Perché Auschwitz?

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di Giuseppe Pulina

Una pagina per riflettere tratta dal libro di Giuseppe Pulina, Auschwitz e la filosofia. Una questione aperta, pp. 29-33, http://www.libreriafilosofica.com/shop/diogene-multimedia/pulina-auschwitz/

 

Occorre dare risposta alla domanda sul perché dell’unicità di Auschwitz. Se, ad esempio, volessimo classificare la Shoah come il più grande genocidio della storia, potremmo venire corretti da chi molto facilmente potrebbe sostenere che questo triste primato spetta alle popolazioni autoctone dell’America centrale e meridionale che, tra la fine del ‘400 e tutto il ‘500, subirono la violenta colonizzazione dei conquistadores. Tzvetan Todorov, dati alla mano, ha definito questo evento come il più grande genocidio mai consumatosi nella storia dell’umanità. Se Auschwitz non ha eguali, non è nemmeno perché la storia recente ha saputo risparmiarci altre forme di sopraffazione etnica. Non è da escludere che la vicinanza, anche fisica e geografica, con la Shoah e la familiarità storica (si pensi solo all’influenza della letteratura o del cinema) con gli eventi di cui è fatta abbiano un peso non trascurabile nelle nostre valutazioni. Se la strage dei Tutsi che insanguinò il Rwanda nella guerra civile del 1994, pur “meritandosi” per le sue centinaia di migliaia di vittime il titolo di “genocidio”, non è sembrata al mondo occidentale una riedizione di Auschwitz, è forse perché quel disastro che si stava consumando sotto i nostri occhi evidenziava una rudimentalità che la Endlösung (la soluzione finale della questione ebraica) non aveva. Vediamo di spiegarci meglio.

Tanti studi hanno dimostrato come la vita degli internati fosse pianificata sin nel minimo dettaglio all’interno del sistema concentrazionario, una delle finalità del quale era proprio il trasferimento del maggior numero di mansioni organizzative e gestionali ai detenuti dei campi, costretti a provvedere alla manutenzione di una macchina che ne avrebbe provocato l’annullamento. Un atroce paradosso all’interno del quale era sicuramente facile perdersi. Una macchina perfettamente funzionante ha bisogno che tutti i suoi ingranaggi siano altrettanto perfettamente oliati, esattamente come accade in una fabbrica che ha come fine la produzione seriale di una merce. È qui che viene in soccorso della nostra domanda, ancora inevasa, una delle analisi teoriche di Günther Anders, filosofo ebreo esule in America negli anni della seconda guerra mondiale, che perseguì come scopo principale della sua esistenza lo studio delle ragioni che hanno portato ad Auschwitz e Hiroshima. Per questo acuto e tragico pensatore, infatti, tra Auschwitz e Hiroshima sussiste un rapporto stretto che trascende la semplice contingenza di una storia ordinata e interpretata per scansioni macrotemporali. Per Anders, Auschwitz e Hiroshima non sono solo i due eventi più emblematici della seconda guerra mondiale, perché, se così fosse, non avrebbe più senso interrogarsi su di essi. Con l’invenzione e l’uso delle camere a gas e della bomba atomica, la guerra non solo ha per così dire mutato volto, ma ha smesso di essere guerra. Uccidere uomini con la stessa noncuranza con la quale si usa un insetticida è un atto che poco o niente ha a che fare con la guerra come l’uomo l’ha sempre intesa e praticata almeno sino ai primi decenni del ‘900. “Chi elimina le mosche con l’insetticida, senza fare i conti con nessuna forma di resistenza, non fa la guerra; si limita piuttosto – annota Anders nel suo Diario di Hiroshima e Nagasaki – a eseguire un’operazione tecnica. Analogamente, quando faceva ‘entrare’ i prigionieri dei Lager nelle camere a gas, Hitler non faceva una ‘guerra’ contro gli ebrei, gli zingari o altri sotto uomini, ma li annientava. (…) Nagasaki e i centri di messa a morte (Liquidationsanstalten) sono crimini che appartengono alla stessa categoria”. Appare sconfinata la desolazione con la quale Anders guarda alle grandi tragedie del ‘900. Fare tesoro degli errori di un intero secolo è, per lui, cosa evidentemente impossibile.  E lo è perché il tempo nel quale viviamo sarebbe quello in cui l’umanità, riuscendo anche a darne efficaci dimostrazioni, ha appreso l’arte dell’autosoppressione. A noi contemporanei toccherebbe quindi l’ingrato ruolo di essere gli epigoni dell’umanità.

Come può tutto ciò essere diventato possibile? Come potrà mai riuscire l’uomo a sottrarsi all’obbligo, tanto morale quanto (forse) biologico, di assicurare la sopravvivenza della specie alla quale appartiene? È o non è in nome di questa che si è sempre giustificato lo stesso istinto individuale di sopravvivenza? Emanuel Lévinas ci ha fatto capire che l’uomo non è una vuota e inespressiva presenza nello scenario degli enti. Negli occhi di ogni essere umano sarebbe inscritta un’esortazione, che può anche intendersi come una supplica o una preghiera: “non uccidermi”, questo ci direbbero in continuazione gli occhi dell’uomo incrociati dal nostro sguardo. Si potrebbe allora dire che in un mondo come il nostro, fattosi tale in seguito alle tragedie planetarie di cui è stato attore e testimone, quegli occhi abbiano improvvisamente smesso di dire/dirci qualcosa o che il nostro sguardo si sia fatto cieco e impermeabile alla presenza degli altri. Non è un caso che molti filosofi ebrei si siano dedicati negli ultimi anni allo studio dell’alterità[1], perché è più che plausibile che la violenza che gronda in abbondanza nel mondo abbia una sua possibile matrice in una equivocata maniera di intendere l’intersoggettività. E si tratta di uno sforzo ammirevole, perché compiuto da uomini di pensiero che avevano percepito sulla loro pelle, per via della loro condizione di ebrei e non solo d’intellettuali, tutto il peso plurisecolare di mancate e male intese relazioni umane – sempre che non si voglia considerare privilegiata e invidiabile la posizione dell’ebreo europeo tra le due guerre.

 


[1] Il pensiero va, in particolare, a due filosofi ebrei convertiti, Max Scheler ed Edith Stein, che hanno dedicato analisi approfondite al tema dell’empatia. Cfr. Laura Boella, Per amore di altro. L’empatia a partire da Edith Stein, Raffaello Cortina, Milano 2000, e G. Pulina, L’angelo di Husserl. Introduzione a Edith Stein, Zona, Civitella in Val di Chiana 2008, pp. 61-72.

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