Poesie di Gerardo Sangiorgio

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UN PEZZO DI PANE CALPESTATO

Raggio di vita,
pane calpestato,
nel tuo candore maculato
le sequenze
di un mio passato lontano e presente
mi balzarono impresse.
Corsero al ricordo
la fame e la sferza del tiranno,
e l’unico sogno che eri tu
nei giorni dei lager,
quando alle albe non seguiva il sole
e i tramonti erano senza rosso di speranza.
Andavo anelandoti, solo anelando te,
dall’uomo reso infrauomo;
e dal davanzale,
dove, a volte, pietosa soltanto degli uccelli,
una mano ti aveva posato,
ti portavo alle labbra,
il tuo sapore, solo mio gaudio,
prolungando, prolungando nel tempo!…
Ti vidi, poi, spregiato
al pié del mio liberatore,
e mi si strinse il cuore,
riandando il sogno che per me eri stato.
Bestemmia, sacrilegio
mi sei ora, deietto dagli uomini,
mentre col ventre gonfio ma vuoto
il piccolo biafrano
vacillante sui piedi
ti invoca.
Un uomo così ti ha maledetto,
e spregiandoti
ha ucciso il fratello
ma qual fratello?!
e non lo sa…,
o poco gliene importa!…

 

VIALE DEL TRAMONTO

L’attimo più non scoppia
intero a darci il mondo,
quando numeri srotola
da grigio foglio il muro,
giorno dopo giorno:
soli, smagati,
ci ritroviamo nel viale del tramonto.
Tutto è routine, nell’ovvio la vita si sprofonda:
aridità avanzante ogni mistero
poco a poco corrode.
Stupore segnò i giorni
sì diversi del passato!
Profumo d’una vista inebriava:
stessa vista è oggi
l’uggiosa faccia del quotidiano.

 

COSI’ IO T’AMO

Non è la chioma tua,
nera com’ebano,
seta e velluto al tatto;
non gli occhi tuoi sì mobili
che parlano e l’anima mi bucano a scandaglio;
non è il tuo cuore
che balza oltre le vette
dei monti incontaminate,
le palme a conquistare del sublime;
non l’intuire che rapido vola,
più dell’altrui pensiero,
a penetrarlo;
non memoria incrollabile
che d’attimi sequela
serra in perpetua nota;
non tutto questo mi fa amare te.
Cuore, chioma, guardo, memoria
tanto sono di te,
ma cos’è amore non so;
e perché io amo te ancor m’è ignoto.
Di sinfonia quelle son, forse, frasi,
che fanno te armonizzando insieme,
e io ti amo,
sì, te sola amo, quella che sei,
per come sei: così.

 

A MIA MADRE

Il tempo passa,
e più di te il vuoto
accrescere mi sento,
ora che l’estremo affetto è dileguato.
Come uccelli d’autunno,
amori a mercé venduti,
uno dopo l’altro
il vero volto hanno mostrato.
Ma te, rivedo là
sempre al tuo posto,
accorta a vigilare in orazione
i passi battuti sul selciato,
in attesa perenne nella notte
del figlio che ultimo rincasa.
Al braccio, indivisibile,
ravvolta ti sta la tua corona,
come sul corpo grevi e permanenti
gli acciacchi d’una vita fatta dono:
e non preghi per te,
preghi per noi ancora,
come ci promettesti in quell’ora di gelo.
Ora che non ci sei
inatteso varco la porta,
senza trovare te a spianarmi la fronte:
nessuno dona il sollievo alle mie cure
d’un Dio che anche in un’ora sola
tutto assestando lavora.
E Dio non vedo
più aprire il Suo Cielo,
la soluzione ai problemi recando
per fulmineo lavoro,
che a me impetravi,
le nubi del mio cuore diradando.

 

QUANDO L’ALGENTE VERNO…

Quando l’algente verno
i fiori guasterà del tuo giardino,
ora tanto soavi,
aliterò, frugando, sul più bello:
gli rifarò la vita
per offrirlo in dono;
quando nel buio chiuderai gli occhi
per non veder nessuno,
io apparir ti voglio
e nuovo giorno immetterò nella tua stanza tetra.
Se guarderai gli astri,
e il pianto tremula e fioca ti farà la luce,
io coglierò una stella,
e col suo tepore tergendoli
abbaglierò i tuoi begli occhi.
Se gli affetti d’un’ora
nel tempo stemperati andran dissolti,
e pallida memoria si faranno,
vivo pulsante cuore
io voglio, solo io, restar per te.
Nel gelo dell’autunno
appiccherò il fuoco al ceppo,
e farò avvampare il tuo camino
ai piedi tuoi:
sangue nuovo sentirai fluire
come dell’ardente fanciulla,
amore tutta e solo,
di questo tuo fior degli anni verdi.

 

ALTRI CI SUBENTRANO

Ti vidi, uomo, e mi dicesti chi sei:
eri un brandello di carta,
pendente da un muro,
con un nome,
gioco del vento e della pioggia.
Passò un fanciullo,
di vita e di morte ignaro,
e, in corsa,
con mano rapace staccando,
completò la distruzione
dell’ultimo tuo io,
il nome – ricordo.
Quante carte dai neri bordi
vedo a pezzi sparire, e parmi
che parte se ne vada di me!
L’una su l’altra s’accavalla,
caccia l’una l’altra
e il posto ne prende.
M’aggiro ora
in vie dove i volti cari non vedo,
e più non ne resta
il nome pendulo dal muro!
Eppure tutto m’è noto e caro
del mio paese,
inanimato spettatore
di quanto s’è scritto nel libro della mia vita!…
Ma visi nuovi, tutti nuovi,
e quanti!, mi sfilano innanzi!
Stranito guardo:
son fuori del tempo,
o qualcosa di me manca?
Perché intruso mi trovo
nel luogo che amo e con affetto mi stringe?

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