Il pensiero politico dell’illuminismo

Pubblicità

Sharing is caring!

Pubblicità

Il pensiero politico dell’Illuminismo

 Studio della società e dei sistemi politici che portano alla formazione dei diritti umani.

La cultura illuministica ha diffuso nella società intellettuale del tempo la coscienza di diritti umani quali uguaglianza, libertà, dignità della persona, proprietà privata che appartenevano alla tradizione umanistica e che erano in profondo contrasto con i principi politici, giuridici, sociali e culturali allora vigenti. Gli illuministi cercano di applicare questi principi nei vari campi della società convinti che, applicare questi temi, porti un contributo per il progresso della società. Lo strumento per realizzare tutto questo è la ragione.

L’Illuminismo elaborò una politica a sostegno dell’ascesa di una nuova borghesia finalmente cosciente dei propri compiti e che non voleva più essere soggetta al potere dei ceti nobiliari ed ecclesiastici dell’ancien regime. In politica, gli illuministi, fecero riferimento agli studi di due filosofi inglesi del 1600: Hobbes e Locke. Questi filosofi partono dalla teoria del contrattualismo, l’idea cioè attraverso la quale l’uomo esce dallo stato di natura ed entra nella società civile attraverso un patto sociale, un contratto tra gli uomini e il potere politico. Però si rendono conto che in questo stato di natura a loro conviene che ci sia un governo che deve tutelare gli uomini che formano lo stato. Tutto questo avviene attraverso il patto sociale che deve tutelare e difendere i cittadini. In Hobbes il contattualismo condusse alla giustificazione dell’assolutismo, in Locke servì a delineare le basi dello stato di diritto e della concezione politica liberale.

 

·         Thomas Hobbes

Hobbes sostenne nelle sue opere politiche, in particolare nel “Leviatano” (1651), che gli uomini agiscono spinti dalla ricerca egoistica del proprio piacere e che pertanto, nello stato di natura, prima cioè del potere e della legge, si trovano in una situazione di guerra generalizzata, nella quale ogni uomo diventa come un lupo per gli altri uomini (Homo hominis lupus). Ha quindi una visione pessimistica dello stato di natura. Gli uomini, essendo però dotati di ragione, si rendono conto che questa situazione mette in pericolo la loro stessa sopravvivenza: per garantirsi la vita, gli uomini decidono di sottomettersi volontariamente ad un potere vincolante che deve imporre a tutti la sua autorità e la sua legge. Il potere dello Stato è perciò un potere assoluto al quale nessuno ha il diritto di opporsi. Tuttavia, esso ha origine puramente umana e si giustifica non più per virtù divina, bensì in nome della ragione e dell’interesse pratico: quello di garantire l’ordine e la pace. L’uomo non deve obbedire allo stato perché è giusto, ma deve obbedirgli perché gli conviene.

 

·         John Locke

Locke, nei suoi due “Trattati sul governo civile” (1683-1689), sostenne che già nello stato di natura gli uomini sono in grado di condurre una vita associata e godono dei diritti alla vita, alla libertà, alla proprietà e ai suoi frutti. Tuttavia, egli riconobbe che possono nascere dei conflitti tra i singoli e che, fino a quando non esiste un’autorità riconosciuta, ognuno tende a farsi giustizia da sé. Per rimediare gli uomini si uniscono e attraverso un patto, danno vita ad uno stato che ha come compito principale quello di garantire a ciascun cittadino il pieno godimento dei diritti naturali, nel rispetto di quelli altrui. Questo patto poggia sul consenso dei cittadini e non prevede una sottomissione assoluta al potere dello stato. È un patto che obbliga lo stato al rispetto dei diritti dei cittadini. Esso governa con il consenso della maggioranza ed ognuno è obbligato ad obbedire se vuole continuare a far parte della comunità. Locke prevedeva la divisione dei poteri dello stato (esecutivo, legislativo, giudiziario) che garantisce meglio i cittadini dalla tirannia. Riconosceva il diritto dei cittadini alla ribellione, qualora lo stato fosse venuto meno al suo compito di tutela dei diritti umani, non rispettando le opinioni particolari, non praticando la tolleranza religiosa e usurpando la proprietà privata. Dalla prospettiva politica di Locke derivava un modello di società tollerante e liberale, nella quale la stabilità e l’ordine sociale risultano dall’equilibrio tra le esigenze individuali e quelle collettive.

