Giorgio Gaber (1939 – 2003)

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Introduzione

È bene chiarire subito che l’importanza di Giorgio Gaber non si limita al solo campo musicale. Oltre che cantautore è stato attore, autore teatrale, uomo di cultura ma soprattutto uno spirito libero e critico che ha sempre affrontato con ironia, intelligenza e lucidità le contraddizioni del nostro tempo, sia quelle di carattere personale che quelle di carattere sociale.

La prima parte della sua storia artistica si svolge negli anni ’60, dove si fa apprezzare come chitarrista di jazz e rock. In breve diventa uno dei più apprezzati cantanti italiani, partecipa a festival, vende migliaia di dischi e viene scelto come conduttore di alcune delle più importanti trasmissioni televisive di quegli anni.

Al culmine del successo e della popolarità, agli inizi degli anni ’70, periodo di tensioni e contestazioni sociali, Gaber comincia a sentire il disagio del suo ruolo, avverte il bisogno di un senso diverso e di un rapporto più diretto col pubblico, unito alla voglia di esprimere liberamente le sue idee senza i condizionamenti tipici del mercato discografico e i limiti del mezzo televisivo. La sua scelta è difficile ma coerente e coraggiosa. Inizia la seconda parte della sua vita artistica: si allontana definitivamente dalla televisione e dal circuito discografico e dà vita al cosiddetto “Teatro Canzone”, una formula innovativa che alterna canzoni e monologhi. Questi spettacoli, che Gaber per 30 anni porta nei teatri di tutta Italia con sale sempre esaurite, sono scritti a quattro mani con l’amico Sandro Luporini, affermato pittore viareggino.

Sul palcoscenico Gaber si presenta solo senza alcuna scenografia cantando a volte con basi pre-registrate, altre volte con i musicisti nascosti dietro al sipario. Tutto ciò contribuisce a esaltarne il grandissimo carisma scenico. Nei suoi spettacoli Gaber descrive l’evolversi della società italiana toccando i più svariati argomenti: famiglia, amicizia, sessualità, solitudine, amore, coscienza individuale, ma anche politica, economia, istituzioni, religione, mass-media, ecc.

Ogni argomento viene affrontato con grande onestà intellettuale e portato sul palco con un’energia comunicativa non comune. Gaber e Luporini scavano nella realtà quotidiana senza la presunzione di proporre soluzioni ma con il semplice intento di insinuare il “dubbio” in chi ascolta.

Dal sito giorgiogaber.org

La presentazione di Davide Lajolo allo spettacolo “Far finta di essere sani” – stagione teatrale 1973/74

Caro Gaber,
avrei detto di no al tuo invito se ai tuoi spettacoli non mi fosse sempre accaduto di divertirmi ed emozionarmi. Emozionato e talvolta anche spinto alla polemica perché tu sei diverso, sei un uomo e la discussione è dobbligo.
Questa è anzi la tua cosa più pregnante: quella di aprire sempre un dialogo con le tue canzoni e di obbligare a delle risposte con i tuoi monologhi. Ma cè di più: la tua invenzione che tutto si può difendere, la libertà, la dignità delluomo, lamore, la felicità con la partecipazione.
Questa grossa scoperta che tu canti convincendo di più che attraverso tanti discorsi e prediche, è nata in te dal tuo modo di voler bene e di esprimerti. Sei rimasto loperaio che cesella il suo capolavoro in una fabbrica che ha aperto le porte sulle piazze delle città e dei paesi e sei divertente proprio perché non cerchi levasione o la finale a lieto fine, ma anche quando canti lamore di Maria e ti ostini a parlare di Maria hai tanta umanità che, chi tascolta, si sente preso dalla tua semplicità e anche, lasciamela dire la parola grossa, dalla tua filosofia.
Caro Gaber, lo so che a dirtelo tu abbassi il viso perché sei modesto dentro, ma tu sei un uomo di cultura anche se lunico motivo fosse questo: che ti chiedi costantemente perché stai al mondo. Non è cosa da poco: non lo sanno in molti, soprattutto non se lo chiedono e tu lo ricordi a tutti divertendoli, con le tue canzoni.
Tu sei presente nella società in questo tempo convulso da vivere come sempre quando luomo è arrivato ad una grande svolta. Tu non sei profeta e non dici come avverrà, anzi sotto i colpi di avvenimenti amari ogni tanto le parole delle tue canzoni si velano di pessimismo, ma è destinata a vincere la speranza, la partecipazione, sissignore, la partecipazione di tutti che risolve.
Ti scrivo soprattutto perché sei lamico dei giovani: tu li tratti a muso duro come piace a loro, senza paternalismi perché il dialogo con loro ti è necessario come il fiato, come vivere. Tu sei convinto che i giovani sono già oggi il mondo più umano che costruiranno domani se tutti noi sapremo accompagnarli.
In questo nuovo spettacolo del quale mi hai fatto sentire alcune canzoni, mi pare che la poesia sia sgorgata ancora più limpida. Anche la passione politica, la partecipazione agli avvenimenti quotidiani, la denuncia, il grido di ribellione, la gioia incontenibile della libertà, passano attraverso un riesame approfondito sul piano umano. “Sì, sì, Cambogia, Vietnam, ma io voglio parlare di Maria”.
Cioè la realtà è scoperta alla radice e perciò è più vera, è più toccante. “Far finta di essere sani” è il titolo ma non è che lironia di una lucidissima follia per dire a te stesso e agli altri che decisivo è essere uomini, sempre. Decisivo è lottare ragionando, voler bene a se stessi per capire e voler bene agli altri. Solo così si abbattono gli ostacoli che si frappongono alla breve felicità di cui ognuno ha diritto.
Caro Gaber, verrò come sempre al tuo spettacolo anche per sentire ripetere dalla gente più diversa: è vero, con Gaber ognuno ha un amico in più, un amico che ci dà musica e poesia.

