Due pastori amici

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traduzione in endecasillabi della prima ecloga dalle Bucoliche di Virgilio

di Luigi Gaudio

Melibeo:

O Titiro, tu riposando all’ombra

di quel frondoso faggio vai studiando

un boscaiolo canto sul tuo flauto;

abbandoniamo le dolci campagne

e il suolo della patria, che fuggiamo;

tu, o Titiro, calmissimo nell’ombra,

fai risuonare nelle selve ombrose

con la sua eco il nome di Amarilli.

Titiro:

O Melibeo, un dio, che è l’Augusto,

questa graziosa pace mi ha donato: –

e per me certo un dio rimarrà sempre;

si tingerà spessissimo il suo altare

del sangue di un agnello da me tolto.

Col suo permesso, come puoi guardare,

le mie giovenche posson pascolare

e posso or io col flauto ricordare

canzoni, suoni e tutto ciò che voglio.

Melibeo:

Non provo certo invidia, t’assicuro,

ma il cuore mio dalla sorpresa è colto.

Un gran rumor rimbomba per i campi

da ogni parte ed anche io stesso, affranto,

le capre spingo innanzi al mio cammino;

con sforzo questa, o Titiro, trascino:

da poco, tra i foltissimi noccioli,

ha messo due gemelli, mia speranza,

dopo aver partorito su una pietra.

Se avessimo pensato saggiamente

l’avevan già predetto questo male

le querce che dal ciel furon schiacciate.

Ricordo ben, non v’è da dubitare.

Ma, insomma, dicci, o Titiro, qual è

questo gran dio che ha aiutato te.

Titiro:

O Melibeo, quella grande città

che chiaman Roma io consideravo

come questa città, dove scambiamo

le tenere caprette col denaro.

I cuccioli alle cagne comparavo,

le caprettine alle maestose madri;

il grande con il piccol raffrontavo.

Questa città fra le altre s’è innalzata

come i cipressi fra i cespugli bassi.

Melibeo:

Per qual motivo hai visitato Roma?

Titiro:

La libertà lo sguardo mi ha rivolto

benigno, benché tardi sia arrivata,

quand’ ero ormai canuto ed invecchiato

dopo sì lungo tempo guardò e venne

dopo che Galatea mi ha abbandonato

e la bella Amarilli mi ha sposato.

Infatti, finché Galatea mi tenne,

di libertà speranza non mi venne,

né possibilità di risparmiare.

Quantunque dai recinti carne uscisse

e dalle mani mie cacio venisse

per il paese ingrato, io sia impiccato

se con la destra greve son tornato

Melibeo:

Alquanto, o Amarilli, mi stupivo

che tu invocassi mestamente un divo

e che lasciassi pendere – per chi?

i dolci frutti nell’albero, lì.

Da qui lontano Titiro era andato.

Da pini, fonti e arbusti era chiamato.

Titiro:

Che far? Non esser schiavo non potevo,

né altri dei trovare in altro loco.

O Melibeo, quel giovin qui vedevo

per cui ogni anno sopra i nostri altari

per dodici giornate si dà foco.

Qui subito rispose alle richieste:

“Pascete come prima i vostri buoi

ed allevate i tori, miei garzoni”.

Melibeo:

O fortunato vecchio, resteranno

per sempre tuoi quei campi e grandi assai

benché coperti siano, per lor danno,

di sassi in tutta l’area, come sai,

e la palude con fangosi giunchi

circondi tutti i pascoli oramai.

Alle caprette gravide e pesanti

non nuoceranno i campi nuovi e strani

neppur le offenderà il malsan contagio

dei greggi e degli armenti non lontani.

O fortunato vecchio, qui nell’agio

tra i rivi sacri e i fiumi familiari

godrai felice questo fresco ombrato.

La siepe che il prossimo steccato

da un lato come sempre coprirà,

dove le api il salice han mangiato,

spesso a dormire là ti inviterà.

Dall’altro lato ai piedi di un gran masso

all’alba il potatore canterà,

né tuttavia le rauche colombelle

tue predilette, o la tortorella,

di canticchiare mai si stancheranno

dall’alto di quell’olmo, dove stanno

Titiro:

Allor leggieri a vol pascoleranno

nell’aria i cervi e le onde nelle acque

in secco i pesci al lido lasceranno

e, dopo lungo errare, 1’un dall’altro,

berrà il Parto dall’Arari e il Germano

dal Tigri, prima che, dal nostro cuore,

sia cancellato il volto di costui.

Melibeo:

Noi invece di qui andremo, chi tra gli Afri

da sete presi, e chi nella Scizia

presso l’Oassi che la sabbia afferra

o tra i Britanni del tutto divisi

dalla parte restante della Terra.

Ahi, un giorno, dopo innumerevol tempo

stupirmi mai potrò di ritrovare

tra quei paterni campi qualche spiga

mentre rivedo – triste infine – il tetto

della capanna mia di zolle pieno,

quello che un tempo era il regno mio?

Un barbaro soldato può mai avere

questi maggesi così coltivati?

Possederà mai un Gallo queste messi?

Ecco a qual segno la dissolutezza

i tristi cittadini ha trascinato.

Povero Melibeo, innesta ora

i peri tuoi e ordina le viti.

E vado via, mio assai felice gregge

di quel tempo lontano, e via, caprette,

da adesso in poi più non vi scorgerò,

sdraiato lieto nel mio antro verde,

lontano andar, sospese a un duro colle.

Canzoni allegre più non canterò,

o caprettine mie, quando del citiso

o del salice amaro avrete foglie,

il vostro pastorello io non sarò

Titiro:

Malgrado ciò potresti riposare

insieme a me stanotte su un giaciglio

verde di fronde nella mia casetta.

Ho molti frutti e tenere castagne

latte rappreso con grande abbondanza.

E, si intravede già qui, da lontano,

delle capanne fumano i camini

e dalla sommità delle montagne

più lunghe e scure scendono le ombre.

traduzione di Luigi Gaudio (webmaster di atuttascuola)

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