sceglie,
sceglie l’affanno.
Domanda: l’affermazione
fatta precedentemente sullo stile può essere considerata una dichiarazione
di modestia?
 
Allora, è un elemento
anche topico nel richiamo, può essere correlato al topos modestiae,
ma vuole essere una dichiarazione di un modo di scrittura che viene
dichiarata come non ricercata nello stile, che punta sui contenuti piuttosto
che sugli orpelli dello stile, in quanto ci deve essere un’adeguatezza tra
il contenuto e lo stile, ma non corrisponde a quello che è
nell’elaborazione: il labor limae è uno degli aspetti ben noti e ben
conosciuti dell’opera del Petrarca; in un certo senso è un modo retorico di
porre se stesso e la propria opera e di affermarne le connotazioni. Non va
preso evidentemente sul piano di una sostanziale testimonianza, in senso
stretto, di veridicità, è un modo per affermare il carattere della sua opera
che non è un opera di carattere accademico, che non è scritta con i modi e
procedimenti e lo studio che sarebbe richiesto proprio da un trattato che
rispondesse a modi che non sono i suoi: i modi propri del trattato morale
sono quelli per il Petrarca di fare perno sulla propria esperienza e
sull’esperienza degli altri, e di scendere nella propria interiorità e di
analizzare la propria vita e la propria storia di uomo. Non possiamo
prenderlo alla lettera quando dice che non si è basato sulla consultazione
di molti libri ecc.. smentirebbe sé stesso se noi lo prendessimo alla
lettera e guardassimo che cosa ha fatto nel secondo libro: dove c’è una
rassegna di exempla e di racconti; ma le citazioni di autori sono
importanti anche nel primo libro, cos’ come molto presente è tutta una serie
di richiami non solo scritturali ma anche di carattere patristico. E’
proprio il voler contrapporre chi basa la propria conoscenza e la propria
scrittura sui libri degli altri intesi in riferimento a quei dotti che
diceva prima che abbiano acquisito una conoscenza che è più una zavorra che
non una conoscenza effettiva meditata, che traduca la sapienza in una
esperienza di vita vera e propria. E’ un motivo anche di carattere polemico
nonché retorico, che troveremo anche  sistematicamente nei trattati in forma
di dialogo, dove si dichiara continuamente l’intenzione di procedere senza
un piano preordinato, e dove si finge una conversazione con argomenti che 
sono venuti in quel momento in mente a chi parla, ma se noi guardiamo la
costruzione del discorso è evidente che non è cos’. Ma è per contrapporsi
anche al procedimento delle scuole, per esempio per contrapporsi al modo in
cui è impostata la questio: il modo della trattazione, che deve essere, là,
preordinata in tutti i suoi argomenti.
Qui dunque
sta spiegando elementi positivi della solitudine e negativi della vita
affannosa. Dato che la radice è una sola, accoglie questi due versanti in questo
unico discorso, ed è evidente che tutto è prospettato nell’ottica della
felicità: vantaggi contro svantaggi.
I
peccati degli uomini.
D’altra parte spiega anche subito, e questo è un punto
focale del discorso che tornerà più oltre, che non si riferisce ad un discorso
di solitudine come quella di una vita selvatica, non è questo il punto di fondo:
non odia gli uomini, ma odia i peccati degli uomini, e riconosce tra
l’altro, tra i peccati degli uomini, i propri. Quello che odia sono appunto i
peccati degli uomini e i propri, nonché le preoccupazioni, gli affanni, le
molestiae
, che hanno dimora tra gli uomini.
Una
visione sinottica
. Per rendere più evidente il discorso e al tempo stesso
anche in termini diciamo più apprezzabili dal punto di vista del lettore, e
rendere più efficace il discorso, invece di illustrare separatamente per esempio
prima gli svantaggi e poi i vantaggi o  viceversa, spiega che ne parlerà
mescolando entrambi gli elementi: cioè il modo suo di procedere in questo suo
primo libro è quello di mostrare in contrapposizione le due posizioni e in primo
luogo le due figure dell’indaffarato e del solitario, spiegando tra l’altro di
aver messo in prima sede le cose più amare per far seguire poi le più dolci: ci
presenta prima la persona dell’occupato, in termini negativi, e poi quella del
solitario, intrecciando via via, dopo aver prima presentato questo, i due
discorsi.
A questo
punto vi ho dato una prima parte di questo contrappunto, di questo confronto che
viene fatto in modo tale da presentare una sorta di caricatura dell’occupatus,
e di idealizzazione, assolutizzazione della figura dell’uomo solitario e
tranquillo. Questo viene fatto seguendone una giornata, nella scansione di
diversi momenti della giornata.
II paragrafo

