Discorso sull’arte del dialogo di Torquato Tasso – di Carlo Zacco

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Tra i tre
interventi di tipo teorico sul dialogo, ho riportato l’ultimo dei tre, che è
quello che Tasso. Sia perché si tratta di un grandissimo scrittore, sia perché
ci permette di fare il punto della situazione del dialogo, sia per veder come si
poteva trattare del dialogo nella seconda metà del cinquecento, nel 1585.
A sua
volta questo discorso sull’arte del dialogo è svolto in forma di trattatello.
Teniamo presente che una riflessione sul dialogo si pone nel contesto di una più
ampia riflessione sui generi letterari, molti sono gli interventi, tre, sul
dialogo. Non ci sono interventi specifici sul trattato, ma sappiamo che nel
cinquecento, dagli anni trenta, quella tendenza di carattere normativo e di
codificazione si manifesta in modo particolare con l’attenzione a dare norma ai
generi letterari, a seguito della rilettura della Poetica di
Aristotele. D’altra parte la grande ricchezza che ha ormai la
produzione
in volgare, comporta margini di riflessione da un lato e
una tendenza di carattere normativo dall’altro. Ricordo che una data importante
per questo è la traduzione latine della poetica aristotelica del 1536
ad opera di Alessandro de Pazzi. Ancora più ampiamente si diffonde la conoscenza
della poetica a seguito di un volgarizzamento del 49.
Segonio
e speroni.
I tre trattati che riguardano il dialogo sono uno di Carlo
Segonio
, del 1562, in latino, e tenuto presente dal Tasso;
del 1574 è l’apologia dei dialoghi di sperone speroni,
con il quale il Tasso ebbe rapporti, e del 1585 chiude questa scrittura sul
dialogo il Tasso.
La
Sposizione
di Castelvetro.
È stato sottolineato che per quello che
riguarda lo speroni e il Tasso bisogna considerare un altro intervento nei
confronti del quale sia l’uno sia l’altro non possono non porsi, a loro volta a
confronto. Per il Tasso ci sono tratti dove lo riprende: è la sposizione
del Castelvetro sulla poetica di Aristotele, un volgarizzamento e un
commento.
• Il
dialogo in Aristotele.
Nella poetica aristotelica c’è solo un cenno molto
rapido e per giunta  controverso su quello che riguarda il dialogo. Sembra di
capire che Aristotele metta in qualche misura sullo stesso piano i dialoghi
platonici con alcune forme di mimo, facendolo rientrare in una forma
drammatica
. Il Castelvetro prende spunto da questo passo della poetica,
nella prima pagina, per attaccare di fatto il dialogo e per negare
al dialogo una connotazione poetica significativa. Il Castelvetro scrive
contro
il dialogo, e gli nega dignità artistica: cosa su cui non sono
d’accordo i nostri tre trattatisti.
Teniamo
presente che anche il Tasso parte come presupposto dalla poetica aristotelica:
vorrebbe definire il dialogo in modo conforme ai principi della poetica
aristotelica. Ovviamente in una dimensione diversa, perché Aristotele non solo
non ne trattò ma di Aristotele non ci sono dialoghi. Evidentemente lo studio su
cui si basa il discorso del Tasso si fonda sugli autori, in modo particolare
Platone, scrittore per eccellenza di dialoghi. Teniamo presente la situazione
del Tasso. È uno dei periodi non felici per il Tasso. È da anni a Sant’Anna,
recl’uso dal 1579, e scrive nell’85 questo discorso. Precedentemente,
contemporaneamente e successivamente aveva scritto un nutrito numero di
dialoghi. Questa scrittura trattatistica dunque si inserisce in una contesto in
relazione al dedicatario-destinatario di questa operetta.



 

Dedicatoria

Richiesta del dedicatario.
Aveva mandato a questo monaco benedettino, Padre
don Angelo Grillo, due dialoghi. Ed erano stati apprezzati. Il
Grillo allora, per quello che ci dice il Tasso, aveva chiesto alcuni
ammaestramento circa lo scrivere i dialoghi (il grillo al Tasso).