Davide Lajolo (Dal sito giorgiogaber.org)

Dalla copertina del cd “La mia generazione ha perso”

Leleganza inesorabile, la lucidità, l’ironia potente e leggera, la buona creanza nonostante l’intelligenza rivoluzionaria, la sottile gentilezza danimo, la voglia di ridere comunque, la consapevolezza di essere un uomo superiore, la voglia di non fartelo pesare, ma solo intuire, la potenza della semplicità nella sua musica e nella sua esposizione vocale, il non arrendersi alle mode, l’aria consapevole e tollerante per quelli che non sono come lui, l’abbaglianza del suo apparentemente placido intero fanno di Giorgio un essere assolutamente unico, come artista e come uomo.”

Mina

Gaber è sempre riuscito ad interpretare, con sensibilità accorata e profonda umanità lo spirito dei tempi, a porci le domande più gravi ma, contemporaneamente a rinnovare la speranza nelluomo e nella vita. Una speranza che non si affida alle facili ideologie, ma che scaturisce dal cuore e che si mette in mostra, si affaccia timidamente e sorride. Al dischiudersi del terzo millennio, ancora una volta, l’umanità si trova di fronte ad un pericolo mortale. Lo sviluppo scientifico, economico, demografico può provocare entro tempi brevi una catastrofe terrificante. È il nostro comportamento la nostra consapevolezza restando quelli di un tempo gettano un’ombra minacciosa sul futuro.  Per questo egli ci dice noi “siamo tutti preda di un grande smarrimento, di una follia suicida” [nella canzone Verso il terzo millennio”]. Ma, se ripensiamo al nostro recente passato non veniamo forse da un pericolo altrettanto grande, quando le superpotenze moltiplicavano gli arsenali termo-nucleari?  E quali follie ci hanno dato le ideologie ottimiste del ventesimo secolo?  Perciò il nuovo problema non è, in realtà, nuovo, é proprio della condizione umana, della vita, un essere sospesi sul nulla “tra la culla e il cimitero”. Per questo – continuo a citare lui, che lo dice meglio di me – “non è mai finita, tutto quel che accade fa parte della vita”.

Francesco Alberoni

Ha conservato come pochi nel cuore la purezza dellesperienza della contestazione, sentendone nostalgia. Non ha accettato lesistente, non si è rassegnato.

Massimo Bernardini

Una volta ho domandato a Sofri: ma tu ci credevi veramente alla rivoluzione? E lui: forse non ce lo siamo mai chiesti, o avevamo paura di chiedercelo.

Giorgio Gaber

Le freak cest chic” si cantava alla fine degli anni 70. Gaber le scik” se lè tolto anche dal cognome senza cadere nel conformismo dellanticonformista [il suo nome è Giorgio Gaberscik, in arte Giorgio Gaber]. Non è politicamente corretto. Ti urta, ti fa arrabbiare, ma ti costringe a pensare e non è mai completamente condivisibile. I politicamente corretti, alla Jovanotti, han bisogno di barbe e scenografie cubane, immaginette di Madre Teresa e T-shirt del Che: È qui la festa? Un due tre .. casino!”. Cantano genericamente contro la guerra nei Balcani Il mio nome è mai più”, poi vanno a braccetto con chi sostiene quella guerra, gridano Cancella il debito!” e tutti siamo daccordo, ma non muovono un dito per evitare che, con lapertura delle sale Bingo, si indebitino milioni di pensionati. Un ottimo passatempo per anziani, uneccezionale occasione per socializzare” è stato definito il Bingo da un ministro. Il politicamente corretto è lipocrisia del buonismo conformista. Gaber invece è veramente buono e veramente tollerante. La prova: non ha ancora strangolato la moglie Ombretta Colli di Forza Italia.

Antonio Ricci

Ritrovo in questa canzone [Quando sarò capace d’amare] alcune delle mie personali incapacità, inadeguatezze e speranze. Mi fa pensare alla fatica dei ragazzi, molti dei quali nonostante tempi e apparenze sono alla ricerca continua di pensieri alti e adulti come questi. Spero che Quando sarò capace di amare” attraversi anche la loro strada”

Ivano Fossati

“L’appartenenza/ non è un insieme casuale di persone/ non è il consenso a un’apparente aggregazione/ l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé”. Che suggestione in queste parole di Giorgio Gaber! In un popolo sempre il genio illumina aspetti dell’esistenza, assicurando a tutti e a ciascuno una più matura coscienza delle evidenze ed esigenze elementari del cuore. L’appartenenza è un’evidenza naturale: se l’uomo non appartenesse a niente, sarebbe niente. Essa implica naturalmente il fatto che un io, che non c’era, adesso c’è. L’uomo non c’era, dunque è stato fatto da un Altro, così come il cosmo. Per questo l’appartenenza a Dio – il Mistero che fa tutte le cose – è la cosa più evidente che un uomo cosciente deve ammettere, pena il negare se stesso. Ma come si può “avere gli altri dentro di sé” – pare un miraggio – ? Il finale della canzone accenna l’alba di una risposta: “Sarei certo di cambiare la mia vita/ se potessi cominciare/ a dire noi”. Duemila anni fa è risuonato l’annuncio che Dio è diventato uno di noi – l’ebreo Gesù di Nazareth – per farci vivere bene. E’ l’amicizia con Lui a rendere l’uomo capace di realizzarsi nel profondo di una comunione, ciò che compie il desiderio che la genialità poetica di Gaber ha fissato in poche umanissime parole: “Sarei certo di cambiare la mia vita/ se potessi cominciare/ a dire noi”. Grazie.

Luigi Giussani

Strana gente, gente viva questi ciellini. Sono anche venuti qui a casa per discutere con me dopo lo spettacolo, una volta lo facevano i giovani di sinistra”.

Giorgio Gaber

Il potere dei più buoni [così si intitola una canzone di Gaber] è il lamento prorompente della maggioranza invisibile del Paese, quella che regolarmente, costretta un po’ a vergognarsi per aver lavorato e fatto il proprio dovere, soggiace a ogni piccolo e macroscopico diritto di ogni minoranza, a volte protetta anche nella propria illegalità. Sorretto in una visione radical-chic dellimpegno civile e politico da un sentimento tutto italiano, di solidarismo cattolico e di egualitarismo postcomunista. Nobili ideali, pessime applicazioni quotidiane. Non è quello di Gaber, compagno di viaggi e utopie giovanili, un inno alla cattiveria, né allegoismo piccolo borghese, solo una denuncia provocatoria. Una denuncia trascinata da un testo esemplare per efficacia e da una musica appropriata nel suo scandire il crescendo dellindignazione fino al liberatorio con i soldi degli italiani”. Una denuncia che smaschera l’ipocrisia di un certo atteggiamento sociale e politico, critico verso le intolleranze altrui fino al momento in cui non deve fare i conti personalmente con le emergenze, gli immigrati, la delinquenza, eccetera. In un salotto, in una villa, su una bella auto, la forza di gravità del sociale è molto, molto più sopportabile. Di buone intenzioni sotto vuoto, protette nel vetro antiproiettile di una teca, il mondo è pieno. Ma meglio una generosità di facciata, di anime belle , o quella più facile e autentica che cresce, seppur a fatica, lungo le strade del mondo?

Ferruccio De Bortoli

Me lo ricordo, Giorgio Gaber, di quando da ragazzini lo inseguivamo per scroccargli il concerto di autofinanziamento politico, profittando della complicità di Nanni Ricordi, Dario Fo, Gianfranco Manfredi. Lui, estenuato, alla file cedeva. Quella volta il biglietto lo si pagava davvero, e volentieri, non solo per saldare i debiti col tipografo della rivista dal titolo rosso, ma perché lui sapeva esercitare larte di farci sentire coglioni senza offenderci, anzi, sorridendoci, forse addirittura partecipando un po delle nostre passioni. Era di sinistra? Mah Cantava la libertà come partecipazione per poi smentire il nostro entusiasmo portandoci davanti allo specchio di una solitudine disperata. Infine la sua canora divagazione filosofica si trasformava, non sembri poco, in una lezione di buon gusto. È di destra o di sinistra il buon gusto? Fu allora che cominciò a sfuggire alle fatidiche categorie della politica, fino a perdersi nellinseguimento di quella personale, autentica eleganza danimo che consiste nel relazionarsi agli altri con distacco critico e affettuoso rispetto. Grazie, Giorgio, del tuo saggio vivere appartato. La tua generazione ha perso, ma ti ama. Ci hai aiutato a riconoscere linopportunità delleskimo senza bisogno di trasferirci a destra; e ad ammirare certe signore che indossano meravigliosamente il reggicalze anche se sono di sinistra.

Gad Lerner

Nelle canzoni di Gaber i sentimenti, così come i difetti umani, sono rappresentati nella loro essenzialità, finendo per apparire, questi ultimi, grotteschi e mostruosi, ed i primi scandalosi nella loro assoluta innocenza. Lamore non è dunque dedizione ma pretesa, impulso non passivo ed estetico ma desiderio. Il poeta della normalità alla fine si disvela: amore è egoismo.

Gabriele Albertini

Giorgio Gaber, ci aveva già messo sullavviso quando, un paio di anni fa, ci avvertiva: La decadenza che subiamo / alla lunga modifica il tuo metabolismo”. Forse non gli abbiamo creduto, o abbiamo sottovalutato il pericolo e non ce ne siamo difesi. Ed ora con Lobeso” ci mette di fronte alla nostra trasformazione: siamo costretti a divorare di tutto, il bene e il male, il buono e il cattivo, i soldi e i sentimenti, affetti da una sorta di mostruosa bulimia che non prevede scelte o preferenze. Siamo tutti obesi”. Ma chissà che qualcuno di noi non abbia finalmente la capacità di fermarsi  (magari per vomitare, che talvolta è un esercizio salutare).

Miriam Mafai

Ci deve essere una ragione se, passati dieci anni, da quel dannato scioglimento del PCI, la sua mancanza, il vuoto di quello che Pier Paolo Pasolini chiamò un paese nel paese, ci viene rappresentato in una ballata [n.d.r. Qualcuno era comunista”] piuttosto che in un libro di storia o in una storia politica. Forse larte, limmaginazione possono vestire il lutto, quando ancora esso non è elaborato, più della dottrina. O, forse, una nostalgia struggente prende una forma poetica perché solo così può rinviare di nuovo ad un sogno che (ancora) non ha preso il corpo di una storia futura. Qualcuno era comunista e adesso rivive nella voce di Gaber, nella musica, in tutti quei perché e in quei malgrado. Sono storie di donne e di uomini vivi, di una vita, di un frammento, di una grande politica, di un tic. Compongono la storia di un popolo. Cè un popolo quando ci sono le tavole; cè un popolo quando si passa tra le acque che si separano, verso la terra promessa. E quando cè un popolo, dentro ci sono insieme miserie e nobiltà (danimo). Quante volte abbiamo ascoltato le ultime strofe della canzone e provato unemozione, come ascoltando lautobiografia di una generazione. Lo dobbiamo ad un artista di talento, un artista che amiamo, che ci ha spesso costretti al rasoio della cultura critica e dellironia. Qui, come in una sospensione, cè un abbandono, tanto grande è il rimpianto e lamputazione di noi. E ora? ora è il tempo della pena. ma, domani, quelli ritorneranno.

Fausto Bertinotti

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