Aristeo

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Virgilio,Georgiche, IV, 315-452

di Carlo Zacco

 

Georgiche, Libro IV

 

315 – 452. Aristeo

 

Quis deus,

Musae,

quis

extudit

nobis

hanc artem?

Unde

cepit

ingressus

nova

Qale dio,

Muse,

chi

ha trovato

per noi

quest’arte?

da dove

prese

inizio

questa nuova

 

experientia

hominum?

Pastor Aristaeus

fugiens

Tempe

Peneia,

amissis,

ut fama,

esperienza

degli uomini?

Il pastore Aristeo

fuggendo

da Tempe

lenea,

avendo perso,

come è fama,

 

apibus

morboque fameque,

adstitit

tristis

ad caput sacrum

extremi

amnis

 

le api

e per malattia e per fame,

si fermò

triste

alla fonte sacra

dell’estremità

del fiume

 

 

multa querens

atque adfatus

parentem

hac voce:

‘Mater,

Cyrene mater,

quae

lamentandosi molto

e parlò

alla genitrice

con queste parole:

‘Madre,

madre Cirene,

che

 

tenes

ima

huius

gurgitis,

quid me genuisti

invisum fatis

praeclara stirpe

deorum,

occupi

il fondo

di questa

corrente,

perché mi hai generato

odioso al destino

dall’illustre stirpe

degli dei

 

si modo

Apollo

Thymbraeus

quem perhibes

pater est?

aut quo

amor

nostri

pulsus

tibi?

se pure

Apollo

Timbreo

come racconti

è mio padre?

o dove

l’amore

per me

fu cacc.

da te?

 

quid

me iubebas

sperare

caelum?

En,

te matre,

relinquo

etiam

hunc ipsum

perché

mi esortavi

a sperare

nel cielo?

Ecco,

benché  tu sia mia mdr,

abbandono

anche

questo stesso

 

honorem

vitae mortalis

quem

custodia

sollers

frugum

et pecudum

vix extuderat

onore

della vita mortale

che

la cura

diligente

dei frutti

e delle bestie

a stento aveva procacciato

 

mihi

omnia temptanti,

Quin

age erue

et ipsa manu

silvas felices,

fer ignem inimicum

a me

che tentavo ogni cosa,

Anzi,

strappa

di tua stessa mano

le selve rigogliose,

porta il fuoco nemico

 

stabulis

atque interfice

messes,

ure

sata

et molire

validam

bipennem

in vites,

 

 

alle stalle

e stermina

le messi,

brucia

i seminati

e vibra

la forte

scure

sulle viti

 

 

 

si

tanta

taedia

meae

laudis

te ceperunt.’

At mater

sensit

sonitum

sub thalamo

se

tanto

odio

della mia

lode

ti ha preso.’

E la madre

sentì

il suono

sotto il letto

 

fluminis alti.

Circum eam

Nymphae

carpebant

vellera

Milesia

fucata

colore saturo

del fiume profondo.

Intorno a lei

le ninfe

filavano

le lane

milesie

tinte

di colore carico (verded)

 

hyali,

Drymoque

Xanthoque

Ligeaque

Phyllodoceque,

effusae

nitidam

caesariem

 

del vetro,

Drimo,

Xanto,

Ligea

e Fillodoce

sparse

la splendida

capigliatura

 

 

per candida colla;

Nesaee

Spioque

Thaliaque

Cymodoceque,

Cydippeque

et flava Lycorias,

sul bianco collo;

Nesea,

Spio,

Talia,

 Cimodoce,

Cidippe

e la bionda Licoria

 

altera virgo,

altera

experta

tum primos

labores

Lucinae;

Clioque

et Beroe soror,

l’una nubile,

l’altra

che aveva provato

allora i primi

travagli

di Lucina;

Clio

e la sorella Beroe,

 

ambae Oceanitides,

ambae

incinctae

auro,

ambae

pellibus

pictis;

atque Ephyre

 

 

entrambe figlie di Oceano,

entrambe

cinte

d’oro,

entrambe

di pelli

dipinte;

ed Efira

 

 

 

atque Opis

et Deiopea

Asia

et velox Arethusa

positis

tandem

sagittis.

Inter quas

Clymene

e Opis

e Deiopea

dell’Asia

e la veloce Aretusa

riposte

infine

le frecce.

Tra loro

Climene

 

narrabat

curam inanem

Vulcani

que dolos

et dulcia furta

Martis,

aque numerabat

 

narrava

la gelosia inutile

di Vulcano

e gli inganni

e i dolci furti

di Marte,

ed enumerava

 

 

densos

amores

divum

Chao.

Dum,

captae

quo carmine

devolvunt

 

i numerosi

amori

degli dei

a partire dal Chaos.