Tentativo di sottrarsi
. C’è il topo modestiae: vorrebbe
sottrarsi a questo compito di ammaestramento dicendo che non lui maestro, né
discepolo può essere l’interlocutore. E nel dire questo non vuole mettersi nello
stesso atteggiamento di Giotto, che aveva rifiutato il titolo di
maestro meritandolo (casa). Il Tasso dice di non essere un maestro, ma può dare
le sue opinioni su questo. E se questo può giovare allora può essere ben fatto.
Non
precetti, ma opinioni.
Di fatto questo trattatello è rivolto
all’interlocutore che potrà dare un giudizio a sua volta, specificando che si
pone in un limite ben preciso: non intende che sia considerata un’opera
precettistica sul bene scrivere, ma è una raccolta di opinioni intorno al
dialogo. Per spiegare come non intenda mettersi in cattedra citando alcuni
cortigiani « i quali non potendo sostener persona così grave» cioè la figura del
doctor, del maestro «vestono di corto» non portano l’abito accademico, e
così farà lui, e lo presenta in una forma che potrà essere accolta da amici e
parenti, un pubblico benevolo ed adeguato, nonché autorizzato a dire la propria
sull’opera.
Trattato
Conclusa
questa elegante lettera di dedica, inizia entrando in argomento: si tratta di
capire perché entri in argomento in questo modo: dà per scontato che
l’interlocutore conosca i termini del discorso, che si inscrivono nel contesto
della poetica aristotelica, e inizia a parlare di imitazione. Il
problema è anche quello di una catalogazione, prima che di una codificazione del
dialogo, e si tratta di definire se il dialogo appartenga o meno alla poesia. Il
problema che si erano posti i trattatisti, e cioè se la poesia possa esprimersi
non in verso, e questo è un genere ibrido, anche in relazione ad aspetti
osservati da Castelvetro rispetto al montare o non montare in palco: cioè opere
che sono destinate ao non destinate alla rappresentazione. C’è una analogia
infatti tra il dialogo, la commedia e la tragedia.

L’imitazione.
Il discorso del Tasso parte dalla imitazione e da cioè che si
imita: con  imitazioni si imitano o le azioni dell’uomo o i
ragionamenti
. Si tratta in primo luogo di definire, di suddividere i
diversi generi di imitazione per entrare nel cuore del discorso. Discorso che,
lo dico subito, non è sempre lineare ed evidente: c’è una parte in questo suo
aristotelismo programmatico, e la parte è quella che riguarda la forma e l’anima
del dialogo, cioè la questione, che non è svolta in maniera sempre chiara e
lineare. Lo sono le conclusioni: il ragionamento svolto non lo è sempre.

“accozzare” diverse idee.
Questo è perché, anche s il Tasso non è il
Simplicio galileiano, anche il Tasso ci mostra un procedimento analogo a quello
del Simplicio: dato che Aristotele non parla in modo specifico dell’argomento di
cui qui si tratta, che cosa fa il Tasso? Cerca trarre le argomentazioni da
diverse opere di Aristotele. E ne consegue un insieme che  non si può definire
sempre coerente, non privo di contraddizioni interne. Noi vediamo come è tratta
la conclusione. D’altra parte può sembrare ai nostri occhi paradossale il voler
scrivere in un modo programmaticamente aristotelico quando Aristotele non ne
scrive ne teoricamente, né nella propria pratica. Questo è proprio del clima
culturale e della posizione dello stesso Tasso.



 