«si alza … sé stesso e gli altri».
La
vita dell’occupatus qui è mostrata quando questi si sveglia,
interrompendo il suo sonno a causa delle angosce e delle occupazioni frenetiche
che lo aspettano. Ci viene mostrata in questo primo passo, non solo come quello
che è continuamente assillato e si trovi in una condizione di infelicità
propria, ma anche come quella del’ingiusto: qui ne è fatta anche una
caricatura
, si è detto, in toni che possono essere tratti da un gusto
satirico
tipico per esempio di Giovenale, autore che Petrarca
può aver avuto presente; ma ci sono dei tratti ulteriormente caricati, sempre di
questa figura dell’occupatus, sia in lettere che in altre opere di
Seneca.
Qui è
molto caricato, e molto moralmente negativo in tutti i suoi
tratti; legata questa figura alla città. La figura del solitario è legata invece
ad un ambiente tipico della campagna. Pag. 67:
«si alza …
notturno usignolo»
 –
Tranquillo = otiosus
 – i
tratti sono anche da un punto di vista stilistico-espressivo in una opposizione
evidente.
«appena
sceso … che stanno per uscirne».
 – l’uomo
tranquillo e otiosus è anche l’uomo religioso. C’è uno
stretto connubio in questo senso proprio tra quello dell’essere dedito a questo
otium, il vivere in campagna nella vita solitaria, ed essere immerso in
una contemplazione e devoto.
«invoca …
prova alcuna ecc… »
 – D’altra
parte l’esaltazione di questo stato non può uguagliare in nessun modo  con
altre.

Letture.
In questo si inserisce fin da qui e subito, il fatto che egli sia
dedito a qualche bella lettura: è l’otium nutrito delle
humanae litterae
. E d’altra parte accoglie il giorno che  viene con una gran
pace nell’anima. Questo stesso motivo della contrapposizione di ripete più
volte, perché poi arriva il giorno, sorge il sole e si vedono le diverse
rappresentazioni. E qui abbiamo un’efficacia nella rappresentazione stilistica,
ancora attraverso questa caricatura della situazione in cui viene a trovarsi l’occupatus.

«Quegli ha l’abitazione invasa … diffamato»

(pag 67). Una contrapposizione continua e costante per tutte le parti della
giornata. Naturalmente questo è solo l’inizio (poi c’è il pranzo e ci sono
altre ore della giornata
) qui c’è questa contrapposizione tra una caricatura
espressa in termini cos’ fortemente negativi; ma che una forte idealizzazione
degli aspetti relativi all’uomo solitario, ozioso e tranquillo. Ma nel contesto
del primo libro Petrarca svolge ampiamente questo discorso, toccando punti e
aspetti diversi, trattando ad esempio la condizione dell’indole dei diversi
uomini, e di quello che più è pertinente a loro: egli stesso aspira ad affermare
a pieno titolo, e sottolinea con grande efficacia, l’elogio della vita
solitaria, non si mette nella condizione per quanto riguarda sé stesso, se non
in certi tratti, di un contemplativo nel senso stretto del termine: è stato
giustamente detto che in realtà il suo obiettivo è un contemperare quello che è
proprio dell’ozio operoso del letterato, con ciò che è proprio della devozione
dell’animo cristiano: con entrambi i poli dunque, per quello che riguarda
l’autore. Ovviamente diversamente declinata all’interno del tratto è la figura
dell’interlocutore: in modo particolare, tra gli esempi dati degli uomini amanti
della solitudine ha posto anche come esempio quella appunto del
dedicatario-interlocutore.
Il secondo libro

