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F. Nodari. “Piovani interprete di Pascal” – di Giovanni Ghiselli

Libri-di-testo

E†uscito da pochi mesi un
bel libro: Piovani interprete di Pascal
(MassettiRodellaEditori, Brescia, ottobre 2012).

Lâ€autrice, Francesca Nodari,
è una studiosa di  valore: collabora alla
cattedra di Filosofia teoretica dellâ€Università Milano-Bicocca, autrice di
altri libri tra cui Il pensiero incarnato in Emmanuel Levinas (Morcelliana,
Brescia 2011 che abbiamo già recensito,  ed è direttore scientifico del Festival Filosofi lungo lâ€Oglio.

Nel Capitolo primo, Miseria e
Deesse, (pp. 11-39)   lâ€autrice fa emergere un confronto tra la
filosofia di Blaise Pascal  (1623-1662) e
quella di Pietro Piovani (1922-1980), “il filosofo italiano della seconda metà
del Novecento al quale dobbiamo unâ€originale teoresi storicistico-esistenziale”[1].
Piovani ha messo a punto un suo storicismo
critico
.

In esso “la conoscenza storica è, si fa coscienza morale”[2], come
pure è un farsi lâ€identità e la
libertà dellâ€uomo: “il mio esser  libero è un farmi libero…Il mio autentico essere è un esistere  perché è un farsi riempiendo il deesse…Lâ€uomo è un dato che si dà”,
scrive Piovani[3].

La conquista dellâ€identità
però, il diventare se stesso, quello che era lâ€imperativo pindarico “diventa
quello che sei”[4], non è un compito sine cura,
ma “appare nel suo aspetto di fatica grave, di pena insopportabile”[5].

Il mio contributo a questo
studio non può che essere il ricordo e la citazione dei classici congruenti.

Nellâ€ultimo libro dellâ€Asino dâ€oro di Apuleio,
dopo lunghi e duri travagli, il protagonista Lucio prega la Regina del cielo,
la luna che gli è apparsa con uno straordinario splendore sulla riva del mare,
vicino a Corinto, e le chiede la fine delle fatiche e dei pericolo corsi nella
sua vita asinina, una vita senza Iside: “sit
satis laborum, sit satis periculorum
”. Quindi la prega di restituirlo alla
forma umana, ai suoi affetti e, dopo tutto a se stesso, al Lucio che è:” Depelle quadripedis diram faciem, redde me
conspectui meorum, redde me meo Lucio
” (XI, 2), stacca da me lâ€orribile
aspetto di quadrupede, rendimi alla vista dei miei, rendimi al Lucio che sono.
Diventare gli uomini che siamo è una grande fatica. Ma il risultato ha un
grande valore. Gli dèi davanti al valore infatti hanno posto il sudore[6].

 

 Piovani cita Amiel che paragona la vita umana
alla sorte di un naufragio del battello dove siamo stati imbarcati con
violenza.

La vita umana come naufragio
si legge nel Satyricon dove il
vecchio poeta Eumolpo davanti al cadavere dellâ€arcipirata monocolo  Lica, dice:”si bene calculum ponas, ubique naufragium est ” (115,
17), se fai bene i conti, il naufragio è dappertutto. Marìa Zambrano afferma
che l’uomo, da quando ha memoria e storia, ha sempre avuto nel fondo dell’animo
il sentimento del naufragio e ricorda che il suo maestro Ortega y Gasset nei
suoi corsi su “La razòn vital” descriveva “la condizione di
“naufragio” come la più umana della vita umana”[7].

Ma
torniamo al libro della Nodari e allo storicismo di Piovani che è critico nei
confronti di quella disposizione statolatrica , di quella storia “hegelianamente intesa” che, per dirla con parole di
Nietzsche, “praticamente si trasforma a ogni istante in nuda ammirazione del
successo”[8].

Lâ€uomo tende a un
trascendimento continuo attraverso un faticoso tentativo dâ€infinitarsi, “in virtù di quellâ€orizzonte de-ontologico[9], che
è mancanza e bisogno”[10].

