Omaggio a Fabrizio

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Recital didattico di Luigi Gaudio

Percorso di approfondimento su Fabrizio De André

A quindici anni dalla morte di Fabrizio De André, avvenuta ’11 gennaio del 1999 per un tumore che lo stroncò in pochi mesi, vorremmo offrire un tributo a questo grande della canzone d’autore, e lo facciamo come siamo soliti fare.

Del resto conosco degli amici che mi chiedono come è possibile che un poeta come De Andrè non sia studiato a scuola. Potrei rispondere che lui ha scritto canzoni e non poesie, ma chi potrebbe negare che certi testi, nati con l’etichetta di “poesia” in realtà non hanno nulla di poetico, mentre le canzoni di Fabrizio spesso sono letteralmente “poesia in musica”.

La città

Genova “Via del campo”

La città in cui Fabrizio è nato nel 1940 è Genova, per la precisione, dice lui stesso la Genova occidentale (Genova Pegli). Qui ha studiato, al Liceo Cristoforo Colombo, non senza insufficienze. Anzi lui studiava il meno possibile, si faceva anche rimandare e poi però la spuntava sempre, anche perché era simpatico ai professori.

De André scrive: “Mio padre, contrariamente a quanto per anni è stato scritto, era di origini modeste: il benessere cominciò ad aggirarsi in casa nostra dopo che lui aveva superato i quarant’anni. Forse da queste radici la sua mai abbastanza ringraziata accondiscendenza a lasciarmi libero di vivere nella strada: e nella strada ho imparato a vivere come probabilmente prima di me aveva imparato lui.”

E le strade di Genova e in particolar modo le viottole più malfamate, quelle frequentate da prostitute, hanno spesso ispirato De André, soprattutto nella canzone “Via del campo”

Via del campo  (Volume I – 1967)

Via del Campo è’ una via dell’ angiporto di Genova, una di quelle vie un po’ malfamate, frequentata da prostitute appunto, o da travestiti, almeno qualche decennio fa, ora molto più anonima, come il Pigalle parigino.

Bellissime le metafore finali:

“dai diamanti” cioè dai signori ricchi e appariscenti, non nasce niente, dal letame, cioè dalle prostitute, considerate la feccia, la corruzione della società da parte dei benpensanti, nascono i fiori”.

La musica è di Jannacci e Fo, che l’avevano usata per musicare altri testi.

Via del Campo c’è una graziosa 
gli occhi grandi color di foglia 
tutta notte sta sulla soglia 
vende a tutti la stessa rosa. 

Via del Campo c’è una bambina 
con le labbra color rugiada 
gli occhi grigi come la strada 
nascon fiori dove cammina. 

Via del Campo c’è una puttana 
gli occhi grandi color di foglia 
se di amarla ti vien la voglia 
basta prenderla per la mano 

e ti sembra di andar lontano 
lei ti guarda con un sorriso 
non credevi che il paradiso 
fosse solo lì al primo piano. 

Via del Campo ci va un illuso 
a pregarla di maritare 
a vederla salir le scale 
fino a quando il balcone ha chiuso. 

Ama e ridi se amor risponde 
piangi forte se non ti sente 
dai diamanti non nasce niente 
dal letame nascono i fior 
dai diamanti non nasce niente 
dal letame nascono i fior. 

Città vecchia (1965)

C’è una singolare affinità fra la Trieste che ha ispirato Umberto Saba, nella poesia Città vecchia, e la Genova di De André, dell’omonima canzone, “Città vecchia”.

Città vecchia di Saba

Spesso, per ritornare alla mia casa

 prendo un’oscura via di città vecchia.

 Giallo in qualche pozzanghera si specchia

 qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va                     5

 dall’osteria alla casa o al lupanare,

 dove son merci ed uomini il detrito

 di un gran porto di mare,

 io ritrovo, passando, l’infinito

nell’umiltà.                                                         10

 

 Qui prostituta e marinaio, il vecchio

 che bestemmia, la femmina che bega,

 il dragone che siede alla bottega

 del friggitore,

la tumultuante giovane impazzita                     15

 d’amore,

 sono tutte creature della vita

 e del dolore;

 s’agita in esse, come in me, il Signore.

