Il piacere e la crisi dell’estetismo

Il piacere: l’apice e la crisi dell’estetismo

Ben presto però D’Annunzio si rende conto che l’esteta, in lotta contro la borghesia in ascesa, non ha la forza di opporvisi realmente; il culto della bellezza si trasforma in menzogna. Nel suo primo romanzo, il piacere” (1889) l’autore si ritrae con l’esteta Andrea Sperelli, dominato dalla finzione. Egli intrattiene un rapporto ambiguo con gli oggetti e le persone che lo circondano: infatti, l’eroe è diviso tra due immagini femminili, Elena Muti che incarna l’erotismo lussurioso e Maria Ferres la donna pura che rappresenta l’occasione di un riscatto e di un’elevazione spirituale. Ma in realtà l’esteta mente a se stesso: la figura della donna angelo è solo oggetto di un gioco erotico più sottile e perverso, fungendo da sostituta di Elena, che Andrea continua a desiderare e che lo rifiuta. Andrea finisce per tradire la sua menzogna con Maria, ed è abbandonato da lei, restando solo con il suo vuoto e la sua sconfitta.

L’autore orienta i lettori verso una sbalordita ammirazione per il bello: il piacere” non rappresenta il definitivo distacco di D’Annunzio dalla figura dell’esteta.

di Francesco Avolio

Audio Lezioni su Gabriele D’Annunzio del prof. Gaudio

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