Lâ€uomo dunque sente questo deesse, questo dei`, questa mancanza di essere, e cerca di trascendersi
“nellâ€intento di elevare a norma la veritas
che lo abita e di impossessarsi della propria soggettività-continuamente experienda– in un moto di perfezionamento
che è moto du cœur[11]”

Quindi giungiamo a Pascal per
il quale lâ€uomo è “qualcosa di mezzo tra il tutto e il nulla. Infinitamente
lontano dal comprendere gli estremi…egualmente incapace  di scorgere il nulla da cui è tratto, e
lâ€infinito in cui è inghiottito ”[12]

Lâ€uomo dunque “ è caratterizzato
da una dinamica di lacerazione, di contrasto, di incertezza, di instabilità che
sembra far capo ad una Stimmung
dominante: la miseria” [13].

Torniamo ai Greci.

Per alcuni versi lâ€uomo di
Pascal ricorda quello di Sofocle che smonta il logos presuntuoso dei suoi
personaggi, in particolare di quello più noto, quando presume troppo di se
stesso e della propria gnwvmh, del proprio intelletto. Edipo si illude, e pecca di
presunzione, di u{bri~ intellettuale, quando dice:”arrivato io,/ Edipo, che non
sapevo nulla, lo[14] feci
cessare/ azzeccandoci con l’intelligenza (
gnwvmh/// kurhvsa” ) e senza avere imparato nulla dagli uccelli”
(vv.396-398).

Nellâ€Edipo a Colono, il protagonista,
scopertosi parricida e incestuoso, trovata e accettata la propria identità, il
proprio destino, trova anche la definitiva dimensione benefica: dalla sua tomba
emaneranno influssi positivi su Teseo e gli Ateniesi che lo hanno accolto
dandogli rifugio.

Edipo, attraverso il dolore, giunge a comprendere la
limitatezza di ogni mente umana, non esclusa la sua. A Colono, il figlio di
Laio è arrivato a pensare come deve pensare un uomo

“Lâ€uomo è manifestamente fatto per pensare; in questo sta
tutta la sua dignità; e tutto il suo valore e tutto il suo dovere stanno nel
pensare come si deve”[15].

Alla fine, Edipo, come altri personaggi di Sofocle,
obbediscono alla prescrizione deifica “conosci te stesso”.

E†la somma delle conoscenze e la conoscenza somma
suggerita anche da Pascal: “Bisogna conoscere se stessi: quandâ€anche non
servisse a trovar la verità, giova per lo meno a regolare la propria vita; e
non câ€Ã¨ nulla di più giusto”[16].

Lâ€uomo pascaliano è tentato di fuggire alla disperazione
attraverso il divertissement, ma in
questo modo rinuncia alla propria dignità “se è vero che la sua grandezza”[17]

 â€œsta in ciò, che si
riconosce miserabile. Un albero non si riconosce miserabile. Si è quindi
miserabili perché ci si riconosce miserabili; ma è essere grandi riconoscere
che si è miserabili”[18].

Altrettanto fa Edipo che non si ferma nellâ€indagine pericolosa sulla
propria nascita, sebbene messo in guardia, avvertito da più voci sullâ€esito
catastrofico della ricerca. E la sua grandezza, riconosciuta da lui stesso, sta
proprio nellâ€avere voluto conoscere e soffrire fino in fondo la propria
identità dolorosa e tragica. Dopo avere attraversato ogni  miseria, ed essersi punito da solo,  il cieco rivendica, appunto,  la propria 
grandezza 
:” i miei mali/nessuno dei
mortali è capace di sopportarli tranne me” ( Edipo re, vv. 1414-1415).

Lâ€uomo “si sottrae alla sua dubbia e carente animalità liberandosene:
nella lotta non rimane simile fra simili in una presunta affinità di natura che
lo condannerebbe, ma ne evade ammettendo la dissomiglianza ed esasperandola con
diversificazione accentuata”[19].
Di nuovo Edipo di Sofocle e pure Antigone che da sola si oppone a un ordine
disumano e

affronta la solitudine e il martirio rinunciando a sposare il principe di Tebe
.

Alla sorella Ismene che le fa notare:” tu hai il cuore caldo per
dei cadaveri gelati”, risponde: ma so di piacere a quelli cui prima tutti
è necessario che io vada a genio (“ajll j oidj ajrevskou~
oi|” mavlisq j aJdei’n me crhv
“, v. 89) mostrandosi di non curarsi
dell’incomprensione della sorella più che delle minacce del tiranno. Questa
ragazza in tutta la tragedia afferma con fierezza la propria diversità.