 

Qui degli umili sento in compagnia                  20

 il mio pensiero farsi

 più puro dove più turpe è la via.

L’ispirazione per questa canzone arriva a De Andrè anche dalla canzone Bistrot di Brassens chansonnier anarchico francese. Infatti  rispetto alla omonima poesia di Umberto Saba, la prospettiva è rovesciata poiché Saba afferma di incontrare qui Dio, invece De Andrè, quasi traducendo letteralmente Jacques Prévert, all’inizio della canzone dice che qui “il sole del buon Dio non dà i suoi raggi” perché “ha già troppi impegni per scaldare gente d’altri paraggi”:

Scrive De André su questa canzone: “Questa è una canzone che risale al 1962, dove dimostro di avere sempre avuto, sia da giovane che da anziano, pochissime idee ma in compenso fisse. Nel senso che in questa canzone esprimo quello che ho sempre pensato: che ci sia ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Anche perché non sono ancora riuscito a capire bene, malgrado i miei cinquantotto anni, cosa esattamente sia la virtù e cosa esattamente sia l’errore, perché basta spostarci di latitudine e vediamo come i valori diventano disvalori e viceversa. Non parliamo poi dello spostarci nel tempo: c’erano morali, nel Medioevo, nel Rinascimento, che oggi non sono più assolutamente riconosciute. Oggi noi ci lamentiamo: vedo che c’è un gran tormento sulla perdita dei valori. Bisogna aspettare di storicizzarli. Io penso che non è che i giovani d’oggi non abbiano valori; hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capir bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri”. “Città vecchia”

La canzone popolare

Volta la carta (Rimini 1978)

Fabrizio era molto legato alle tradizioni popolari. Scrisse un intero album in genovese, intitolato “Creuza de ma”, che vuol dire “mulattiera di mare”. Altre canzoni le scrisse in sardo, riprendendo anche la tradizione, come “l’Ave Maria sarda” o “Zirichiltaggia”. Fabrizio aveva una villa in Sardegna. Nel 1979 fu sequestrato per alcuni mesi con la moglie da alcuni banditi sardi, ma questo non gli impedì di ritornare in Sardegna, e di essere legato al popolo sardo. Anche la canzone “Volta la carta” ha a che fare con il mondo popolare, delle filastrocche, degli scioglilingua, delle rime baciate, per cui ad una parola se ne associa un’altra, come nei giochi di parole. Tra le strofe c’è la citazione della canzone popolare Madamadorè. Il ritornello, prende ispirazione da un’altra canzone popolare (Angiolina, bell’Angiolina) e racconta  la storia di una ragazza di nome Angiolina, che subisce delusioni d’amore da un carabiniere, ma alla fine riesce a sposarsi. “Volta la carta”

La cultura popolare, le filastrocche dei bambini (prima ispirazione della canzone tra “Volta la carta appunto e Madamadorè), il sapore delle feste di campagna, e dei giochi insieme, la vita come un ciclo, in cui ad una giornata, ad una esperienza, ne succede un’altra. Non ci vedo, insomma, in questa canzone tutte le dietrologie politiche che spesso si associano alle canzoni di De André, ma a certa gente non sembra possibile che una volta tanto Francesco voglia solo divertirsi e divertire.

 Geordie (1966)

A testimonianza del legame di Fabrizio con la cultura popolare, c’è la versione italiana di “Geordie” una ballata popolare inglese del settecento, che racconta la storia vera di un uomo accusato di furto e condannato all’ impiccagione, di cui forse conoscerete la versione “house” di Gabry Ponte. “Geordie”

Abbiamo detto chi sono quelli che stanno a cuore a Fabrizio, gli emarginati, i poveracci, gli impiccati, appunto, ma non abbiamo detto chi invece sta dall’altra parte: il potente che non ammette lo sgarbo, che non ha pietà, che non si commuove neanche quando c’è di mezzo l’amore, il sentimento, altrimenti il suo potere potrebbe essere messo in discussione. Se un bracconiere ruba dei cervi nei boschi del re questo deve essere punito nel modo più severo (magari fosse stata la tenuta di un altro signore poteva scamparla, ma del re proprio no). Per De André solo i coglioni possono credere che ci siano poteri buoni. Questa ballata non è di De André, ma è cantata e tradotta da De André, in quanto l’originale è britannico e risale al XVI secolo.

