La Trieste di Saba

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dalla tesina “Immagini della città nella storia e nella letteratura”

LORENZA SANDRIN   –      A.S. 2001-2002

TESINA PER L’ESAME DI STATO

Trieste

Trieste che fino al 1918 fu parte dell’impero Austro-Ungarico, è sempre stata un crogiolo di razze in cui convergono tre civiltà diverse tra loro: quella italiana, quella tedesca e quella slava. Ma lingua e cultura a parte, Trieste fu sempre, come ammette lo stesso Saba, per ragioni di storia naturale dalle quali la città come gli individui non possono evadere, una città cosmopolita. L’ambiente triestino permise uno stretto rapporto con la cultura mitteleuropea, che tra Otto e Novecento è tra le più vive del mondo, non solo nel campo letterario, ma anche nel pensiero filosofico, scientifico, nella musica e nelle arti figurative.

Le origini triestine di Saba, hanno avuto come conseguenza, di farne, almeno agli inizi, un arretrato: infatti dal punto di vista culturale, nascere a Trieste nel 1883, era come nascere altrove nel 1850. Quando il poeta era ancora giovanissimo e già in Italia, come in tutto il resto del mondo, si preparavano o erano in atto esperienze stilistiche di ogni genere,la città di Saba era ancora, per quel poco che aveva di vita culturale, ai tempi del Risorgimento: una città romantica.

Casella di testo:  L’avvio della grande tradizione culturale di Trieste coincide, come è noto, con il crollo dell’Impero Austro-Ungarico e con il conseguente decadimento dell’economia locale. Una nuova stagione di particolare vivacità sia culturale sia politica, si visse durante il corso degli anni Trenta, nel contesto della dittatura fascista, l’epilogo della quale aprì una dolorosa stagione per la città e per la regione Venezia Giulia: quella legata all’esodo delle popolazioni istriane. La perdita, dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, dei territori un tempo appartenuti all’Italia decretò la fuga degli italiani da quelle terre che ora si ritrovavano ad essere sotto il dominio jugoslavo. A tale vicenda corrisponde un profondo mutamento del profilo umano e sociale della regione e di Trieste, che diventa la prima logica tappa dell’esodo istriano e, in moltissimi casi, anche la meta definitiva. L’incontro tra i triestini e gli istriani non è privo di incomprensioni, di attriti e di problemi di varia natura: la reazione degli abitanti della città è spesso ricca di perplessità e talora anche marcata da alcuni inquietanti risvolti di insofferenza. Eppure, nonostante tutto, l’incontro proprio a Trieste della tradizione cosmopolita della città con l’eredità culturale dell’Istria ha operato un’ importante funzione di sintesi storica dell’italianità adriatica, accogliendo e facendosi prosecutrice di aspetti culturali che andavano attenuando o che stavano tramontando definitivamente.

Umberto Saba

Casella di testo:

Trieste è tra i temi in assoluto più cari a Saba, un tema che si estende, pur attraverso modi e prospettive ogni volta differenti, da un capo all’altro del Canzoniere. Il poeta ama Trieste quasi al di là del fatto che sia la sua città: è il luogo fresco che brulica di vita intensa, il luogo aperto sul porto, sul mare che in continuazione ne rinnova il sangue in una sorta di perpetua giovinezza.

Saba intrattiene con la sua città un rapporto tutto speciale: l’ama in se stessa, nelle sue vie, nei suoi colori, nella brulicante umanità dei suoi vicoli oscuri e del suo porto (Città vecchia): qui il poeta ritrova la pienezza di quella calda vita di cui fece prima esperienza nella solidarietà forzosa della caserma.

Trieste è per Saba un luogo privilegiato anche per il suo carattere contraddittorio: è una città portuale, aperta, disinibita e sempre giovane di vita nuova e fresca, e al tempo stesso è una città riservata e diffidente, graziosa di una grazia scontrosa e acerba (Trieste).

In questa contraddizione Saba ritrova la contraddittorietà della propria anima, tesa a immergersi nel flusso della calda vita della folla, e assieme bisognosa di isolamento, orgogliosa della propria solitudine.