Mentre,

rapite

da questo racconto

svolgono

 

 

mollia pensa

fusis,

iterum

luctus

Aristaei

impulit

aures

maternas,

i morbidi pennecchi

coi fusi,

di nuovo

il lamento

di Aristeo

colpisce

le orecchie

della madre

 

que omnes obstipuere

vitreis sedilibus;

sed ante alias sorores

Arethusa

extulit

caput flavum

e tutte rimasero attonite

sui sedili di vetro;

ma prima delle altre sorelle

Aretusa

alzò

la bionda testa

 

summa unda

prospiciens

et procul:

‘O Cyrene soror

non frustra

exterrita

 

dalla superficie

guardando avanti

e da lontano:

‘O sorella Cirene

non senza motivo

atterrita

 

 

tanto gemitu,

ipse Aristaeus,

tua maxima cura,

stat lacrimans

tristis tibi,

ad undam

 

da così gran pianto,

Aristeo in persona,

tua massima preocc,

sta in lacrime

triste per te,

presso le acque

 

 

Penei genitoris

et dicit te

nomine

crudelem’.

Huic,

percussa

mentem

formidine

del padre Peneo

e chiama te

con l’appellativo

di crudele’.

A lei,

colpita

nella mente

da un terrore

 

nova,

mater

ait:

‘duc, age,

duc ad nos;

fas illi

tangere

limina divum’.

 

inattesso,

la madre

dice:

«su, porta,

portalo a noi;

gli è consentito

toccare

le soglie degli dei».

 

 

Simul

iubet

flumina

alta

discedere

late,

qua

iuvenis

inferret

Nel frattempo

comanda

ai fiumi

profondi

di ritirarsi

largamente,

per dove

il giovane

potesse muovere

 

gressus.

At unda

curvata

in faciem montis

illum circumstetit

accepitque

sinu vasto

 

 

il passo.

E l’acqua

piegatasi

in forma di monte

lo circondò

e lo ricevette

nell’ampia curva

 

 

 

misitque sub amnem.

Iamque ibat

mirans domum

genetricis

et regna umida

que lacus clausos

e lo mandò sotto al fiume.

E già andava

ammirando la casa

della madre

e i regni umidi

e i laghi chiusi

 

speluncis

lucosque

sonantes

et stupefactus

ingenti motu

aquarum

spectabat

 

nelle spelonche

e i boschi

risuonanti

e stipefatto

per il gran movim.

delle acque

guardava

 

*che sulla terra scorrono in diverse direzioni partendo da un unico luogo sotto di essa

omnia flumina

labentia

sub magna terra

diversa locis*:

Phasimque

Lycumque

et caput,

tutti i fiumi

che scorrevano

sotto la grande terra

diversi per luoghi:

e il Fasi

e il Lico

e l’origine

 

unde

primum

se erumpit

altus Enipeus,

unde

pater Tiberinus

et unde

fluenta

da dove

dapprima

sgorga

il profondo Enipeo,

da dove

il padre Tevere

e da dove

le correnti

 

Aniena

saxosusque

Hypanis

sonans

que Caicus

Mysus,

et Eridanus auratus

gemina cornua

dell’Aniene

e il sassoso

Ipani

sonante

e il Caico

della Misia,

e il Po dorato

nelle due corna

 

taurino vultu,

quo

non alius amnis

effluit

violentior

per pinguia culta

in mare purpureum.

col volto d’oro,

di cui

nessun altro fiume

scorre

più violentem.

attr. i grassi campi

nel mare purpureo.

*dalle quali pendeva la pomice

Postquam

est perventum

in tecta

thalami

pendentia pumice*

et Cyrene

cognovit

fletus

Dopo che

si giunse

sotto le volte

della camera

pendenti di pomice

e Cirene

conobbe

i pianti

 

inanes

nati,

germanae

dant

ordine

fontes

liquidos

manibus

que ferunt

mantelia

vani

del figlio,

le sorelle

danno

a turno

acque

limpide

alle mani

e portano

panni

 

tonsis villis;

pars

onerant mensas

epulis

et reponunt

pocula

plena,

arae

adolescunt

di pelo rasato;

una parte

carica le mense

di vivande

e dispongono

le coppe

piene,

le are

bruciano

 

ignibus

Panchaeis;

et mater

ait:

‘Cape

carchesia

Bacchi

Maeonii:

libemus

Oceano’.

di fuochi

panchei;

e la madre

dice:

‘prendi

le coppe

di Bacco

meonio:

libiamo

a Oceano’.

 

Simul

ipsa precatur

Oceanumque

patrem rerum

Nymphasque

sorores

quae servant

Allo st tmp

lei stessa prega

Oceano

padre di ogni cosa

e le ninfe

sorelle

che abitano

 

centum silvas,

quae centum flumina.