L’amore

“Amore che vieni, amore che vai”

Questa canzone, che è fra le prime che De André ha composto, mi dà la possibilità di parlare di De André e di sua moglie, Dori Ghezzi, anche se nel caso di Dori Ghezzi, l’amore non se ne è venuto e poi andato, ma è rimasto. Sul rapporto con sua moglie, che era stata una cantante di canzoni tutt’altro che impegnate, come “Un corpo e un’anima”, scrive De André: “A certa gente il fatto che mi sia innamorato di Dori dà un fastidio enorme. Il mito è crollato! Si è innamorato della bella ragazza, che credono oca e invece è più intelligente di me. […] Vivere in coppia per me è necessario, ci si aiuta molto, si ha sempre uno specchio nel quale guardarsi […]. È una continua collaborazione, guai se non fosse così. “Amore che vieni, amore che vai”

Gli altri

Come dice Paolo Jachia in una sua analisi della canzone d’autore italiana, “la molla prima che fa scattare la straordinaria fantasia poetica di De André – nato a Genova nel 1940, […] per certo uno dei più grandi narratori e artisti di canzone italiani di questo secolo – è un’indignazione morale, una solidarietà, anche personale con gli ultimi, con le minoranze. E questo vale sia che esse siano interi popoli perseguitati – dai rom ai pellerossa d’America, dai palestinesi ai sardi – sia che siano singole persone ferite ed emarginate, morti impiccati, suicidi, pensionati, ladri crocifissi e da crocifiggere, vecchi alcolizzati, soldati morti ammazzati”
(Paolo Jachia, La canzone d’autore italiana 1958-1997, ediz Feltrinelli, pag. 91).

La guerra

I soldati morti: La guerra di Piero (1963)

Ecco, appunto soldati morti ammazzati, e dell’assurdità della guerra, di tutte le guerre, ci parla la prima canzone di oggi, che Fabrizio ha scritto a 23 anni: in guerra non c’è neanche il tempo per pensare, perché se ti fermi un attimo a pensare, se indugi, l’altro, quello che ha il tuo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore, ti uccide, come raccontava a Fabrizio il suo zio partigiano.

UN campionario degli “altri”

Le prostitute: La canzone di Marinella (1964)

Dice De Andrè sulla sua giovinezza: “Ho fatto un po’ di tutto: ho frequentato un po’ di medicina, un po’ di lettere e poi mi sono iscritto seriamente a legge dando, se non mi sbaglio, 18 esami. Quasi laureato dunque […] poi ho scritto Marinella, mi sono arrivati un sacco di quattrini e ho cambiato idea […] dopo che Marinella l’aveva cantata Mina, eravamo nel ’65, io ero sposato da tre anni e lavoravo negli istituti privati di mio padre […]. Lavoravo lì non sapendo cos’altro fare, visto che di laurea non se ne parlava perché stentavo molto a studiare, insomma questa Canzone di Marinella, me la canta Mina, mi arrivano 600 mila lire in un semestre (somma davvero considerevole per quegli anni). Allora mi sono licenziato, ho preso armi e bagagli, moglie, figlio e suocero e ci siamo trasferiti in Corso Italia, che era un quartiere chic di Genova […]. Da quel momento ho cominciato a pensare che forse le canzoni m’avrebbero reso di più e soprattutto divertito di più.”

L’ispirazione per La canzone di Marinella, è venuta a Fabrizio da un fatto di cronaca. Una ragazza a 16 anni, per motivi familiari, è costretta a prostituirsi, poi gettata in un torrente. Non a caso, per Fabrizio “La donna è simbolo del sacrificio, l’uomo della sopraffazione”.  “La canzone di Marinella”

Questa fu la canzone che rivelò al pubblico il genio di Fabrizio, che in realtà scriveva canzoni sin dal 1957, ma se non ci fosse stata Mina a cantare questa canzone in televisione, sarebbe rimasto probabilmente semisconosciuto ai più. Come dice il testo, la storia è vera. Un articolo di cronaca, una storia triste come tante, il cadavere di una prostituta bambina trovato in un fiume. Ispira una delle canzoni più dolci

Le prostitute: Bocca di rosa  (Volume I – 1967)

“Direi d’essere un libertario, una persona estremamente tollerante. Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Se poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendo…anarchico vuol dire senza governo, anarche… con questo alfa privativo, fottutissimo… vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. […] Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamento della democrazia.