Azioni
e ragionamenti.
Dato per scontato che la poesia è imitazione, si distingue
in modo dilemmatico che cosa si imita: o le azioni dell’uomo, o i ragionamenti.
E d’altra parte si distingue come proprio degli speculativi il discorrere, e
degli attivi l’operare. Quindi i primi generi dell’imitazione saranno due: uno
dell’azione, per la quale sono introdotti gli operanti, l’altro nelle parole,
nel quale sono introdotti i ragionanti.
Tre
specie: mimetico, diegetico, misto
. Allora, c’è una suddivisione
ulteriore per quello che riguarda il primo genere, quello che riguarda la
imitazione degli uomini, e secondo la norma antica la suddivisione è in tragedia
e in commedia. Ci sono poi altre suddivisioni e quella che interessa noi è la
tripartizione
proposta dai moderni: le tre specie. Questo si trova
già nel Castelvetro, e ripreso sia da Segonio che da Tasso. Semplificando,queste
tre specie sono quella del dialogo mimetico, per quando vi siano persone
introdotte a ragionare; poi quella diegetico o narrativo; la terza è una forma
mista. Per la maggior parte il discorso relativo ai dialoghi mimetici
è basato su Platone; per quello dei dialoghi diegetici
su Cicerone, e anche per la forma mista su cicerone. In questa
forma mista è per esempio quello dei libri della famiglia dell’Alberti.
Dialogo
e dramma.
Poi entra pi ù specificamente concentra l’attenzione su ciò che è
il dialogo, e che cos’è propriamente il dialogo? È imitazione di ragionamento:
«e tanto partevipa del tragico e del comico,
quanto in lui si scrive dell’azione»
quanto vi è di azione presente nel
contesto del dialogo. Questo discorso può sembrare non chiaro dal punto di vista
astratto, viene invece reso chiaro dagli esempi: prende Platone e ne suddivide i
dialoghi dicendo che non possono essere definiti, nonostante l’azione, vere
tragedie o vede commedie: c’è una differenza di fondo tra l’azione presente nel
dialogo e l’azione vera e propria come è presentata nella commedia
o tragedia. Questo anche perché l’azione nel dialogo non è elemento necessario,
è elemento accidentale, non è sostanziale: anche se lo togliessimo
il dialogo resterebbe tale.
E che
cos’è allora sostanziale nel dialogo? Allora, le forme proprie del dialogo si
prenderanno dal ragionamento stesso e dai problemi contenuti:
dalle cose ragionate e non solo dal modo di ragionare. I ragionamenti sono
divisi in due specie (il discorso qui anche nella forma ripercorre
il cammino proprio di un ragionamento basato su moduli aristotelici) o di cose
che apaprtengono alla contemplazione, ovvero di carattere
speculativo che riguardano argomenti di scienza e verità; o di quelle che sono
convenienti all’azione, ovvero che riguardano argomenti di
carattere civile e di costume. Per capire quello che riguarda l’altro aspetto
del ragionamento, ovvero quelli che sono convenevoli all’azione, riguarda i
problemi relativi alla vita civile e costumata, problemi intenti all’elezione e
alla fuga: ovvero le cose che sono da scegliere e le cose che sono da evitare.
Allora, il
soggetto del ragionamento che  ha come materia la specul’azione è la cosiddetta
questione infinita, ma spiega di cosa si tratta: come la virtù si possa
insegnare, problema di carattere generale, universale. La questione finita, che
invece è propria di quell’altro genere di ragionamento, è «che debba far Socrate
condannato a morte». E spiega quali sono i costumi adatti a questo tipo di
dialoghi. Non è conveniente pensare che il dialogo debba essere rappresentato,
non è da rappresentare in palco: non vuol dire che non ci debba essere
rappresentazione scenica, ma non è scritto per essere rappresentato. Il
rappresentare il dialogo è improprio. Allo stesso modo il dialogo deve essere in
prosa, non gli conviene il verso.
Dopo
questo, arriva ad una prima conclusione: «direm
che il dialogo sia imitazione di ragionamento scritto in prosa, senza
rappresentazione, per giovamento degli uomini civili e speculativi, e ne porremo
due specie: uan contemplativa e l’altra costumata. E il soggetto nella prima
specie sarà la questione infinita, nella seconda può essere l’infinita o la
finita. E quale è»
ricordiamoci che il Tasso è stato fin dal 1575
l’autore dei discorsi dell’arte poetica, e procede per analogia in relazione a
quello che egli stesso aveva detto « e quale è
la favola nel poema, tale è nel dialogo la questione»
.
La
«favola»
Che cos’è la favola nel poema? Quello che è oggi la
‘storia’. Quando siamo di fronte ad un poema. Siamo di fronte ad un poema che ha
un intreccio: l’intreccio è il modo in cui la storia viene svolta e
rappresentata, il che può variare naturalmente. «e dico la sua forma, è quasi
l’anima. Quindi ne diviene una conseguenza» come ci deve essere unità nel poema,
così ci deve essere unità nel dialogo « però se una è la favola, uno deve essere
il soggetto per il quale si propongono dei problemi, e nel dialogo sono oltre di
ciò le altre parti: cioè la sentenza» l’opinione che ciascuno dei
dialoganti ha « il costume» il carattere dei personaggi « e l’elocuzione» ovvero
tutto ciò che rende artisticamente significativo il dialogo, le scelte
stilistiche lessicali eccetera. «Ma trattiam
prima della prima»
la prima è quella che è la forma o l’anima del
dialogo, e dunque la questione: «dico adunque
che in ogniq uestione si concede alcuna cosa, ed alcuna si dubita»