Ter perfundit

nectare liquido

Vestam ardentem,

ter flamma

cento boschi,

e cento fiumi.

Tre volte versa

nettare limpido

sul fuoco ardente,

tre v. la fiamma

 

reluxit

subiecta

ad summum tecti.

Quo

omine

firmans

animum

sic ipsa incipit:

splendette

slanciata

alla cima del tetto.

Con questo

augurio

rinfrancando

l’animo

così incomincia:

 

‘Est

in gurgite Carpathio

caeruleus Proteus

vates Neptuni,

qui metitur

magnum aequor

‘Vi è

nel mare Càrpato

il ceruleo Proteo

indovino di Nettuno,

che percorre

il grande mare

 

piscibus

et curru

iuncto

equorum bipedum.

Hic

nunc

revisit

portus

Emathiae

 

con pesci

e con un carro

aggiogato

di cavalli bipedi.

Questi

ora

rivide

i porti

di Ematia

 

 

patriamque

Pallenen,

et Nymphae

hunc veneramur

et ipse grandaevus Nereus;

namque

vates

e la patria

Pallene,

sia noi ninfe

lo veneriamo

sia lo stesso vecchio Nereo;

infatti

l’indovino

*dal tempo

novit

omnia,

quae sint,

quae fuerint,

quae mox ventura

trahantur.

conosce

tutte le cose,

quelle che sono,

che sono state,

che destinate ad accadere

sono portate*

 

quippe

visum est ita

Neptuno,

cuius

pascit

sub gurgite

immania armenta

et turpes phocas.

poiché

parve così

a Nettuno

del quale

pasce

sotto il mare

i grandi armenti

 e le deformi foche.

 

Tibi capiendus hic,

nate,

prius vinclis,

ut expediat

omnem causam morbi

que secundet

Devi catturarlo,

figlio,

prima con I lacci,

aff. spieghi

tutta la causa della malattia

e assecondi

 

eventus.

Nam

sine

vi

non dabit

ulla

praecepta,

neque illum flectes

orando;

la soluzione.

Infatti

senza

violenza

non darà

alcun

consiglio,

né lo piegherai

pregando;

 

tende

duram vim

et vincula

capto;

circum haec

demum

doli

frangentur

tendi

dura forza

e lacci

a lui catturato;

intorno a queste cose

infine

gli inganni

si infrangeranno

 

inanes.

Ipsa ego,

cum sol

accenderit

aestus

medios,

cum

herbae

sitiunt

et umbra

 

vani.

Io stessa,

quando il sole

avrà acceso

calori

mediani,

quando

l’arba

ha sete

e l’ombra

 

 

iam gratior est

pecori,

te ducam

in secreta

senis,

quo

fessus

se recipit

ab undis,

è già più gradita

al bestiame,

ti porterò

nei nascondigli

del vecchio,

dove

stanco

si ritira

dal mare,

 

ut adgrediare

facile

iacentem

somno.

Verum,

ubi tenebis

correptum

manibus

aff. tu possa attaccare

facilmente

lui che giace

nel sonno.

Tuttavia,

quando terrai

afferrato

con le mani

 

vinclisque,

tum

species variae

atque ora ferarum

eludent.

Fiet enim subito

e coi lacci,

allora

immagini mutevoli

e volti di bestie

inganneranno.

Si muterà infatti presto

 

sus horridus

que tigris

atra

que draco

squamosus

et leaena

fulva cervice,

aut dabit

orrido cinghiale

e tigre

scura

edrago

squamoso

e leonessa

dal collo fulvo,

o emetterà

 

sonitum

acrem

flammae

atque ita excidet

vinclis,

aut abibit

dilapsus

in aquas tenues.

un rumore

stridente

di fiamma

e così uscirà

dai legami,

o se ne andrà

scivolando

in acque leggere.

 

Sed

quanto magis

ille

se vertet

in omnes formas,

tanto magis,

nate,

contende

vincla

tenacia,

Ma

quanto più

quello

si muterà

in tutte le forme,

tanto più,

figlio,

trattieni

i lacci

forti,

 

donec

talis

erit,

mutato corpore,

qualem

videris,

cum tegeret lumina

incepto somno’.

finché

tale

sarà,

avendo mutato corpo,

quale

lo avevi visto,

quando copriva gli occhi

con sonno iniz’.

 

Haec ait

et defundit

liquidum odorem

ambrosiae,

quo

perduxit

totum corpus

nati;

Così disse

e versò

la limpida essenza

di ambrosia,

con la quale

unse

tutto il corpo

del figlio;

 

at illi

spiravit

aura

dulcis

crinibus

compositis

atque venit

habilis vigor

membris.

e a lui

spirò

un’aura

dolce

tra i capelli

bel acconciati

e venne

il giusto vigore

al corpo.

