31 maggio, Ondina Peteani: da Trieste ad Auschwitz

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All’alba del 31 maggio 1944 Ondina Peteani, assieme a una massa di patrioti, all’interno del *Silos della Stazione Ferroviaria centrale di Trieste, viene scaraventata in un vagone bestiame con destinazione ignota. Dopo cinque giorni di infame tradotta giungerà nell’Inferno in terra: Auschwitz-Birkenau.

*Silos da cui partì più del 70% dei Deportati dall’Italia verso Auschwitz. Silos, desolante anticamera del martirio che è intenzione condivisa, finalmente consacrare a Monumento Nazionale, come Binario 21 a Milano. Silos, ritornato recentemente, tristemente alla ribalta, come pestilenziale ricovero dei migranti e rifugiati.

Dal Diario di Auschwitz di Ondina Peteani:

«Si partì dunque il 31 maggio, all’alba, nei vagoni bestiame. Il convoglio era scortato da carabinieri e da tedeschi. Il comandante doveva aver ancora qualche parvenza di umanità, perché alla prima fermata d’oltre confine ci permise di tenere i vagoni con le porte in fessura, almeno si respirava un po’.

Talvolta si arrivava persino a scambiare qualche parola con gli uomini, se la fermata era di notte, cosicché nessuno ci avrebbe visto e non avrebbe messo nei guai quelli che ci scortavano.

«In una stazione, credo Monaco, i vagoni con gli uomini vennero staccati, e inviati, seppi dopo, a Dachau e noi proseguimmo alla volta di Auschwitz. Al quinto giorno di viaggio, vennero a chiudere i vagoni e a sigillarli: si stava arrivando nella zona dei Lager, controllata dalle SS.

«Se durante il viaggio eravamo state abbastanza allegre, specie noi più giovani, e chiacchierone, in quel momento diventammo serie e cominciammo a parlarci sottovoce: davanti a noi avevamo intravisto una desolata pianura sotto un cielo piatto, appestata
da un odore che noi attribuimmo alla bruciatura di immondizie.

«Mentre il convoglio avanzava lentamente, cominciammo a vedere i primi Lager, arrampicandoci fino agli alti finestrini del vagone.

«Durante il viaggio avevamo intravisto prigionieri al lavoro sulle ferrovie ed erano vestiti con la tipica “zebra”; vedendo nel campo gente con vestiti variopinti, pensammo che ci avrebbero lasciati i nostri.

Per giunta, era domenica pomeriggio, sentimmo un’orchestrina che suonava e la cosa ci rallegrò alquanto:
“Ragazze, si potrà anche ballare!” Il nostro ottimismo crollò ben presto. Appena arrivate alla stazione ci fecero scendere e in un primo tempo ci dissero di lasciare tutto nei vagoni, poi, visto che non eravamo ebree, ci permisero di riprenderci la nostra roba. Sapemmo successivamente che l’avrebbero catalogata e riposta, mentre agli ebrei veniva subito requisito tutto. Poco prima era arrivato un treno di ebrei ungheresi e sulla banchina erano rimasti i vecchi e i non autosufficienti. C’era lì un camion e queste persone venivano prese per le braccia e per le gambe e gettate sul camion, tra grida di dolore e orribili tonfi. Quello che ci raggelò fu il vedere che questo tremendo compito era affidato ad alcuni prigionieri.

Ci inquadrarono in fila per cinque e io mi sentivo un po’ strana: avevo la sensazione di non essere io quella a cui stavano accadendo quelle cose, mi pareva di viverle dall’esterno. È una cosa difficile da comprendere e da spiegare. Ci misero in fila per cinque e ci condussero attraverso un intricato dedalo di stradine. Ai lati c’erano montagnole di stampelle, di occhiali, di giocattoli ben divisi, secondo il senso dell’ordine teutonico. Poi, arrivate in una baracca, ci ordinarono di spogliarci e il nostro pudore di farlo davanti ai soldati fu ben presto vinto dalle violente bastonate che cominciarono a volare. Ci distribuirono dei vestiti provvisori. A me toccò un pastrano da uomo con una grande stella gialla e, mettendo le mani in tasca, trovai una pipa con un borsellino di tabacco.

Mi sentii rabbrividire, pur non conoscendo ancora la sorte del proprietario di quel cappotto. (…)

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