Fu grazie a Brassens, maestro di pensiero e di vita, che scoprii di essere un anarchico. Mi ha insegnato per esempio a lasciare correre i ladri di mele, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti.

Fabrizio dice di aver iniziato a frequentare i circoli libertari di Genova e di Carrara a 17 anni, e da allora di non aver più trovato idee politiche o sociali che spiegassero meglio la nostra società-

Da qui la lotta contro il perbenismo, contro l’ordine costituito, contro le regole morali, dietro le quali si nasconde una ipocrisia di fondo, come fa capire la famosa canzone “Bocca di rosa”.

La legge Merlin è del 1958, e abolisce le case di tolleranza in Italia. Circa dieci anni dopo, De Andrè dedica questa canzone alla moralità di quelle donne, da contrapporre alla rigida applicazione della legge da parte dei gendarmi, e al moralismo becero delle mogli dei paesani. L’unico che fa una bella figura in questa canzone, oltre a Bocca di rosa, è il parroco che la vuole in processione, e così porta a spasso per il paese l’amore sacro e l’amor profano.

I suicidi: Preghiera in Gennaio (Volume I – 1967)

“Preghiera in Gennaio” è stata scritta dopo che il suo amico Luigi Tenco si era tolto la vita, appunto nella notte fra il 26 e il 27 gennaio del 1967, dopo che la canzone che aveva cantato a Sanremo era stata bocciata, in circostanze comunque misteriose. Qui De Andrè afferma che il paradiso è aperto a quelli “che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte” (vedi anche “Il dilemma” di Gaber) mentre “l’inferno esiste solo per chi ne ha paura”.

Gli assassini: Il pescatore (1970)

La canzone narra di una complicità tra i due personaggi. Il pescatore non solo offre ospitalità all’assassino, ma rimane indifferente e taciturno di fronte ai gendarmi che lo stanno inseguendo. La legge dice che un reato è da punire, ma chi siamo noi per giudicare? E se l’assassino si fosse sinceramente pentito di quello che ha fatto, come potrebbe far intuire la frase “e la memoria è già dolore, è già il rimpianto”? Il pescatore non se la sente di condannare un altro uomo, intende offrirgli un’altra possibilità.

In questa canzone due sono i protagonisti: un assassino inseguito dalle forze dell’ordine, e un pescatore, cui l’assassino chiede da mangiare e da bere. A lui il pescatore dà da mangiare e da bere, senza chiedere nulla, in modo quasi evangelico. E quando passeranno i gendarmi, il pescatore non indica loro da che parte è andato l’assassino, e ripiomba in un sonno, con il viso appena segnato da un sorriso sornione. “il pescatore”

I nani “Un giudice”

Un’ ennesima ribellione al perbenismo, di chi preferisce evitare certi argomenti, ai modelli borghesi, che vedono con sospetto chi è diverso, per un motivo o per l’altro, chi è troppo alto o troppo basso, troppo grasso o troppo magro. Scrive Fabrizio: «Qualcuno (mi pare Majakovskij) ha detto “Dio ci salvi dal maledetto buon senso”: se tutti fossero normali e se fossero dotati esclusivamente di buon senso non esisterebbero gli artisti e probabilmente neppure i bambini.”» “Un giudice”

 Un giudice (Non al denaro, non all’amore né al cielo – 1971)

Questa canzone è tratta dall’album Non al denaro, non all’amore né al cielo del 1971, che è una versione in musica dell’Antologia di Spoon River, una serie di epitaffi pubblicati dal poeta americano Edgar Lee Masters tra  il 1914 e il 1915, che raccontano la vita delle persone sepolte nel cimitero di un immaginario paesino statunitense. Il protagonista di questa poesia-canzone, quindi, così’ come in tutte le poesie di Spoon River, è un defunto di questo piccolo paese di provincia, che racconta la sua vita, e in particolare il godimento con cui, una volta diventato giudice, si vendica condannando a morte chi prima lo aveva schernito e preso in giro per la sua ridicola statura. Morale: non conviene deridere chi si ritiene inferiore, perché poi un giorno la situazione potrebbe drammaticamente ribaltarsi.