“Come non avvertire, allora, nella miseria del moi pascaliano l’eco della dura datità
che fa riscontrare al soggetto il fatto di essere un volente non volutosi ? Di più: che cosa rappresenta la mitica
figura del re spodestato[20], se
non” ‘una suggestiva proiezione collettiva del sentimento di rifiuto
dell’essere voluti, che, controllato o sfrenato, vive nelle radici di ognuno?[21]
[22]

ll  paradigma mitico del re
spodestato è il farmakov~, il re che nel corso della tragedia si capovolge a
“medicina umana” il cui allontanamento sarà la salvezza della
città.  Edipo, ancora una volta, quello
di Sofocle che scopre di essere il mivasma contaminatore, e pure
quello di Seneca,  che dice fecimus
coelum nocens,
(Oedipus, 36).

La Nodari
cita ancora Piovani  il quale ammette di
essere “costretto a dire con Nietzsche “Io ho dimenticato perché mai
ho cominciato ad essere”…E’ una realtà che sfugge al mio essermi fatto“. Ma attraverso lo
“scandaglio della rammemorazione”  emergono “alla fine, verità note,
addirittura classiche”. Quindi  “Posso
ripetere una frase delle Confessioni
di Agostino: “Noi non ci siamo fatti”; o, alla luce di uno degli
agostiniani Pensieri di Pascal, posso
osservare l’uomo smarrito nel mondo, in cui sta ‘senza sapere chi ce lo ha messo’
[23].
 

Chi  lo ha messo e gettato nel mondo  Ã¨ proprio l’oggetto della ricerca di Edipo che
a un certo momento, dopo le reticenze di Giocasta che ha già capito tutto e si
è allontanata, dice:“io,
stimando me stesso figlio della Fortuna,/di quella che dà il bene, non rimarrò
senza onore./ Questa infatti è la madre da cui sono nato e nati con me/ i mesi
mi resero piccolo e grande”(vv. 1080-1083). E il coro lo asseconda.

Nel successivo terzo stasimo i coreuti invocano il Citerone, la
montagna  che ha allevato Edipo e le
esprimono riconoscenza per avere svolto le funzioni benefiche di patria nutrice
e madre del bambino abbandonato dai genitori.

Edipo è stato gettato dai genitori sul monte di Tebe dove però poi è
stato salvato dalla compassione di un pastore.

“Lavorando, se così si può dire, sulla nozione pascaliana di divertissement [24],
Piovani[25]
non esita a sottolineare che il deesse,
avendo accettato di essere posto nel circolo dellâ€esistenza, non è da essa solutus : lâ€uomo è gettato, cosa tra le
cose, è un inchoatus che trova la
propria soggettività oggettificandosi nellâ€agire che si eleva a norma”[26].
E qui possiamo citare lâ€Aiace di Sofocle che zittisce lâ€amante Tecmessa (v.
293) la quale non può distoglierlo dalla decisione presa di uccidersi dopo che
ha degradato la propria identità di eroe.

il
Telamonio prima di suicidarsi per non sopravvivere alla degradazione  aggiunge:”ajll j h] kalw'” zh’n  h] kalw'” teqnhkevnai- to;n eujgenh’
crhv
” ma il nobile deve  vivere con stile, o con stile morire.
(vv.479-480). Questa è la sua norma.

Piovani
dunque va “oltre l’Heidegger di Essere
e tempo
che intende”[27]
“riportare l’esserci all’essere” in vista di una Totalità
restauranda”[28]
e “mette capo ad un’etica umanologica”: “L’uomo non è, ma si fa. Si conosce esistente,
verificandosi”[29].

“Un
cogito, che prende sul serio l’azione del subconscio e…che porta il soggetto a
trascendere la propria singolarità oggettificandosi attraverso l’azione”[30]. Mi viene in mente che in greco
“stare bene”  si dice
eu  e[cein (Odissea, 24,
245 p, e). Stare coincide con “avere”, “possedere”, “conoscere”.

Allora “Chi sta nellâ€esistenza non può lasciarsi vivere; deve vivere. Non è, ma si fa. Se non si fa, non
è…E†difficile dissentire da Ortega y Gasset quando, nella Storia come sistema, scrive: “La nota più ovvia, ma anche la più
importante, della vita umana è che lâ€uomo non può fare a meno di star facendo
qualche cosa per sostenersi nellâ€esistenza…La vita che ci è data, non ci è data
fatta: dobbiamo farla da noi, ognuno la sua. La vita è qualcosa da fare”[31].