allora, la quaestio si imposta in relazione a elementi comuni che si propongono
ed elementi su cui ci sono opinioni diverse «
e intorno a quella di cui si dubita nasce la disputa, la qual si forma della
domanda e della risposta»
i due elementi essenziali della disputa sono le
due posizioni: la domanda, e la risposta. «E perché il domandare s’appartiene
particolarmente al dialettico, par che lo scriver e il dialogo sia impresa di
lui, ma il dialettico non deve richiedere più cose d’uno e pur una cosa di
molti, perché s’altri rispondesse non sarebbe una l’affermazione o la negazione»
il dialettico non deve proporre più questioni relative ad un solo argomento,
oppure porre una sola quaestio in relazione a più argomenti: l’unità del
dialogo, in relazione a chi pone le domane e a chi pone le risposte. È il dogma
dell’unità, derivato dal modo in cui fu letta la poetica aristotelica.
Arriviamo
alla conclusione: il dialettico dunque è colui che muove la discussione:
«converrà principalmente scrivere il dialogo, o a colui che vuole
rassomigliargli. Il dialogo sarà imitazione di una disputa dialettica» dove ci
sono posizioni diverse a confronto. Ma i generi della disputa sono quattro,
quindi c’è un ulteriore aggiunta e ampliamento del discorso. Fermo restando che
si tratta di una disputa dialettica, ci sono generi diversi delle dispute
possibili. I generi della disputa sono quattro:
  1. il dottrinale, quello che procede per
    dimostrazioni;
  2. il dialettico, che procede per domande e
    risposte;
  3. il tentativo, come quei dialoghi di Platone dove
    si punta ad una confutazione programmatica dell’avversario, tentandolo in
    modo da portarlo a contraddirsi;
  4. e il contenzioso, o litigioso, soprattutto
    legato ad un modo di disputa sofistico, e paradossale.
Ci sono
altre definizioni su cui non ci soffermiamo, e poi emerge il gusto aristotelico
del Tasso dove dice: «chi volesse scriver dialoghi secondo la dottrina di
Aristotele, ed arricchir di questo ornamento le scuole peripatetiche, potrebbe
scriverli in tutte e quattro le maniere, ma principalmente sono lodevoli le due
prima: la dottrinale e la dialettica» e spiega in modo particolare quella
dialettica. Qui interessano gli esempi proposti, per vedere il quadro di autori
proposto: in primo luogo Platone. Ma poi cita anche Senofonte: l’Economico, la
Tirannide. Si cita (però ponendolo in una distinzione significativa della
conoscenza del Tasso dei dialoghi scritti dai moderni) Cicerone, che nelle
partizioni oratorie pone la «domanda in bocca non a quel che insegna, ma a colui
che impara». Si cambia la prospettiva del dialogo: il dialogo platonico, e i due
di Senofonte sono fatti in modo tale per cui è colui che insegna che domanda: il
carattere maieutico del Socrate platonico. Il modo che ha dimostrato Cicerone
nelle partizioni è al contrario: si rovescia l’ottica. Ed è interessante perché
questa forma, secondo quello che dice il Tasso, è quella che hanno usato i
moderni, è cioè hanno usato una forma che per il Tasso è più facile, mentre
molto più lodevole è l’altra: che sia a fare le domande colui che insegna e non
colui che impara.
Parentesi:
proprio nel suo riuso dell’Economico, l’Alberti si avvale di entrambi i modi:
nei libri della famiglia c’è chi vuole imparare che chiede a chi sa; e chi
insegna è colui che pone le domande. E il modello dell’economico è ripreso alla
conclusione del terzo libro Della famiglia. Alberti aveva prestato
attenzione agli antichi.
Esaminando
l’opera di Cicerone Tasso trova modi diversi, e individua una peculiarità di
cicerone proprio nel dialogo modello dei dialoghi umanistici: il de oratore.
Nel  de oratore c’è una forma peculiare: «quello che era convenevole ai senatori
romani» quindi una forma peculiare del modo di trattare retorico del dialogo.
Fa poi una
graduatoria di importanza: i tre autori latini: la palma è a Platone; al secondo
posto Senofonte; al terzo Luciano. Però se questi tre sono autori greci, tra i
latini c’è il solo cicerone, che volle somigliare a Platone, essendo tuttavia