 

·         L’Illuminismo nel 1700

Queste teorie, nel corso del 1700, ebbero grande fortuna in quegli stati dove maggiore era stato lo sviluppo sociale ed economico, ma soprattutto dove la borghesia era forte (Francia, Olanda, Milano, Firenze, Vienna, Berlino…)

Questi studi furono il punto di partenza per i filosofi illuministi, soprattutto francesi. I loro studi sullo sviluppo della società hanno come obiettivo quello di elaborare un sistema politico che garantisce la tutela dei diritti umani. Gli illuministi, almeno all’inizio, vanno contro l’assolutismo.

Due sono gli orientamenti che si svilupparono tra i pensatori illuministi:

–        il costituzionalismo, che è un filone soprattutto teorico che troverà la sua realizzazione prima in America (con la Rivoluzione Americana) e poi in Francia (con la Rivoluzione Francese), nella seconda metà del 1700. Sostiene che il potere non deve essere esercitato in modo dispotico, ma deve rispettare la libertà dei cittadini, con la divisione dei poteri;

–        il dispotismo illuminato, si sviluppa invece nella prima metà del 1700. Molti illuministi, tra cui Voltaire, poiché i privilegi nella società erano ancora molto diffusi e poiché la maggior parte della società non era illuminata, riconoscevano e ammettevano come forma di governo l’assolutismo, guidato però dalla ragione. Questo stato illuminato doveva realizzare lo sviluppo sociale evitando rivolte pericolose. «Tutto per il popolo, ma non tramite il popolo», scriveva Voltaire. Il progresso deve compierlo lo stato. Questo modello ha prodotto riforme sociali ed economiche, fatte dal potere assoluto, sotto la guida dei borghesi illuminati. Le riforme servirono per far avere maggiori privilegi agli uomini. I sovrani che attuarono questo furono: Federico II di Prussia, Maria Teresa d’Austria…

Sul piano degli studi, della filosofia, importanti sono Montesquieu e Rousseau.

 

·         Montesquieu

Appartiene alla nobiltà di toga, scrive nel 1721 un romanzo epistolare “Le lettere persiane”, in cui fa molte critiche contro il sistema politico francese e sulla chiesa. Dopo una serie di viaggi nel 1748 pubblica “Lo spirito delle leggi”, in cui fa un’analisi concreta dei diversi ordinamenti statali partendo non da principi astratti (morali, religiosi, filosofici), ma analizzandoli su basi concrete, cioè mette in rapporto il sistema politico con l’economia, il clima, l’ambiente che determinano la società politica. Fa quindi un’analisi empirica, cioè che per dire se una cosa è giusta o sbagliata bisogna analizzarla in modo pratico. Questo metodo è una novità, anche perché prima gli storici parlavano dei paesi in senso astratto. Montesquieu vuole fondare una scienza della società, della politica. Le leggi e i sistemi politici, secondo Montesquieu, vengono creati dagli uomini per i loro bisogni pratici e variano a seconda dei vari contesti in cui si formano:

–        il dispotismo, senza leggi e regole, è tipico dei popoli dove il clima è molto caldo. I popoli diventano deboli e si sottomettono al potere;

–        la repubblica, quel governo in cui il bene comune prevale sugli egoismi individuali, è tipica delle terre e dei popoli del nord;

–        la monarchia è il sistema politico più diffuso dove una sola persona governa, ma dove ci sono anche leggi. È tipica dei grandi popoli dell’Europa temperata.

Montesquieu condanna il dispotismo e ritiene che i diritti dei cittadini sono garantiti, quando c’è la divisione dei poteri e l’equilibrio tra le diverse forze sociali. Questo modello, secondo Montesquieu si è realizzato nella monarchia britannica. La legge in questo sistema è fondamentale ed è ciò che determina la libertà dei cittadini. In uno stato sociale la libertà coincide con la legge.

