Conservazione e innovazione fattori della civiltà latina[1]

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di Gerardo Sangiorgio

Aristide Gabelli nel suo Metodo d’insegnamento[2] ha colto quello che è il movente più vivo, profondo e umano della nostra civiltà: il sentimento. Naturalmente, se il valore peculiare della civiltà latina sta al di sopra di un meccanicismo, a base di fredda ragione, e trova invece le sue più intime cause nei moti dell’animo, è chiaro che una tale civiltà non possa fare dei bruschi passi in avanti e rinnegare di punto in bianco tutto il suo passato o, in altri termini, tutta se stessa. Quindi, con buona pace del grande pensatore positivista, che alla nostra civiltà, aliena da improvvisi sovvertimenti e rinnegazioni, contrapporrebbe volentieri la civiltà di paesi anglosassoni, basata su aridi calcoli razionali e su una precisione  geometrica di atti, che solo la ragione e non il cuore può dare, noi diciamo, senz’altro, che la civiltà vera è la nostra. Vada, quindi, nel nord a pesare il pesce vivo e il morto il Signor Gabelli e lasci che noi, sia pure lentamente, con uno sguardo al passato e uno al futuro, sia pure con quei difetti – glielo riconosciamo – inerenti a una natura non geometrizzata dalla ragione, ma vivificata dal cuore, procediamo sulla via del nostro progresso. Del resto, poi, è stato detto anche da altri pensatori che il processo non procede in linea retta, ma sempre a spirale.[3] Noi non sapremmo nemmeno concepire una civiltà che, con un colpo di spugna cancellasse tutto il suo passato, per riedificare dal nulla. Infirmerebbe, così, anche il suo presente e il suo futuro una tale civiltà se esistesse in una maniera così rigidamente e rivoluzionariamente innovatrice. Bando, pertanto, anche alle assurde teorie vichiane dei “corsi e ricorsi” della storia. La storia non può mai ripetersi in maniera tanto matematica da non collegare il presente col passato e col futuro, da non servirsi, sia pure minimamente, delle creazioni dell’umanità precedente. Dopo una parentesi di decadenza – mai del tutto assoluta, sì da far ritornare l’umanità al suo stato primordiale – succede sempre la ripresa, che si annoda all’apogeo della precedente fase migliore. Questo è appunto il procedere a spirale della storia.

         Nell’eterno fluire della vita, in questo fiume che perennemente scorre, tutto trascinandosi dietro, tutto annullando e tutto di nuovo creando, qual è l’universo in moto; in questo eterno divenire, in cui non ci è dato tuffarci, per afferrare la fuga dell’attimo, nulla potendo fermare, essendo tutto come tirato in una corsa vorticosa, l’umanità scrive senza posa la sua storia, movimentata, poliedrica, continuamente cangiante, consona in tutto questo dinamismo al tenore dell’universa natura, in continuo “fieri”.

         Se facciamo per un istante una rapida rassegna nelle pagine di questo gran libro delle umane vicende, subito ci risalta la conclusione, il fine, che l’uomo, quest’animale ragionevole, si propone di  conseguire o che, per meglio dire, è portato dalla sua natura stessa a conseguire: egli tende da singolo o in società ad un’altra finalità, qual è quella che mira al miglioramento, in piccolo ed in grande, al perfezionamento delle facoltà razionali, destinate a creare un benessere, con i loro ritrovati in ogni campo, o ad alleviare o stornare, i grandi mali che, come favoleggiò la mitologia greca, Pandora, ebbe la malaugurata idea di donarci nel suo vaso fatale. Tutto ciò è progresso: progresso vuol dire cammino, cammino avanti, non alla cieca – perchè l’uomo non è un bruto -, cammino che importa un superamento delle posizioni iniziali, che ha delle mete, che, proprio il loro raggiungimento, ci impongono di essere superate, essendo l’uomo stesso ansioso del nuovo e del meglio. L’uomo – è stato ben detto – è un fanciullo che rompe per creare un nuovo oggetto, perchè quello che ha distrutto non è più adatto alle sue esigenze, continuamente crescenti e cangianti, secondo le leggi che gli impone il tempo con i suoi cambiamenti di scena, e per la propria inappagabile sete di progresso. Creando, l’uomo non distrugge del tutto, per mettere su dal nuovo: “natura non facit saltus” e tanto meno può far salti la natura umana, che è logica e metodica nelle sue trasformazioni. L’umanità fa e distrugge continuamente la sua tela storica – eterna Penelope – ma senza cambiare la trama, legando i fili, il nuovo al vecchio: essa crea i nuovi istituti, senza dimenticare i vecchi. Essa inventa l’aeroplano, senza dimenticare, anzi servendosi delle leggi che i fratelli Montgolfier scoprirono e misero in atto col pallone aerostatico, servendosi dei conati, in questo campo, di Leonardo da Vinci : il punto di arrivo dell’un genio diventa punto di partenza dell’altro e, così, in una continua successione dai primi tempi storici fino ad oggi, si legano invenzione con invenzione, nuovo con vecchio, presente con passato, in una continua marcia progressiva, che non crea nulla, ma che adatta o sviluppa il prodotto di una precedente fase storica, che è come il germe della successiva. Pertanto, le facce di questa costruzione che si chiama civiltà sono due : conservazione ed innovazione. Ciò vuol dire lasciar sussistere il meglio del passato e su di esso edificare. In materia di istituzioni, è facile riscontrare ciò nella moderna civiltà. Quanto del vecchio spirito delle leggi romane non rivive oggi! E’ per queste leggi che il poeta della terza Italia cantò: ..« Tutto che al mondo è civile, – grande, augusto, egli è romano ancora » .[4]         