 

Est ingens specus

in latere

montis

exesi,

quo plurima unda

cogitur

vento

 

Vi è un grande antro

sul fianco

di un monte

erosa,

dove moltissima acqua

è spinta

dal vento

 

 

que sese scindit

in sinus reductos,

olim

statio

tutissima

nautis

deprensis;

e si divide

in anfratti separati,

un tempo

sosta

sicurissima

per i naviganti

sorpresi dalla tempesta;

 

intus

Proteus

se tegit

obice

vasti saxi.

Hic Nympha

collocat

iuvenem

là dentro

Proteo

si nasconde

al riparo

di un grande masso.

Qui la ninfa

colloca

il giovane

 

 

in latebris

aversum a lumine;

ipsa resistit

procul

obscura

nebulis.

Iam Sirius

rapidus

nei rifugi

lontano dalla luce;

lei si ferma

lontano

nascosta

dalle nubi.

E già Sirio

violento

 

torrens

Indos

sitientes

ardebat caelo,

et sol igneus

hauserat

medium orbem;

bruciando

gli Indi

sitibondi

ardeva in cielo,

e il sole infuocato

aveva già divorato

mezzo giro;

 

herbae

arebant

et radii

coquebant

flumina cava

tepefacta

ad limum,

siccis faucibus:

l’erba

era secc

e I raggi

cuocevano

I fiumi incavati

intiepiditi

ridotti a fango,

aride le foci:

 

cum Proteus

ibat

e fluctibus

petens

antra consueta;

circum eum

gens

quand’ecco Proteo

usciva

dai flutti

avviandosi

all’antro consueto;

intorno a lui

il popolo

 

umida

vasti ponti,

exsultans,

dispergit late

amarum rorem.

Phocae

sternunt se

somno

umido

del vasto mare,

saltando,

sparge qua e là

l’amara rugiada.

Le foche

si stendono

per dormire

 

diversae

in litore.

Ipse,

velut olim

custos stabuli

in montibus,

ubi vesper

 

in vario modo

sulla costa.

Lui,

come talvolta

il custode di stalla

sui monti,

quando la sera

 

 

reducit

vitulos

ad tecta

e pastu,

que agni

acuunt

lupos

balatibus auditis,

 

 

riporta

i vitelli

a casa

dal pascolo,

e gli agnelli

aguzzano

i lupi

coi belati uditi,

 

 

 

considit

medius

scopulo

numerumque recenset.

Quoniam

facultas

cuius

siede

 in mezzo a loro

su uno scoglio,

e le passa in rassegna.

Poiché

la possibilità

di costui

 

est oblata

Aristaeo,

passus

vix

senem

componere

membra defessa

ruit

 

è offerta

ad Aristeo,

lasciando

appena

che il vecchio

riponga

il corpo stanco

si precipita

 

 

cum magno clamore

que occupat

manicis

iacentem.

Ille contra

non immemor

 

con grande clamore

e prende

con catene

lui che dorme.

Quello di contro

non dimenticando

 

 

artis suae

sese transformat

in omnia miracula

rerum,

ignemque

horribilemque feram

 

 

la sua arte

si trasforma

in ogni meraviglie

di coe,

e in fuoco

e in orribile fiera

 

 

 

fluviumque liquentem.

Verum ubi

fallacia

nulla reperit fugam,

victus

redit

in sese

e in fiume che scorre.

Ma dopo che

l’inganno

non gli aprì alcuna fuga,

vinto

tornò

in sè

 

atque locutus

tandem

hominis ore:

‘confidentissime iuvenum

namquis te iussit

 

e parlò

infine

con volto umano:

‘audacissimo giovane

chi mai ti ha ordinato

 

 

adire

nostras domos?

Quidve hinc petis?’

inquit.

At ille:

‘Scis,

Proteu,

scis ipse;

di venire

alle mie case?

O cosa cerchi qui?’

disse.

E lui:

‘Lo sai

Proteo,

lo sai da te;

 

neque

est te fallere

quicquam

sed tu desine velle.

Secuti

 

e non

è possibile ingannarti

in alcuna cosa

ma tu cessa di voler (ingannare me).

Seguendo

 

 

praecepta

deum

venimus

quaesitum

hinc

oracula

lapsis rebus”.

 

i precetti

degli dei

siamo venuti

a chiedere

da qui

gli oracoli

per le mie cose perdute’.

 

 

Tantum effatus.

Ad haec

vates

denique

intorsit multa vi

oculos

ardentes

 

 

Disse solo questo.

A queste parole

l’indovino

infine

torse con forza

gli occhi

ardenti

 

 

 

lumine glauco

et frendens

graviter

sic

resolvit ora

fatis:

di luce verde

e digrignando

con forza

così

dischiuse la bocca

ai destini:

 

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