più simile agli oratori che ai dialettici. Quindi chi imita il trattato di
Cicerone si avvicina di più al modo di scrivere retorico dell’oratore, piuttosto
che a quello filosofico dei dialettici.
A questo
punto ha concluso la questione e deve trattare gli altri aspetti: la sentenza,
il costume. Quanto introduce sentenza e costume, fa un’ affermazione
significativa: «lo scrittore del dialogo deve imitare non altramente che faccia
il poeta, perché egli è quasi mezzo fra il poeta e il dialettico» allora, questo
ci dice una cosa significativa: il dialogo ha piena dignità letteraria: essendo
al mezzo tra poema e dialettico, vediamo che quando si parla del dialogo, non si
parla di una imitazione dell’oralità, il dialogo è finzione, ma non è imitazione
dell’oralità in senso proprio: è opera di carattere letterario, e come tale ha
dignità letteraria che non lo pone al livello del poeta, ma allo stesso tempo
non lo pone né sul piano del poeta, né sul piano del dialettico, ma in una via
di mezzo che è quella del poeta disputante.
Allora, di
fatto non parla dell’opinione, perché la sentenza è necessaria, perché ci sia la
disputa deve per forza essere attribuita un opinione differente agli
interlocutori. È interessante il modo in cui Tasso mostra di aver colto le
connotazioni date al carattere dei personaggi: quello che attraverso ciò che i
personaggi dicono ci risulta del carattere di personaggi; di rilievo è anche la
capacità di variare nel contesto del dialogo, perché in ogni dialogo ci sono
personaggi diversi, e quindi personaggi che fanno discorsi diversi. L’esempio è
ancora su Platone, e spiega come Platone tratta il carattere dei personaggi: «
che descrisse nella persona di Socrate il costume di una persona da bene» ricava
poi molti aspetti della figura di Socrate dai dialoghi di Platone.
Messo in
evidenza ciò che intende per costume, ovvero carattere dei personaggi, parla
dell’ultima parte, quella della elocuzione: il modo di scrittura del dialogo, l’elocutio.
Nella partizione della materia segue una partizione canonica, come aveva fatto
per il poema. Sull’elocuzione ci sono pareri diversi: la conclusione cui arriva
il Tasso è che deve avvicinarsi all’eloquenza dell’epistola: non è d’accordo con
chi sostiene che il dialogo si debba adeguare al modo di parlare e che debba
essere dunque in «modo più dimesso rispetto allo storico e rispetto
all’oratorio». Per dimostrare questo si rifà all’uso delle metafore: alla
possibilità che il dialogo, in relazione all’uso anche audace delle metafore, si
innalzi molto in termini di eloquenza, avvicinandosi molto a quello che è
proprio dell’espressione poetica: «nessun colore retorico par che sia rifiutato
da Platone». Ma questo modo di scrittura eloquente ed alto è adatto a tutto il
dialogo? Secondo il Tasso no, perché se il dialogo è imitazione del ragionamento
di un dialettico e tutto fosse posto in rilievo altro, verrebbe compromessa la
chiarezza del disputare: nella parte in cui si disputa, si deve modificare lo
stile: «si conviene in questa parte la purità e la simplicità dell’elocuzione»
quello che conta è la chiarezza, che non ci siano ornamenti che siano di
impedimento che ne rintuzzi l’acume e la sottilità. È importante
l’approfondimento degli argomenti e la sottigliezza. Le altre parti possono
essere ornate.
Elogia poi
Platone per essere stato capace di mettere davanti agli occhi di chi legge,
quello che è proprio della rappresentazione dei suoi dialoghi. Sceglie il
Protagora, e quello che attraverso il Protagora è evidenziato: attraverso i
personaggi, il loro modo di porsi eccetera sembra proprio di vederli. «e ci
piace il passegiar di Protagora e degli altri che lo ascoltavano» eccetera. Il
Tasso, artista, coglie gli elementi espressivi.

 

La
conclusione è una vera e propria conclusio: si riprende la summa del
discorso: riespone in modo chiaro quello che ha ragionato per parti nel
discorso: «abbiam dunque che il dialogo sia imitazione di ragionamento… convenga
la materia».
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