Da Piazza Oberdan ad Auschwitz

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La storia di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia

parte 7 di 7 – torna all’indice della Storia di Ondina Peteani in sette capitoli:

Sia l’operazione contro “Blecchi” che l’attacco all’aereoporto fanno crescere la fama del “Battaglione Triestino” ma, di conseguenza, provocano la reazione dei fascisti e dei tedeschi. 
I partigiani si installano nei camminamenti sotterranei costruiti dall’esercito austriaco durante la Prima Guerra Mondiale a Temenizza. Ovviamente occorre cibo, armi e vestiario ed è Ondina che li raccoglie per consegnarli alle pattuglie che scendono dalla montagna per ritirarli. Queste operazioni di rifornimento proseguono ogni notte sin dai primi di febbraio. 
Ondina – dopo l’eliminazione di “Blecchi” è risalita in montagna: è troppo conosciuta e durante l’operazione si è esposta, si sente più sicura con il “Battaglione”. Ma è proprio in una di queste azioni notturne che come racconta Ondina succede il peggio: “Dopo una settimana di permanenza lassù, decisi di scendere con la pattuglia per provvedermi di alcuni capi di vestiario invernali e incontrare un sostenitore con cui avevo appuntamento e che mi avrebbe portato medicinali e denaro raccolti, anche qualche arma. La notte dell’11 febbraio 1944, mentre tornavo al mio battaglione, venni catturata da un pattuglione di tedeschi in perlustrazione e venni portata al comando delle SS in piazza Oberdan a Trieste” (8). 
Ondina non era stata catturata insieme ad altri, cosa che l’avrebbe fatta immediatamente identificare come partigiana operativa, durante l’interrogatorio raccontò di essere stata arrestata mentre si recava dal fidanzato. Per venti giorni venne trattenuta nelle celle del Comando delle SS e poi trasferita al carcere “Coroneo” ai primi di marzo. 
Mentre era in carcere le azioni della Resistenza continuavano in tutta la provincia di Trieste. I nazisti rispondevano con rastrellamenti e feroci rappresaglie. 
Il 27 marzo 1944 a Trieste vennero impiccati pubblicamente quattro partigiani del “Battaglione Triestino”: Sergio Cebroni, Giorgio De Rosa, Remigio Visini e Livio Stocchi. 
Il 3 aprile vennero impiccati settantadue ostaggi in rappresaglia ad un attentato compiuto dalla Resistenza a Opicina. 
Il 29 aprile, per rappresaglia rispetto all’uccisione di cinque tedeschi avvenuta a via Ghega a Trieste, i nazisti impiccarono altri cinquantasei partigiani. 
Tutte le vittime venivano prelevate dal carcere del “Coroneo” come ricorda nella sua testimonianza Ferruccio Derenzini: “Da giorni giacevamo in un tetro sotterraneo delle carceri del Coroneo a Trieste: la cella della morte”. Era la riserva” di ostaggi a immediata disposizione del comando tedesco della piazza per le rappresaglie agli attentati e sabotaggi dei gruppi di azione partigiana. In quella cella, stipatissimi, eravamo circa in cento tra italiani e sloveni; rastrellati, quest’ultimi, nei paesi a nord di Trieste. C’era con loro anche un giovane prete che a suon di campane aveva dato il segnale della scorreria tedesca. Noi provenivamo dalle carceri di Fiume. Era l’aprile del 1944. Una notte le SS spalancarono la porta della cella e chiamarono uno dopo l’altro cinquanta compagni. Uno di questi che tardava a presentarsi, perchè non aveva ancora calzato gli stivali, si sentì gridare in faccia: “Dove vai tu, gli stivali non servono”. Capimmo e ammutolimmo. Il prete si appartò in un angolo della cella per raccogliersi in preghiera. Li rivedemmo tutti cinquanta, assieme a cinque giovani donne, cinque partigiane, appesi con il filo di ferro alle ringhiere delle scale di un palazzo. Per un feroce eccesso di zelo il comandante della piazza aveva fatto trucidare anche le cinque partigiane come sovrapprezzo “alla regola” dei dieci per uno; sebbene i tedeschi uccisi da una bomba dei G.A.P. – in Via Ghega a Trieste – fossero cinque. Rivedemmo penzolanti quei compagni mentre le SS ci scortavano allo scalo ferroviario per deportarci a Dachau” (9). 
Ondina era in gravissimo pericolo. L’11 maggio altri undici detenuti del carcere vennero impiccati dai nazisti. Alla prossima rappresaglia poteva essere il suo turno. “Alla fine di maggio ero nell’elenco di quelle che dovevano essere deportate. Non sembri strano se dico che ne fui contenta, ma durante la mia detenzione erano accaduti parecchi fatti preoccupanti: il peggiore era stato il prelievo di alcune detenute e la loro impiccagione per rappresaglia in via Ghega. Anche l’interprete mi sussurrò che lì stavano accadendo “brutte cose” e che era meglio così per me. Della famigerata Risiera ancora non si sapeva quasi niente, si diceva solo che era un centro di raccolta per la deportazione soprattutto di ebrei. Ma qualcuno sapeva già qualcosa, l’interprete ad esempio: “Vada via contenta” – mi disse – “qui stanno accadendo davvero cose molto brutte” poi aggiunse: “meglio via, lontano di qui che in Risiera”. Il 31 maggio [1944], all’alba partimmo dalla stazione di Trieste, non dal solito binario (la gente non doveva vedere queste cose!) ma sul binario dei silos da dove partivano i treni merci. Difatti, da quel momento tali eravamo considerati: stavano partendo circa duecento pezzi e pezzi ci calcolarono da quel momento, ma noi non lo sapevamo ancora, per cui credemmo di partire in 200 persone di cui 40 donne” (10).

(8) Testimonianza di Ondina Peteani conservata presso l’Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti di Milano, p. 5.

(9) Per l’intera testimonianza vedi a http://www.associazioni.milano.it/.

(10) Testimonianza di Ondina Peteani conservata presso l’Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti di Milano.

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