Ma sono rimaste le medesime leggi tali e quali? No. I tempi mutano: ciò che allora era comportabile con le circostanze e con la mentalità romana, oggi non lo è più. Ed ecco che la novella società vi ha estratto il meglio, liberandolo da quelle scorie che rappresentavano il sorpassato od il sorpassabile, facendo come Giustiniano che « entro alle leggi trasse il troppo e il vano ».[5] Così bisogna fare: non già distruggere del tutto l’edificio, frutto di lavori di secoli, per edificarne un altro, che potrebbe essere manchevole. Se le fondamenta sono buone, abbattiamo la parte cadente sui ruderi, dalle calde basi, col nostro restauro, creiamo la nuova costruzione, come la vogliamo. Fuori di metafora: lasciamo da parte le utopistiche ideologie e volgiamoci alla grande maestra dei popoli che è la Storia, sempre pronta a dettare i suoi salutari insegnamenti a chi sa leggere nel suo volume e, innoviamo, se vogliamo, ma senza un fulmineo sbalzo repentino. I sofisti la fanno finita con la vecchia e sorpassata filosofia fisica e rivolgono, per la prima volta, l’indagine all’uomo, che , a cominciare da essi, diviene il centro del creato. Socrate, pur distaccandosi nettamente dalle loro teorie, vede nell’uomo ugualmente il punto di convergenza di ogni sua ricerca, annodando così il filo conduttore delle proprie speculazioni a quello di questi suoi predecessori. Anche Platone con Socrate fa lo stesso, lo stesso Aristotele, col  maestro e così tutti gli altri filosofi fino ad oggi : la loro è la legge del superamento, che non vuol dire distruzione totale. La massima “natura non facit saltus”[6] si ripete sempre. Tutto muta, – come si è detto – tutto cambia col cambiare dei tempi e bisogna, quindi, sempre innovare, per adeguare ai moderni rivolgimenti dell’umanità le istituzioni che la debbono governare. Ma l’innovazione, l’abbiamo già detto, non dev’essere scissa da quello che rappresenta il suo appoggio, la sua base, il suo punto di partenza, cioè la conservazione. La società di oggi, che cerca il saldo legame, che affratella, della giustizia e della libertà e foggia le nuove sue leggi al metro del nuovo umano criterio di  rivalutazione dei diritti dello individuo, forse che balza a questa luminosa affermazione facendo “tabula rasa” del passato? Anche volendo, non potrebbe: in noi rivivono le conquiste di milioni e milioni di esseri pensanti e creatori, che ci hanno preceduto. In noi, diciamolo, rivive tutta una storia multiforme e sfaccettata, com’essa è, da Adamo ad oggi. I grandi cataclismi del genere umano, quali sono le guerre, distruggono un vecchio ordine di cose, ma noi, anche riformando con criterio nuovo, edifichiamo sempre sulle secolari ed incrollabili basi di una giustizia, intesa nel suo valore universale.

Di nuovo noi apportiamo ciò che è più consentaneo alla nuova fase storica. Conservare il buono di un ordine passato è necessario in tutte le crisi dell’umanità, per restaurare il crollato. Ma in questa conservazione è pure implicita l’idea della riforma, perché il tempo stesso fa sempre giustizia di una istituzione non più comportabile con esso e continuamente rifà la faccia ai pilastri del reggimento dell’umano consorzio. Non possiamo per l’uomo parlare di conservazione, limitandoci esclusivamente al significato letterale del termine, senza staccarci dalla natura dell’uomo, che non comporta stasi, anche quando fa appello al gran libro della storia: conserva il passato e, con le opportune innovazioni, ne fa un prodotto nuovo. Così, l’innovazione, che egli mette su, è una riedificazione, che annulla l’ordine vecchio solo parzialmente, in quanto lo fa rivivere in ciò che ebbe di più vitale: su quella annosa quercia che è l’ossatura di ogni civile società l’uomo innesta, di volta in volta, di tempo in tempo, il virgulto del suo progresso: così fecero le generazioni passate, così fa la nostra, così faranno le future, in una ininterrotta serie di progressivi superamenti.

Gerardo Sangiorgio

note:


[1] Apparso in “La Tecnica della Scuola” , XII, dicembre 1952, p.3.

[2] Cfr. nuova edizione A. GABELLI,  Il metodo d’insegnamento, Firenze 1992, introduzione di G. Genovesi.

[3] Teoria adesso definita “Progressione personale”.

[4] G. CARDUCCI, Odi Barbare (Libro I).

[5] D. ALIGHIERI, Paradiso, canto VI, v. 12.

[6] Lucrezio.

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