Rispetto alla Francia, disapprova l’accentramento della corona e sottolinea l’importanza di corpi intermedi, cioè delle istituzioni dotate di poteri autonomi come i parlamenti locali, per moderare il potere monarchico. È un anticipo del federalismo. Valutato così, Montesquieu, sul piano delle dottrine politiche, è riconducibile al costituzionalismo liberale.

 

·         Rousseau

È un filosofo ginevrino, che scrive nel 1762 il “Contratto sociale”. Il pensiero politico e sociale di Rousseau è molto più polemico, ricco di progetti, anche contraddittorio e utopistico rispetto ai filosofi francesi e inglesi, ma è più moderno. Rousseau segna un po’ il tramonto dell’Illuminismo e l’ascesa del Romanticismo. Egli ridimensiona l’idea del progresso e la svaluta. Per gli illuministi, il progresso era buono, era benessere. Per Rousseau il progresso non è da considerarsi portatore di felicità, di benessere, ma come fonte di corruzione morale. In Rousseau si vedono aspetti della cultura tipica del 1900 (come l’alienazione). Scrive Rousseau: «Prima che l’arte educasse le nostre maniere, i nostri costumi erano rustici ma naturali … oggi nei nostri costumi regna una vile e ingannevole uniformità (conformismo) e tutti gli spiriti (personalità, carattere) sembrano usciti dalla stessa forma (a causa della società) … si seguono sempre le usanze ma mai il proprio genio (spirito, carattere dell’uomo) … non si ha più il coraggio di apparire come si è; e in questo stato di perpetua costrizione, gli uomini che formano il gregge a cui viene dato il nome di società faranno sempre le stesse cose …». Per Rousseau gli uomini, nati liberi, sono corrotti dalla società che produce ingiustizie a causa della proprietà privata. Quindi ci si allontana dalla natura e l’uomo diventa infelice. La soluzione sarebbe quella di tornare allo stato di natura all’interno dello stato civile. Bisogna fare un nuovo patto sociale «per formare uno stato che difenda e protegga la persona e i suoi beni, uno stato in cui l’uomo unendosi agli altri obbedisce a sé stesso, uno stato in cui l’uomo sia sovrano, ma anche suddito». Per fare questo bisogna agire:

–        a livello individuale, rivedendo il sistema educativo e l’educazione dei giovani, tenendo lontano il fanciullo dai mali della società e favorendo la crescita di una personalità libera e autonoma;

–        a livello politico, Rousseau è nemico sia dell’assolutismo con i suoi privilegi, sia della nuova società liberale, borghese che sta nascendo. Contesta il sistema liberale perché alla fine difende le libertà dell’individuo, la proprietà privata, la ricca borghesia più che il benessere comune. Vuole creare le condizioni dello stato di natura nello stato sociale, questo per ritrovare la libertà che l’uomo aveva perso prima. Il modello politico che apprezza è quello di una democrazia diretta in cui la sovranità sta nel popolo. Anche lui parte dal contrattualismo. Lo stato nasce da un contratto tra tutti i cittadini, che rinunciano alla loro libertà individuale ed egoistica per difendersi i diritti di ciascuno. Secondo Rousseau la sovranità, che è unica e indivisibile, appartiene al popolo che la esercita in forma diretta. Dalla sovranità dipendono le leggi, le istituzioni che nel suo modello le vuole revocabili. Il cittadino è sovrano perché partecipa all’attività del corpo politico, ma è anche suddito perché obbedisce alle leggi votate da questo corpo politico di cui fa parte. Tutto questo sistema è illuminato, governato dalla volontà generale, che non è la volontà di tutti o di una maggioranza, bensì l’espressione del bene comune che c’è in ogni uomo, superando l’egoismo. Infatti, in ogni uomo c’è una parte irrazionale e una razionale che domina quella irrazionale e che sa cogliere il bene per se stesso e per gli altri. Gli uomini possono superare l’egoismo e operando per il bene comune esprimono la volontà generale attraverso le leggi. Lo stato guidato dalla volontà generale ha il compito e il dovere di difendere la vera libertà dei cittadini. Per realizzare il bene comune, lo stato ha il diritto di sottoporre a se i cittadini.