Rassegna di exempla illustri
. Se il primo libro svolge considerazioni
di carattere generale: la cosiddetta «filosofia morale», il secondo vuole
scendere sul piano della storia, come dice l’autore stesso. C’è dunque una
rassegna
molto ampia, e un po’ disordinata, che non segue un ordine
cronologico, ma segue piuttosto un raggruppamento per categorie:
che vanno dai profeti, a personaggi del vecchio e del nuovo testamento,
ai martiri, agli eremiti ai santi, fino ad arrivare a tempi moderni. Non
fino alla contemporaneità, salvo rare eccezioni: tra le figure sottolineate con
forza c’è quella dello stesso Pier Damiani citato prima, naturalmente anche
quella di S. Francesco. C’è naturalmente anche una serie di esempi tratti dal
mondo antico classico: figure, personaggi, poeti, filosofi e sapienti che
nelle loro opere hanno celebrato la solitudine, l’elogio della vita solitaria.
Ci sono anche aspetti che aprono a racconti di viaggio che evidentemente il
Petrarca deve aver avuto presenti: non ci sono soltanto popoli e riferimenti
all’occidente, ma abbiamo anche la saggezza e la sapienza di saggi indiani.
Questo per dare un’idea del coacervo di exempla.
Un
nuovo modello umanistico: la rassegna
. Questo aspetto della rassegna e della
trattazione per exempla è un aspetto ben presente nella cultura
umanistica, in larga misura l’opera del Petrarca, non solo la vita solitaria ma
anche altri testi, ha una funzione di rinnovare ed anche inaugurare per quello
che riguarda la nuova cultura umanistica,la trattazione per exempla
o per rassegne
: l’aveva già fatto in altri argomenti, ad esempio i fatti
degni di memoria, oppure dopo il de vita solitaria farà una raccolta di
exempla
di uomini illustri. Questo aspetto è da ricordare anche perché se
noi dal Petrarca prendiamo in esame invece Boccaccio, questo è uno
degli aspetti che si possono considerare fondamentali per l’operosità latina del
Boccaccio. Diversi trattati latini del Boccaccio sono rassegne o dizionari
relativi a luoghi, geografici, o a genealogie: la Genologì­a deorum
gentilium
in 15 libri è appunto una sorta di grande enciclopedia dei
miti classici ma organizzata nella forma di trattato-repertorio che ebbe anche
una grande fortuna anche successivamente e quello che è interessante, in
relazione al trattato, è che questa opera è organizzata secondo una forma di
catalogazione sullo schema dell’albero genealogico: quindi la ricerca di un
principio sistematico. Il Boccaccio amava disegnare, e nel manoscritto
laurenziano di questa opera ci sono disegnati gli alberi genealogici.
Quello
della rassegna, della catalogazione, del procedere per exempla è un
aspetto che ha  una storia e ha un’ importanza che va rilevata e sottolineata.
In
conclusione va notato che l’introdurre in modo significativo il ricorso agli
exempla
è un elemento che tornerà in modo significativo entro le forme di
trattato, sia dialogico che monologico, per quello che riguarda tutto il
movimento umanistico: il discorso «teorico» viene poi sostanziato da l ricorso
all’esempio antico.

 
Importanza del Secretum per la forma Dialogo.
Il
rilancio del dialogo ciceroniano.
Del Secretum qui diciamo solo ciò
che è pertinente agli sviluppi che  ci  interessano più direttamente. In
relazione al Secretum, Petrarca mostra bene di aver presente le
potenzialità del dialogo, in particolare del modello di dialogo
Ciceroniano
. Questo modello è citato da Petrarca espressamente: facendo
l’esempio del Laelius de Amicitia, ponendosi in questo senso in una sorta
di catena che parte da Platone, dal quale Cicerone trasse spunto, e che
vede dopo Cicerone Petrarca stesso entrare in questo ambito di svolgimento e
sviluppo della forma dialogo. Che cosa riprende nella sostanza in questo senso?
Riprende quello che è l’andamento mimetico, drammatico del
dialogo: c’è una breve cornice introduttiva di carattere diegetico, poi citando
il Laelius subito dice che per non continuare a ripetere le formule «egli
disse», «dissi» ecc introduce direttamente le parole.
Atto di
nascita del dialogo umanistico.
E’ quindi questo filone del dialogo
mimetico  che viene rilanciato autorevolmente, mediante il Secretum, dal
Petrarca stesso. L’impianto mette in correlazione elementi tradizionali e nuovi
anche nell’impianto: secretamente nuovo in senso umanistico è questo richiamo
Ciceroniano, tradizionale è quello che ha a che vedere con la visione, poiché i
personaggi sono Agostino, Petrarca e la Verità.
La Verità tra l’altro assiste muta al dialogo. L’impostazione è in tre diverse
sedute, che corrispondono a tre diversi libri. Quindi ci sono questi due
elementi: quello tradizionale della visione, l’introduzione di una presentazione
di una cornice non realistica (la visione di per sé si esclude che possa
esserlo); al tempo stesso c’è l’impianto della distribuzione in tre sedute, tre
diversi momenti dello svolgimento del dialogo stesso, e d’altra parte questo
impianto che da una iniziale forma diegetica passa alla forma mimetica e poi
drammatica. Questa forma drammatica è particolarmente felice perché presenta una
esteriorizzazione del sé della voce dell’autore, che dunque è presente come
autore in quanto scrittore del dialogo stesso,ma è presente anche come figura
drammatica, come personaggio: il personaggio di Francesco.

Sul
Secretum
non ci soffermiamo: ma è importante ricordarlo come l’atto di
nascita del dialogo umanistico anche se questo poi si svolge e si articola in
forme diverse. Uno di questi esempi di dialogo umanistico è quello del Bruni: i
Dialogi ad Petrum Paulum Histrum, in latino.