Trieste è anche un’inesauribile fonte di poesia; di quella poesia delle cose semplici e concrete, un serbatoio di nomi di uomini, di donne, di vie, di piazze, in ciascuna delle quali Saba riflette e ritrova una parte di sé: come in Tre vie, una lirica in cui a ciascuna strada corrisponde un preciso stato d’animo del poeta.

Trieste

Dalla raccolta “Trieste e una donna” (1910-12)

Metro: strofe irregolari de endecasillabi, settenari e quinari. Alcune rime baciate.

 

Casella di testo:  “Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

 

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,                                              

è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.”

 

Analisi

Trieste” è la prima poesia di Saba che testimonia la sua volontà di cantare Trieste proprio in quanto tale, e non solo come città natale. Saba ama osservare la realtà che gli sta attorno, che lo circonda. Nella prima strofa il poeta descrive la strada in salita che conduce alla collina affollata, vivace, rumorosa all’inizio e sempre più solitaria alla fine. Sbocca in un piccolo spazio chiuso da un muricciolo, “un cantuccio” che segna il confine della città e lì il poeta siede solo ma non diviso dal mondo che ama. Un mondo paragonato a “un ragazzaccio aspro e vorace”: Trieste diventa un personaggio vivo e autonomo. Il ragazzo possiede una grazia innata, una bellezza spontanea e naturale; i suoi occhi azzurrini, che riflettono il colore del mare di Trieste, evocano tenerezza. Le sue mani sono grandi per un gesto gentile ma dietro questa apparenza si nasconde una grande dolcezza. Questo contrasto viene identificato dal poeta come un amore tormentato dalla gelosia. Dall’alto dell’erta che gli consente di guardare e di abbracciare tutta la sua città, gli pare che “ogni chiesa, ogni via”, “l’ingombra spiaggia” e “la collina”, siano tutti suoi e vivano in lui, avvolti nell’ “aria natia”. Dal suo posto il poeta osserva la vita intorno senza farne parte, ma senza neppure sentirsi estraniato. Sa di poter trovare nella città uno spazio adatto alla sua vita “pensosa e schiva”. Dal punto di vista lessicale si può notare come Trieste nella prima strofa venga identificata con il termine “la città”, nella seconda assume il nome proprio e nella terza “la mia città”.  Questa differenza serve a indicare il passaggio da una visione oggettiva a una soggettiva.

 

Città vecchia

Da “Trieste e una donna”

Metro: endecasillabi, settenari, quinari. Rime incrociate (ABBA)

 

Casella di testo:

1                          Spesso, per ritornare alla mia casa
2                          prendo un’oscura via di città vecchia.
3                          Giallo in qualche pozzanghera si specchia
4                          qualche fanale, e affollata è la strada
5                          Qui tra la gente che viene che va
6                          dall’osteria alla casa o al lupanare[1],
7                          dove son merci e uomini il detrito
8                          di un gran porto di mare,
9                          io ritrovo, passando, l’infinito
10                        nell’umiltà.
11                        Qui prostituta e marinaio, il vecchio
12                        che bestemmia, la femmina che bega[2],
13                        il dragone[3] che siede alla bottega
14                        del friggitore,
15                        la tumultuante giovane impazzita
16                        d’amore,
17                        son tutte creature della vita
18                        e del dolore;
19                        s’agita in esse, come in me, il Signore
20                        Qui gli umili sento in compagnia
21                        il mio pensiero farsi
22                        più puro dove più turpe è la vita.

[1] casa di appuntamenti, bordello
[2] litiga rumorosamente
[3] marinaio
 

Analisi

Questa poesia può essere considerata complementare a quella precedente “Trieste”. Alla ricerca della solitudine e alla visione cittadina che si offre dall’alto, si sostituisce qui l’immergersi in un’oscura via di città vecchia (v.2), in una strada del quartiere del porto affollata dalla vita di ogni giorno. La descrizione del fascino di questa città non è fatta con l’animo del visitatore, non è una pagina di giornale di viaggio, ma è possibile avvertire nella lettura l’affetto di chi vive in questa città, e la sente sua. Saba affermò infatti “Non so, fuori di lei pensar gioconda/ l’opera, i giorni miei quasi felici,/ così ben profondate ho le radici/ nella mia terra”. Egli ama tutta la sua città: nei suoi vicoli, nelle sue osterie, nel suo ghetto, nel suo porto.