Il nobile deve vivere con nobiltà o con nobiltà (kalw`~) morire, dice lâ€Aiace di Sofocle
prima di uccidersi (Aiace, v. 479).  Ma forse sarebbe più bello  tradurre 
quel
kalw`~ con lâ€italiano “con umanità”

Ho citato più volte Sofocle, ma se lâ€essere coincide con il divenire,
allora bisogna ricorrere anche a Eraclito, a Euripide con il dionisiaco, e
naturalmente a Nietzsche.

 â€œTutto ciò si definisce con
forza, senza tentennamenti, lâ€essere come mobilità, divenire, continua
trasfigurazione, dissoluzione dellâ€unum
nel molteplice, scomposizione del mondo negato nella sua unità e riconosciuto
nelle sue composizioni, risoluzione dellâ€universo nel multiverso, in base alla
lezione tragica della diagnosi di Nietzsche: “ Lâ€unità non esiste affatto nella natura del divenire”. Lâ€esistere
allora non ha altra condizione per riconoscersi che lâ€angoscia della sua costitutiva precarietà, della sua continua
problematicità di instabile che è in quanto non è ma diviene in contatto
costante con lâ€inesistente”[32].

 Gli ultimi versi delle Baccanti di Euripide, affermano lâ€imprevedibiltà degli eventi da
parte della limitatissima ragione umana. Gli dèi insomma, se pure ci sono,  fanno quello che vogliono e gli uomini non
possono farci niente. Vediamoli

“Molte sono le forme della divinità

e molti eventi in modo insperato compiono gli dèi;

e i fatti aspettati non vennero portati a compimento,

mentre per quelli inaspettati un dio trovò la via.

Così è andata a finire questa azione” ( 1388-1392) 

Questo
finale di 5 versi è topico. Uguale è la conclusione dell’Alcesti, dell’Andromaca ,
dell’Elena e della Medea (con una variazione al  primo verso: “Di molti casi Zeus è dispensatore sull’ Olimpo”, Medea, v. 1415).

Allora l’uomo deve avere una coscienza di sé, deve sapere di che cosa
ha bisogno per diventare quello che è, per diventare uomo.

“E proprio perché l’uomo è deesse, ossia
“bisognosità” e mancanza, che egli deve riconoscere un ordine”[33]

Il
cosmo, lâ€ordine e il ritmo, antonimo di caos, è il massimo oggetto  di ricerca di gran parte della letteratura
greca, a partire da Archiloco[34]
:

 â€œanimo, animo sconvolto da affanni senza
rimedio

sorgi e difenditi dai
malevoli, contrapponendo

il petto di fronte,
piantandoti vicino agli agguati dei nemici

con sicurezza: e quando
vinci, non gloriartene davanti a tutti,

 e, vinto, non gemere buttandoti a terra in
casa.

 Ma nelle gioie gioisci e nei dolori affliggiti

non troppo: riconosci quale
ritmo governa gli uomini. (mh; livhn: givgnwske d j oi|o~ rJusmo;~ ajnqrwvpou~ e[cei, fr. 67 aD).

Al ritmo e allâ€ordine
“lâ€individuo umano obbligatoriamente si riferisce per agire una qualunque sua
attività, per far sì che le sue attività siano se stesse, cioè abbiano ognuna
una loro non confusa individualità, vale a dire siano ordinate in un ordine che
ordini lâ€intera esperienza o parte dellâ€esperienza”[35].  

“Il deesse, che costruisce la storia costruendo se stesso, non può che
cogliersi attraverso la miseria e lâ€inquietudine dellâ€agostiniano Pascal, in un
circolo teso tra dialettica del bisogno e la norma”[36].

Ho concluso lâ€analisi del
primo capitolo e per ora mi fermo poiché il libro della Nodari è molto denso e
ogni pagina dà lo spunto per riflessioni e ampi interventi.

Se ci sarà occasione, proseguirò
più avanti.

Giovanni Ghiselli g.ghiselli@tin.it

[1] F. Nodari, Piovani interprete di Pascal,  p. 11.
[2] F. Nodari, ivi, p. 12.
[3] P. Piovani,  Principi
di una filosofia della morale
, Napoli, 1972 II ed., ivi, 1989 ora in P.
Piovani, Per una filosofia della morale,
cit., pp.697-698.
[4] “gevnoio oi|o~   ejssiv”
(Pitica II,  v. 72).

[5] Piovani Op. e p. citate
sopra.
[6] Questa è una dichiarazione topica: Esiodo 
dice che davanti al valore gli dei hanno posto il sudore: “
th'” d j ajreth'” iJdrw’ta
qeoi; propavroiqen e[qhkan

(Opere, 289).

 Nell’Elettra
di Sofocle la protagonista dice alla
mite sorella Crisotemi: “
o{ra, povnou toi cwri;” oujde;n eujtucei”’” (v. 945), bada, senza fatica niente ha successo.

[7] L’uomo e il divino
, p.65 n. 9.
[8] F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia
per la vita
, cap. 8..

[9] Ricorda Piovani  “il greco dei`
è soprattutto mancare, bisognare: designazione di
unâ€insoddisfazione che chiede necessariamente di essere soddisfatta:
indicazione di unâ€assenza”, 
[10] Natogli, Piovani interprete di Pascal, p. 14.
[11] Natoli, Op. cit., p. 16.
[12] B. Pascal, Pensieri, opuscoli, Lettere, Rusconi,
Milano, 1978. fr. 84  p. 428.
[13] Nodari, Op. cit., p. 16.
Le citazioni di Pascal provengono da B. Pascal, Pensieri, opuscoli, Lettere,
Rusconi, Milano, 19t8. Quella sopra si trova a p. 428.
[14] Intende il flagello della
Sfinge. Nel film di Pisolini Edipo re, il mostro che cade nel burrone, grida:
“lâ€abisso in cui mi getti è dentro di te!”.,
[15] Pascal, Op. cit., fr. 210. p. 522

[16] Pensieri, 173,
[17] Nodari, Op. cit., p. 18.

[18] Pascal, Op. cit., fr. 255, p. 255.

[19] Piovani, Oggettivazione etica e assistenzialismo,
p. 987.
[20]B.  Pascal,, Pensieri, opuscoli, lettere, cit.,
fr. 210, p. 481
[21] P. Piovani, Principi di
una filosofia della morale, cit. p. 681,
[22] Nodari, Op. cit., pp.
19-20
[23] P. piovanio, Principi di
una filosofia della morale, cit. p. 680.
[24] Sul divertimento come fuga dalla propria condizione-la miseria- si
rimanda ai numerosi frammenti; B. Pascal, Pensieri, opuscoli, lettere, cit. pp.
472, s., 478, ss., 482, ss.
[25] Cfr. P. Piovanil, Lâ€etica dello stordimento, in “Nuova
Antologia”, n. 210, gennaio 1976, pp 31-45.. Significativo quanto arriva a dire
Piovani nel seguente passo: “Se, per distrar-si,
lâ€uomo  distrae-sé dallâ€interezza della vita elevando il “perditempo” a una
tetra volontà di liberarsi dal tempo col riempirlo di unâ€esistenza fatta di ore
deliberatamente non-vissute, fermate negli attimi prolungati dalla frivolezza
assunta a un desiderio metafisico di banalizzazione, il momento ludico, che è nobiltà
dellâ€homo ludens , cessa di essere
tale e si converte in ossessione pronta a tutti gli sforzi, a tutte le fatiche,
a tutti i parossismi, a tutte le violenze, pur di evitare che lâ€individuo
rimanga, nel tempo, per qualche tempo solo con se stesso. Il frastuono diventa
una droga morale che non è più giuoco, ma autocondanna a una
disindividualizzazione che ha una terribile serietà. Diventa la maschera
grottesca della disperazione, il certificato lugubre della alienazione” (ivi, p. 37). Lâ€immergersi nel
frastuono  del gregge è lâ€antitesi del
Conosci te stesso di Delfi e del Diventa quello che sei di Pindaro e di
Nietzsche.
[26] Nodari, Op. cit., p. 22.
[27] Nodari, ivi, p. 23.
[28] Piovani, Principi di una
filosofia morale, cit., p. 672
[29] Ivi, p. 673.
[30] Nodari, ivi, p. 23.
[31] P. Piovani; principi di
una filosofia della morale, cit., pp. 703-705.
[32] F. Tessitore, Dialettica
delle forme morali e anti-ontologismi in Pietro Piovani, cit., p. 945
[33] Nodari, ivi, p. 29.
[34] Fiorito intorno alla metà
del VII se. A. C.,
[35] Piovani, Normatività e
società, p. 175.
[36] F, Nodari , ivi, p. 29,
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