Gli omosessuali: Andrea (Rimini 1978)

La canzone parla di una “vittima della guerra. L’ambiente richiama il mondo delle fiabe, ma il dolore per la perdita dell’amato è tragicamente reale. Così Andrea si suicida gettandosi nel pozzo più fondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto; quest’atto [il finale quasi narcisistico] gli sembra l’unico modo per vincere il dolore” (Matteo Borsani – Luca Maciacchini, Anima salva, p. 114)

Le minoranze sterminate: Fiume Sand Creek (1981)

Il 29 novembre 1864 alcune truppe della milizia del Colorado, comandate dal colonnello John Chivington, attaccano un villaggio di Cheyenne e Arapaho, dopo aver fatto andare via con un inganno i loro soldati, e fanno una strage soprattutto di donne e bambini, che alzano inutilmente bandiera bianca. Il punto di vista è quello di una dei piccoli bambini, vittima del massacro.

La religione

 Ave Maria (La buona novella 1970)

Questo è l’album in cui Fabrizio recupera i vangeli apocrifi, quindi l’umanità, la fisicità della storia di Cristo, non quella degli alti prelati, ma quella del popolo, come sempre per Fabrizio. Pensate che i vangeli apocrifi hanno, tra l’altro, ispirato gli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni. Ma, soprattutto, non c’è nessuna canzone al mondo che parli della donna con la stessa delicatezza di quello che è il loro momento più bello della vita, quando si fa nascere un bambino.

Spiritual (Volume I – 1967)

Questa canzone credo abbia ispirato la più recente “Hai un momento Dio” di Ligabue, nel senso che la prospettiva è la stessa, una sorta di provocazione a Dio: se ci sei, batti un colpo, fatti vedere, fatti incontrare nei campi di granturco ad esempio. Non a caso questa canzone si chiama “Spiritual” e il titolo, lo stile musicale e questo riferimento ai campi di granturco fanno immediatamente pensare ad uno dei popoli perseguitati che stavano molto a cuore a Fabrizio, quello dei neri americani, schiavi per secoli

Dovete sapere che la prima canzone che io ho ascoltato di De André l’ho ascoltata in chiesa. Quando ero un ragazzino, questa canzone si cantava a messa, erano le famose messe beat degli anni settanta. Significativamente, Fabrizio ha intitolato questa canzone “Spiritual”, volendo in realtà ribaltare lo spiritualismo di quelle canzoni nei neri americani. “Dio del cielo”

“Il testamento di Tito”

A condizione che la religione non si riduca ad istituzione (Fabrizio è insofferente nei confronti di qualsiasi dogma), la religione è un tema ispiratore di molte sue canzoni, o di interi album, come “La buona novella”. Nella canzone che adesso canterò, vi è una lettura “opposta” dei dieci comandamenti: “Il testamento di Tito”

L’indignazione

S’i fosse foco (Volume III – 1968)

Il testo di questa canzone è del duecento, di Cecco Angiolieri. La ricchezza e la varietà della nostra poesia del duecento è testimoniata anche dalla poesia comico-realistica, il cui maggiore esponente è appunto Cecco Angiolieri. L’ultima strofa ci fa capire però che tutta la canzone è un gioco, a dispetto di quelli che la interpretano invece come una seriosa ballata prerivoluzionaria.

Don Raffaè (Le nuvole 1990)

La canzone, che è stata scritta da De Andrè insieme con il paroliere Massimo Bubola, su musica di Mauro Pagani, è una denuncia del sistema carcerario italiano. Infatti il secondino Pasquale Cafiero accondiscende a tutti i capricci del boss camorrista Raffaele Cutolo, gli fa la barba e gli offre il caffè, e in cambio chiede un posto di lavoro per il cognato

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