L’inizio della poesia dà l’impressione di voler predisporre l’inizio di una storia. C’è un personaggio, un possibile protagonista; c’è un ambiente apparentemente anonimo ma ricco di connotazioni (città vecchia, una via oscura, qualche pozzanghera, qualche fanale, folla nella strada); c’è infine l’indicazione d un comportamento abituale, per cui il personaggio è subito visto come legato all’ambiente (vv.1-4). Successivamente la scena si anima: sembra cominciare una storia, sembra che dovrà succedere qualcosa all’esterno, ma poi tutto converge sul personaggio protagonista. (vv.5-10). Vengono presentate le diverse personalità che popolano i quartieri della città, nelle quali il poeta avverte la presenza del Signore: “sono tutte creature della vita/ e del dolore;/ s’agita in esse, come in me, il Signore” (vv.11-19). Dunque nessun fatto accade, ma il pensiero si è fatto più puro in una oscura via di città vecchia (vv.20-22). Il poeta penetrando in una strada del quartiere del porto affollata della vita di ogni giorno, in un bagno di “gente che viene e che va”, nella confusione, riscopre le ragioni semplici e vere dell’esistenza, ristabilendo con gli uomini un rapporto di solidarietà. È una visione che ricorda Baudelaire, in quanto coglie gli aspetti più sordidi e brutali dell’esistenza. Ma contrariamente a quanto è possibile osservare nell’opera del poeta maledetto, il rapporto con la realtà non è tragico e disperato: Saba avverte il suo “pensiero farsi più puro”, attribuendo alla riscoperta dell’umana fratellanza un significato di tipo religioso: è questo il messaggio del componimento.

CURIOSITÁ

A questa poesia di Saba si è ispirato il cantautore genovese Fabrizio De André nel comporre la canzone dal titolo “La città vecchia”.

La città vecchia di De André

Casella di testo:  I quartieri di una città raccontano la sua storia e ne rivelano il carattere. Esistono i quartieri residenziali delle famiglie ricche, le periferie dormitorio, le zone monumentali, quelle industriali. Ci sono poi gli angoli dove si concentrano i diseredati, gli esclusi di ogni tipo. A questi guarda il cantautore genovese Fabrizio De André. Anche in questa canzone a svolgere il ruolo del protagonista è il mondo delle prostitute, dei miserabili, dei falliti, vittime inconsapevoli della società borghese. In un certo senso essi incarnano la cattiva coscienza dell’altro mondo, quello dei ben pensanti, di chi mira al successo, al denaro, di chi fa le leggi a sua somiglianza. Immagine vivente del dolore senza ipocrisie e senza colpe, sono anche portatori di una vitalità istintiva, quindi pura, che invece la civiltà frena e nasconde.

 

   La città vecchia  (Ricordi, 1967).

            Nei quartieri dove il sole del buon Dio

                         Non dà i suoi raggi,

        ha già troppi impegni per scaldar la gente

                          d’altri paraggi,

              una bimba canta la canzone antica

                        della donnaccia

        quel che ancor non sai tu lo imparerai

             solo qui fra le mie braccia.

                               [ …]

 

            Vecchio professore cosa vai cercando

                         In quel portone,

                forse quella che sola ti può dare                  

                            una lezione,

        quella che di giorno chiami con disprezzo

Casella di testo:                           pubblica moglie,                                

          quella che di notte stabilisce il prezzo

                        alle tue voglie

                              [ …]

 

               Se t’inoltrerai lungo le calate

                          Dei vecchi moli

            In quell’aria spessa, carica di sale,

                          gonfia di odori,

            lì ci troverai i ladri, gli assassini

                         e il tipo strano,

          quello che ha venduto per tremila lire

                   sua madre a un nano.

 

                 Se tu penserai e giudicherai

                         Da buon borghese,

            li condannerai a cinquemila anni

                            più le spese.

              Ma se capirai, se ricercherai

                          Fino in fondo,

          se non sono gigli, son pur sempre figli,

                   vittime di questo mondo.                                                 

 

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