Rousseau è uno dei padri della democrazia, ma ci sono aspetti contradditori: eliminando la libertà individuale, Rousseau non spiega come la volontà generale si realizza all’interno del governo, il quale può essere anche esercitato da minoranze di devoti al bene comune in modo dittatoriale. In questo modo lo svuotamento dei diritti individuali di fronte alla volontà della collettività apriva pericolose strade a soluzioni politiche radicali, fino ai totalitarismi.

 

Il pensiero religioso dell’Illuminismo

 

Tutti gli scrittori illuministi hanno polemizzato aspramente contro le varie chiese. Queste chiese erano contrarie alla religione e all’esperienza. Si rimanda all’empirismo. Contestano il principio che non c’è moralità slegata dalla religione. Soprattutto gli illuministi accusavano le chiese di avere censurato le coscienze, di avere causato le lotte di religione, e le accusavano di essere strumento per il dispotismo; c’è un’alleanza, quindi, tra trono e altare. Queste accuse le facevano tutti gli scrittori, però la maggior parte non era atea. La posizione prevalente verso la religione fu quella del deismo, nato in Inghilterra da Herbert di Cherbury (1582-1648). Il deismo crede che esista una forma di religione naturale presente in tutti gli uomini. In ogni uomo sono presenti delle verità religiose fondamentali: l’esistenza di Dio, che Dio è creatore e architetto del mondo, che l’uomo sa distinguere da solo ciò che è bene e ciò che è male senza che ci sia una chiesa che con la sua dottrina ti spieghi ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Nel deismo è l’uomo che protegge la sua vita, non c’è la provvidenza.

Locke è un seguace del deismo. In Francia Voltaire, Diderot e d’Alembert (questi ultimi hanno organizzato la prima enciclopedia della storia) sono deisti. Anche Rousseau, che diceva che «la religione è una necessità insopprimibile dell’animo umano» è un seguace del deismo.

Ci sono stati, però, altri pensatori che hanno rifiutato ogni forma di credenza religiosa e sono approdati a una forma di materialismo: gli atei. Secondo loro, la realtà naturale è del tutto autonoma, autosufficiente, non c’è nulla che l’abbia creata, nulla che regoli il proprio processo, non c’è Dio visto come creatore. La materia è esterna, da se stessa trova il proprio inizio e il suo sviluppo. I più famosi atei sono: Pier Bayle, La Mettre, il barone d’Holbach. Gli atei sostenevano che la morale e la religione dovevano essere divise, che si poteva fare del bene anche senza la religione. Una società d’atei sarebbe stata più giusta, di una società fiduciosa nell’amore e nell’intervento di Dio. La fede in Dio era un ostacolo per il progresso e come strumento di giustizia.

Queste idee hanno avuto un effetto pratico?

Nelle riforme dei sovrani illuminati si trova qualcosa di questa polemica. Furono combattuti e limitati i privilegi del clero (diritto d’asilo, eliminati i tribunali ecclesiastici e l’inquisizione, il monopolio religioso sull’istruzione, ridotti gli ordini ecclesiastici). Emerge quindi l’idea di uno stato laico. C’è da dire che alcuni sovrani hanno fatto queste riforme non perché credevano in quei principi, ma per avere più potere togliendolo alla chiesa.

 

 

 

Il pensiero economico dell’Illuminismo

 

In politica, gli illuministi hanno cercato di regolare la società secondo i diritti naturali dell’uomo (libertà, proprietà privata, uguaglianza…). Così succede anche nella sfera economica.

Volevano abbattere ogni ostacolo alla libertà del lavoro e del commercio pensando che questa libertà naturale avrebbe stimolato la produzione, regolato il commercio e fatto diventare più ricchi gli uomini e le nazioni.

Qual è la dottrina economica prevalente?

Era il mercantilismo, che viene fortemente criticato dagli illuministi perché è contrario al benessere, alle loro idee, è un ostacolo per l’uomo e la ricchezza. Oppongono quindi al mercantilismo, nuove dottrine:

–        la fisiocrazia (dominio della terra), nasce in Francia e il teorico era François Quesnay. Secondo i fisiocratici, la prima causa di ricchezza di una nazione è l’agricoltura. Ritenevano che il commercio non era un’attività produttiva, perché non fa altro che scambiare ricchezze già esistenti. Le sole attività che danno dei beni nuovi sono l’agricoltura e le attività estrattive. La natura è la vera fonte di ricchezza per un paese. Sono contro il commercio, perché era la fonte principale del mercantilismo. Se la natura è la vera fonte di ricchezza è lei che guida la vita sociale. Gli uomini devono uniformarsi alle leggi della natura, farle riconoscere ai cittadini, ai sovrani che devono fare le leggi in base alla natura. Lo stato deve sviluppare il settore primario, promuovere la proprietà privata della terra, consentire che i prodotti circolino liberamente senza tasse; aumenta così la produzione, la fame e le carestie sono sconfitte, migliorano i profitti e le tecnologie. Di fatto molti sovrani si sono ispirati nelle riforme ai principi fisiocratici (Francia, Milano, Firenze, Napoli). Tuttavia questo non ha evitato la fame, le carestie e le crisi economiche dei paesi. Non basta quindi la libera iniziativa per sconfiggere questi aspetti negativi. Ad esempio, in Francia il sistema dei trasporti era debole, rimanevano i privilegi, la pressione fiscale, una divisione delle proprietà semifeudale. Le leggi fisiocratiche hanno quindi un debole risultato;

–        il liberismo classico il cui fondatore è Adam Smith (1723-1790). Anche i liberisti classici vogliono ridurre l’economia all’ordine della natura e vogliono opporsi al mercantilismo che non segue la natura. Secondo Smith lo stato non si arricchisce attraverso interventi per avere la bilancia in attivo, come diceva il mercantilismo, o non si arricchisce potenziando l’agricoltura, bensì soltanto consentendo a ciascuno di fare il proprio interesse. Il libro dove troviamo i fondamenti della sua teoria è “La ricerca sulla natura e sulle cause della ricchezza di una nazione” (1776). Smith sostiene che la vera fonte di ricchezza è il lavoro che è tanto più produttivo, quanto più esso è differenziato. Smith è anche un filosofo e parte come tutti, per i suoi studi, dall’uomo. Per lui l’uomo è egoista. In economia vuole comprare a prezzo più basso e vendere al prezzo più alto. Ma siccome tutti si comportano così nel sistema economico, si forma da sé un equilibrio, un’armonia. Secondo lui esiste una mano invisibile (che è la concorrenza) nell’economia che trasforma l’interesse individuale in benessere generale. Questa mano invisibile agisce attraverso la libera concorrenza che impone che le merci siano prodotte a un prezzo giusto e secondo le esigenze del mercato. Se un produttore produce un bene che ottiene successo, il profitto che ne ricava è come un premio per avere fatto un buon servizio alla comunità. Se invece produce un bene che non è utile o a prezzo troppo alto, il mancato guadagno è come una punizione per non avere reso un buon servizio alla comunità. Lo stato, secondo Smith, non deve intervenire nel sistema economico. Non deve condizionare il meccanismo della mano invisibile. Ma esso deve garantire le condizioni perché il mercato possa svolgersi: pace, ordine, sicurezza e dare libertà d’iniziativa agli uomini. Smith era consapevole che la libera iniziativa privata avrebbe avvantaggiato quelli che possiedono grandi capitali. Però pensava che i grandi produttori avessero interesse che la maggioranza della popolazione vivesse nel benessere, Cercava di equilibrare il sistema. Il problema della giustizia sociale (uguaglianza) non l’hanno risolto e da questo problema altri pensatori (Rousseau) si sono opposti al liberismo, già all’interno dell’Illuminismo, ponendo le basi del Socialismo. Rousseau, che aspirava al bene comune, riteneva che lo stato dovesse intervenire nell’economia per frenare gli egoismi, gli interessi individuali, attraverso delle leggi, delle regole. Proponeva che per distribuire maggiore ricchezza bisognasse agire attraverso un sistema fiscale senza abbattere la proprietà privata.

di Luca Colombo

Pubblicità
shares
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: